[Argomento] – Cassazione Penale 18/01/2017 N° 2240

– Cassazione penale 18/01/2017 n° 2240 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 18/01/2017

Numero: 2240

Testo completo della Sentenza – Cassazione penale 18/01/2017 n° 2240:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

Penale Sent. Sez. 3 Num. 2240 Anno 2017
Presidente: AMOROSO GIOVANNI
Relatore: RENOLDI CARLO
Data Udienza: 05/10/2016

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Ucci Domenico, nato a Treglio il 7/10/1946;
avverso la sentenza del 30/07/2015 del Tribunale di Lanciano;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Carlo Renoldi;
udito il Pubblico Ministero, in persona del sostituto Procuratore generale dott.
Pasquale Fimiani, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del Tribunale di Lanciano in data 30/07/2015, Domenico
Ucci fu condannato, con le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti
contestate, alla pena, condizionalmente sospesa, di 100,00 euro di ammenda in
relazione alla contravvenzione di cui all’art. 674 cod. pen.; accertato in Lanciano
dal 3/11/2011 al 29/07/2015, con condanna, altresì, al risarcimento dei danni
patiti dalle persone offese, costituitesi parti civili, da qualificarsi e valutarsi in
separata sede, nonché alla rifusione delle spese del grado dalle stesse sostenute.
Nel dettaglio, l’imputato fu ritenuto responsabile di avere provocato, in
qualità di responsabile legale della Ucciplast S.r.I., titolare di un impianto di
microforatura ad aghi caldi, in casi non consentiti dalla legge, emissioni di gas
atte ad offendere le persone abitanti in prossimità del suddetto impianto e
segnatamente Sara e Anita Pasquini
2. Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione l’imputato attraverso
tre distinti motivi di impugnazione.
Con il primo viene dedotta, ai sensi dell’art. 606, lett. b) ed e) cod. proc.
pen., l’erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 674 cod. pen.
e dell’allegato I alla Parte V del TUA; nonché la contraddittorietà della
motivazione risultante dal testo della sentenza e dagli atti del procedimento.
Il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto integrato il reato di cui all’art.
674 cod. pen. in una ipotesi di emissioni olfattive, promananti da un impianto
autorizzato e rispettoso dei relativi limiti d’emissione, originate da sostanze
corrispondenti alle previsioni autorizzative da un punto di vista “tipologico e
quantitativo”, atteso che l’autorizzazione alle emissioni, nel Quadro Riassuntivo
(allegato 3), farebbe riferimento alle sostanze di cui alla cd. “Classe II, tabella
D”, definite al punto 4 come “Composti organici sotto forma di gas vapori o
polveri (tabella D)”, le quali sarebbero le particelle esitabili della lavorazione a
caldo dei prodotti plastici, contemplate nella Tabella D dell’allegato I alla Parte V
del Testo Unico Ambientale. E trattandosi di composti “organici” sarebbe ovvio
che non potrebbe trattarsi di sostanze inodori.
In definitiva, l’immissione autorizzata di determinate tipologie e quantità di
sostanze volatili sarebbe comprensiva, negli stretti limiti autorizzati, anche della
loro manifestazione all’olfatto, anche perché, diversamente opinando, dovrebbe
irragionevolmente concludersi che l’ordinamento permetta e, all’un tempo,
punisca uno stesso identico comportamento.
Con il secondo motivo, il ricorso censura la violazione dell’art. 606, lett. b)
ed e) cod. proc. pen. per inosservanza, sotto altro profilo, dell’art. 674 e dell’art.
844 c.c., nonché per contraddittorietà ed erroneità della motivazione risultante
dal testo della sentenza impugnata e dagli atti del procedimento.
La sentenza impugnata sarebbe contraddittoria laddove da un lato
individuerebbe i limiti riportati nell’autorizzazione quale parametro per misurare
la tollerabilità delle emissioni; e, dall’altro, attraverso il richiamo alla sentenza n.
12018/15 di questa Corte ed al criterio della c.d. “stretta tollerabilità” da essa
evocato, oblitererebbe l’esistenza di limiti autorizzati.
Secondo il ricorrente, l’unico criterio utilizzabile al di fuori del riferimento a
regole positivamente legificate (cui sottintenderebbe l’inciso “nei casi non
consentiti dalla legge”), sarebbe quello della “normale tollerabilità” di cui all’art.
844 cod. civ., che imporrebbe di valutare se sussistono accorgimenti tecnici
trascurati, ovvero se, all’opposto, siano altri soggetti, come le stesse persone
offese, a non rispettare quei limiti.
Con riferimento alla nozione di “tollerabilità”, la sentenza impugnata
avrebbe travisato le risultanze processuali, assumendo che l’impianto fosse
collocato in zona residenziale, laddove le testimonianze del personale del Corpo
Forestale avrebbero riportato che “la fabbrica è stata localizzata in zona
artigianale”.
Inoltre, facendo applicazione del criterio della “normale tollerabilità” previsto
dall’art. 844 cod. civ. il Tribunale avrebbe dovuto valorizzare il legittimo “preuso”
del sito da parte dell’azienda, che, nel tempo, aveva adeguato le esigenze della
produzione alle migliori tecniche disponibili, quantomeno ritenendo insussistente
l’elemento soggettivo del reato.
Con il terzo motivo il ricorrente censura, ex art. 606, lett. e) cod. proc. pen.,
l’erroneità e contraddittorietà della motivazione risultante dal testo del
provvedimento impugnato e dagli altri atti del processo.
Il Tribunale avrebbe tratto la prova dell’intollerabilità delle emissioni
unicamente dalle “interessate e non riscontrate parole delle parti civili”,
considerato che nessuno degli altri residenti vicini all’insediamento si erano doluti
delle immissioni e che il teste Corsini, tecnico dell’ARTA, aveva riferito che sia in
occasione del sopralluogo nell’azienda, effettuato nell’ottobre 2011, sia nel
frangente del sopralluogo delegato dal pubblico ministero, gli operanti non
avevano “rilevato cattivi odori”. Tanto più che secondo Corsini l’azienda era stata
autorizzata a produrre le emissioni entro il limite di 6 mg; e, dunque, ben al di
sotto del limite di 35 mg previsto per la Regione Abruzzo, a sua volta inferiore
del 30% rispetto ai limiti nazionali, pari a 50 mg.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato e, pertanto, deve essere integralmente rigettato.
2. Con i primi due motivi il ricorrente sostiene per un verso che
l’autorizzazione a immettere, nell’aria, determinate sostanze chimiche si
estenderebbe anche alle relative emissioni odorigene; e, per altro verso, che la
configurabilità del reato di getto pericoloso di cose dovrebbe essere esclusa in
caso di emissioni provenienti da attività autorizzata, ovviamente a condizione
che esse siano contenute nei limiti dell’autorizzazione.
La tesi difensiva, tuttavia, non può essere condivisa.
Questa stessa Sezione della Suprema Corte, infatti, si è già pronunciata, in
passato, sull’argomento, affermando che anche nel caso in cui un impianto sia
munito di autorizzazione per le emissioni in atmosfera, in caso di produzione di
“molestie olfattive” il reato di getto pericoloso di cose è, comunque,
configurabile, non esistendo una normativa statale che preveda disposizioni
specifiche e valori limite in materia di odori (così Sez. 3, n. 36905 del
18/06/2015, dep. 14/09/2015, Maroni, Rv. 265188; Sez. 3, n. 2475 del
9/10/2007, dep. 17/01/2008, Alghisi e altro, Rv. 238447). Ne consegue che non
può riconoscersi automatica valenza scriminante alla produzione di emissioni
odorigene pur realizzata nell’ambito dell’ordinario ciclo produttivo dell’impresa,
ancorché regolarmente autorizzato. Né può condividersi l’assunto difensivo
secondo cui l’unicità e la coerenza dell’ordinamento non potrebbero consentire
che da un lato sia permesso e, dall’altro, sia punito uno stesso identico
comportamento, atteso che l’attività autorizzata potrebbe essere in ogni caso
realizzata con modalità tali da garantire, grazie all’adozione di puntuali
accorgimenti tecnici, il mancato prodursi di emissioni moleste o fastidiose (in
termini, v. Sez. 3, n. 15734 del 12/02/2009, dep. 15/04/2009, Schembri e altro,
Rv. 243387).
3. Sempre nell’ambito del secondo motivo di ricorso, la difesa dell’imputato
deduce che, anche a voler ritenere astrattamente configurabile la
contravvenzione di cui all’art. 674 cod. pen. nel caso in cui ricorra un
provvedimento che autorizzi determinate emissioni, nondimeno per ritenere
integrata la fattispecie in esame dovrebbe farsi ricorso, al fine di valutare la
liceità delle emissioni olfattive, al criterio della normale tollerabilità di cui all’art.
844 cod. civ..
Nondimeno, discende dalla premessa sviluppata al § 2, secondo cui non
esiste una normativa statale che preveda disposizioni specifiche e valori limite in
materia di odori, la coerente affermazione, che si rinviene nell’indirizzo qui
condiviso, secondo cui il parametro alla stregua del quale valutare la legittimità
dell’emissione deve essere individuato nel criterio della “stretta tollerabilità”,
attesa la inidoneità di quello della “normale tollerabilità” previsto dall’art. 844
cod. civ., ad assicurare una protezione adeguata all’ambiente ed alla salute
umana (Sez. 3, n. 36905 del 18/06/2015, dep. 14/09/2015, Maroni, Rv.
265188; Sez. 3, n. 2475 del 9/10/2007, dep. 17/01/2008, Alghisi e altro, Rv.
238447; Sez. 3, n. 11556 del 21/02/2006, dep. 31/03/2006, Davito Bava, Rv.
233565; Sez. 3, n. 19898 del 21/04/2005, Pandolfini, Rv. 231651).
4. Da ultimo il ricorrente censura il fatto che il tribunale abbia ritenuto di
ravvisare l’intollerabilità delle emissioni odorigene unicamente alla stregua delle
dichiarazioni delle persone offese. E tuttavia, anche con riferimento a tale profilo
deve ritenersi che le doglianze difensive non possano essere accolte.
Sul punto giova, infatti, premettere che ai fini della sussistenza del reato di
cui all’art. 674 cod. pen. è necessario che le condotte consistenti nel gettare o
versare abbiano attitudine concreta a molestare persone, non essendo sufficiente
una attitudine potenzialmente idonea alla molestia (Sez. 3, n. 25175 del
11/05/2007, dep. 3/07/2007, Gagliardi e altro, Rv. 237137). Tuttavia, la natura
di reato di pericolo concreto e il peculiare criterio di valutazione della tollerabilità
delle emissioni olfattive, comporta che sia sufficiente l’apprezzamento diretto
delle conseguenze moleste da parte anche solo di alcune persone, dalla cui
testimonianza il giudice può logicamente trarre elementi per ritenere l’oggettiva
sussistenza del reato, a prescindere dal fatto che tutte le persone siano state
interessate o meno dallo stesso fenomeno o che alcune non l’abbiano percepito
affatto; non essendo nemmeno necessario un accertamento tecnico (Sez. 3, n.
36905 del 18/06/2015, dep. 14/09/2015, Maroni, Rv. 265188; in termini
sostanzialmente analoghi v. Sez. 3, n. 12019 del 10/02/2015, dep. 23/03/2015,
Pippi, Rv. 262710, secondo cui ai fini dell’accertamento può farsi riferimento al
fastidio dichiarato dai testimoni che hanno una percezione quotidiana
dell’intensità dello stesso, nonché Sez. 3, n. 19206 del 27/3/2008, Crupi, Rv.
239874).
E lungo tale crinale interpretativo si è sicuramente mosso il Tribunale di
Lanciano, atteso che secondo quanto si ricava dalla sentenza impugnata, il
fastidio prodotto ad alcuni dei confinanti è stato positivamente accertato, sia
attraverso l’esame delle parti civili (le quali hanno riferito che a causa delle
esalazioni promananti dalla Ucciplast hanno sviluppato allergie ovvero “una
intolleranza alle emissioni della fabbrica che si ripercuote sulla loro salute”), sia
alla stregua della documentazione prodotta dalle parti; e gli stessi tecnici sentiti
a dibattimento, pur riferendo che le emissioni di fumo prodotte dall’azienda
erano al di sotto dei limiti di legge, hanno comunque sottolineato la possibilità
che le emissioni si accompagnino ad un cattivo odore, suscettibile di dare fastidio
alle persone che risiedano nelle vicinanze.
6. Alla stregua delle considerazioni che precedono deve conclusivamente
ritenersi che il ricorso sia infondato e, pertanto, debba essere rigettato.

PER QUESTI MOTIVI
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso in Roma, il 5/10/2016

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine