[Argomento] – Cassazione Penale 20/01/2017 N° 3011

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 20/01/2017

Numero: 3011

Testo completo della Sentenza – Cassazione penale 20/01/2017 n° 3011:

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Penale Sent. Sez. 3 Num. 3011 Anno 2017
Presidente: AMORESANO SILVIO
Relatore: ACETO ALDO
Data Udienza: 05/07/2016

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Di Tullio Costantino, nato a Casalincontrada (CH) il 20/11/2015,
avverso l’ordinanza del 22/12/2015 del Tribunale di Chieti;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Aldo Aceto;
lette le richieste scritte del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
Procuratore generale Luigi Orsi, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Il sig. Costantino Di Tullio ricorre per l’annullamento dell’ordinanza del
22/12/2015 del Tribunale di Chieti che ha respinto l’istanza di riesame del
decreto del 18/11/2015 del Giudice per le indagini preliminari di quello stesso
Tribunale che, sulla ritenuta sussistenza indiziaria del delitto di cui all’art. 11,
d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, ha ordinato il sequestro preventivo, finalizzato alla
confisca diretta, “pro quota”, di nove immobili oggetto di donazione del
18/12/2012.
La rubrica provvisoria imputa al ricorrente di aver simulatamente donato al
fratello Antonio, con atto notarile del 18/12/2012, la quota di proprietà (pari ad
un quarto) di nove immobili dei quali, limitatamente ai fabbricati, si era riservato
il diritto di abitazione; ciò al fine di sottrarsi al pagamento delle imposte sui
redditi pari a complessivi C 104.055,70 corrispondente alla somma matematica
di undici cartelle di pagamento notificategli da Equitalia tra il 18/02/2003 ed il
02/01/2010 che non aveva mai pagato ed in relazione alle quali non aveva mai
nemmeno proposto un piano di rateizzazione.
Plurimi elementi convergono, secondo il Tribunale, sul buon fondamento
indiziario dell’ipotesi accusatoria, in quanto sintomatici della volontà di rendere in
tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva: a) la preesistenza
del debito tributario rispetto all’atto dispositivo; b) la sicura conoscenza, da parte
del Di Tullio, della sua notevole esposizione debitoria; c) la natura “sospetta”
dell’atto (una donazione in comune e pro-indiviso con lo stesso donatario, unico
a beneficiare del diritto di abitazione vita natural durante) volto, secondo la tesi
difensiva disattesa dai Giudici del riesame, a regolamentare in modo definitivo la
comunione ereditaria tra i fratelli Di Tullio.
La natura di reato di pericolo della norma violata, rende quest’ultima
impermeabile alla obiezione difensiva dello scarso valore economico dei beni
donati e della loro insuscettibilità ad essere oggetto di espropriazione
immobiliare perché destinati ad abitazione dell’indagato. Ciò in dichiarato
ossequio agli insegnamenti di questa Suprema Corte secondo cui, da un lato, il
reato previsto dall’art. 11, del D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74 non presuppone
come necessaria la sussistenza di una procedura di riscossione coattiva (Sez. 5,
n. 7916 del 10/01/2007, Cutillo, Rv. 236053), dall’altro la disposizione di cui
all’art. 52, comma primo, lettera g), del D.L. 21 giugno 2013, n. 69 (convertito,
con modificazioni, in legge 9 agosto 2013, n. 98), che preclude all’agente della
riscossione, in specifiche ipotesi e condizioni, di procedere all’espropriazione
della “prima casa” del debitore, non trova applicazione nell’ambito del processo
penale e, pertanto, non impedisce il sequestro preventivo, finalizzato alla
confisca per equivalente, dell’abitazione dell’indagato (Sez. 3, n. 7359 del
04/02/2014, Foini, Rv. 261500).
Quanto al “periculum”, il Tribunale argomenta che nonostante la scarsa
appetibilità commerciale dei beni donati, non si possono escludere ulteriori atti
dispositivi tra fratelli nell’ambito della comunione ereditaria che li riguarda.
1.1.Con il primo motivo eccepisce, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. c),
cod. proc. pen., la mancanza di motivazione del provvedimento impugnato e la
conseguente violazione dell’art. 125, comma 1, n. 3, cod. proc. pen..
Deduce, al riguardo, che nell’ordinanza del Tribunale mancano totalmente,
persino nella parte illustrativa dei motivi di riesame, né sono affrontate, le
questioni relative alla inesistenza del “fumus boni iuris” (sotto il profilo della
natura simulata o fraudolenta della donazione e della conseguente individuazione
dell’elemento materiale del reato, anche alla luce della definizione che ne dà
l’art. 1, comma 1, lett. g-bis, d.lgs. n. 74 del 2000) e all’assenza del “periculum
in mora”, nonché quelle relative alla confiscabilità di diretta di beni immobili di
proprietà di terzi.
1.2.Con il secondo motivo eccepisce, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett.
b), cod. proc. pen., l’erronea applicazione degli artt. 11 e 1, lett. g-bis) e g-ter),
d.lgs. n. 74 del 2000.
Deduce a tal fine che a chiarimento della portata applicativa dell’art. 11,
d.lgs. n. 74, cit., il legislatore è intervenuto introducendo le definizioni di
«operazioni simulate oggettivamente e soggettivamente» e di «mezzi
fraudolenti» che concorrono a definire gli elementi strutturali della fattispecie,
espungendone i negozi dispositivi che hanno natura vera e reale.
Tale indagine che, pur sarebbe stata necessaria, alla luce dell’imputazione
provvisoria, non è stata in alcun modo condotta.
1.3.Con il terzo motivo eccepisce, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b),
cod. proc. pen., l’erronea applicazione degli artt. 11 e 1, lett. g-bis) e g-ter),
d.lgs. n. 74 del 2000, sotto l’ulteriore profilo della omessa verifica dell’elemento
soggettivo del reato.
Sulla premessa che il G.i.p. ha fondato la propria decisione non sulla natura
simulata dell’atto, bensì sulla sua fraudolenza, lamenta la mancata applicazione
al caso di specie della norma definitoria di cui all’art. 1, lett. g-ter, d.lgs. n. 74
del 2000, ai cui fini sono necessari, già sul piano oggettivo, quali requisiti
intrinseci dell’atto, la violazione dello specifico obbligo giuridico e la falsa
rappresentazione della realtà, non essendo perciò sufficiente la mera finalità
(estrinseca) eventualmente perseguita da uno dei contraenti.
Da questa angolazione la donazione, posta in essere con il concorso di tutti i
fratelli nell’ambito delle concordata organizzazione della proprietà familiare in
comunione, non contiene alcuna violazione di alcuno specifico obbligo e non
determina alcuna falsa rappresentazione della realtà, ma rappresenta niente
altro che la scioglimento della comunione ereditaria e la organizzazione di beni di
modestissimo valore.
L’atto dispositivo è in ogni caso neutro ai fini della riscossione perché la
proprietà immobiliare del Di Tullio, vuoi perché indivisa e “pro-quota”, vuoi
perché (anche per questo) poco appetibile e di scarso valore economico, non
sarebbe stata sufficiente nemmeno a coprire i costi dell’espropriazione, con
conseguente non configurabilità del dolo specifico, anche in considerazione del
lasso di tempo trascorso tra la notifica della cartelle (2003-2010) e la stipula
dell’atto dispositivo (2012). Se il ricorrente fosse stato animato dall’intenzione di
sottrarre i beni all’Erario avrebbe ben più ragionevolmente trasferito un
appezzamento di terreno da lui acquistato nel 1982 sul quale, peraltro, la Soget
aveva anche iscritto (inutilmente) ipoteca.
1.4. Con il quarto motivo eccepisce, ai sensi dell’art. 606, lett. b), cod. proc.
pen., la erronea applicazione dell’art. 76, d.P.R. n. 602 del 1973 in relazione
all’art. 321, cod. proc. pen..
Lamenta, al riguardo, che il provvedimento genetico (avallato sul punto
dall’ordinanza impugnata) aveva legittimato il vincolo reale sulla astratta
possibilità di ulteriori atti dispositivi tra fratelli relativi al medesimo bene, pur
logicamente contraddetta dalla scarsa appetibilità del bene di cui il Tribunale del
riesame dà atto. In difetto di un pericolo attuale e concreto, il sequestro
preventivo non può surrettiziamente atteggiarsi a strumento di anticipazione
degli effetti di una domanda di simulazione e/o di un’azione revocatoria dell’atto
regolarmente trascritta che il delegato alla riscossione non ha mai inteso
azionare.
Deduce, altresì, che l’immobile, in quanto abitato e di modesto valore
economico, non potrebbe essere oggetto di espropriazione forzata, secondo
quanto prevede l’art. 76, d.P.R. n. 602 del 1973, sicché il sequestro – anche per
questa ragione – è ultroneo ed inutile.
1.5.Con il quinto motivo eccepisce, ai sensi dell’art. 606, lett. b), cod. proc.
pen., il malgoverno dell’art. 76, d.P.R, n 602 del 1973 e dei suoi riflessi
sull’applicabilità al caso concreto dell’art. 11, d.lgs. n. 74 del 2000.
Deduce che la improcedibilità dell’espropriazione immobiliare, che – come
nel caso di specie – ha ad oggetto l’unico immobile di proprietà del debitore
destinato a sua abitazione, fa venir meno le ragioni della tutela penale del
credito erariale apprestata dalla norma incriminatrice.
1.6.Con il sesto motivo, allegando l’appartenenza a terzi (nel caso di specie
a Di Tullio Antonio) di quote di oggetto della donazione del 18/12/2012,
eccepisce, ai sensi dell’art. 606, lett. b), cod. proc. pen., l’erronea applicazione
dell’art. 12-bis, d.lgs. n. 74 del 2000 nella parte in cui esclude la possibilità di
confiscare i beni appartenenti al terzo estraneo al reato.

CONSIDERATO IN DIRITTO
2.11 ricorso è fondato nei termini di seguito indicati.
3.11 primo motivo è infondato; l’ultimo è inammissibile.
3.1.Come reiteratamente affermato da questa Suprema Corte <