[Argomento] – Cassazione Penale 18/01/2017 N° 2431

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione IV

Data: 18/01/2017

Numero: 2431

Testo completo della Sentenza – Cassazione penale 18/01/2017 n° 2431:

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Penale Sent. Sez. 4 Num. 2431 Anno 2017
Presidente: ROMIS VINCENZO
Relatore: PEZZELLA VINCENZO
Data Udienza: 15/12/2016

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
DIONIGI ANDREA N. IL 22/08/1969
avverso l’ordinanza n. 6242/2013 CORTE APPELLO di BOLOGNA,
del 03/09/2015
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. VINCENZO PEZZELLA

RITENUTO IN FATTO
1. La Corte di Appello di Bologna, con ordinanza del 3/9/2015, dichiarava
inammissibile per mancanza di specificità dei motivi l’appello proposto da Andrea
Dionigi avverso la sentenza del Tribunale di Rimini emessa in data 13.1.2012.
L’ordinanza diveniva irrevocabile il 20/9/2015.
2. Il Dionigi, tuttavia, con istanza del 21/12/2015, chiedeva a mezzo del
proprio difensore di fiducia di essere restituito in termini per la proposizione del
ricorso per cassazione avverso tale ordinanza.
Il difensore ricorrente deduceva che il Dionigi aveva avuto notizia del
provvedimento soltanto allorquando era stato convocato dai Carabinieri di Misano Adriatico, luogo di residenza, per consegnare la patente di guida e che
l’ordinanza, che appariva apparentemente notificatagli a mezzo PEC al suo indirizzo di posta elettronica, non era mai da lui mai stata ricevuta sulla sua posta
elettronica. Aggiungeva, sul punto, che doveva essere onere dell’A.G. fornire
prova che egli avesse effettivamente ricevuto l’atto. E che, invece, tale prova
non risultava in atti.
In ricorso, sul presupposto dell’avvenuta remissione in termini, venivano
poi rivolte censure alla motivazione con cui la Corte territoriale aveva ritenuto
mancanti di specificità le doglianze propostele.
3. Il P.G. presso questa Suprema Corte ha rassegnato proprie conclusioni
scritte, con le quali ha rilevato l’inammissibilità del ricorso per tardività. La richiesta di restituzione in termini sarebbe incompatibile con l’affermata omessa
notifica, notifica che l’istanza di restituzione per caso fortuito o forza maggiore
presuppone.
In ogni caso, ritiene che anche a voler considerare tempestivo il ricorso,
lo stesso sarebbe manifestamente infondato in quanto con i motivi di appello il
difensore non indicava le ragioni per le quali andava concessa la prevalenza delle
circostanze attenuanti generiche, mentre la conversione della pena detentiva non
risulta essere stata richiesta nel giudizio di merito.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il proposto ricorso è inammissibile, essendo evidentemente tardivo e
non sussistendo le condizioni, per i motivi che si andranno ad evidenziare, perché possa trovare accoglimento la richiesta di remissione nel termine — che peraltro avrebbe dovuto essere avanzata secondo il disposto dell’art. 175 cod.
proc. pen.- e quindi perché possano essere valutate le doglianze proposte relative all’ordinanza impugnata.
2. Il difensore ricorrente dichiara di non avere mai ricevuto la notifica
dell’ordinanza impugnata effettuatagli a mezzo PEC, ma, ove questa affermazione fosse vera/
nessun termine sarebbe decorso.
In realtà, il termine per l’impugnazione è pienamente decorso. Ed era spirato da tempo allorquando è stato presentato il ricorso a questa Corte.
Ed invero, per dichiarazione dello stesso difensore, e come risulta dagli
atti -cui questa Corte di legittimità ha ritenuto di accedere in ragione del tipo di
doglianza propostale- la notifica della ordinanza di inammissibilità dell’appello è
stata operata il 4/9/2015 a mezzo PEC all’indirizzo di posta elettronica certificata
dell’Avv. Carlo Alberto Zaina, odierno ricorrente, che lo stesso non disconosce e
che peraltro risulta dai pubblici elenchi. Ebbene, l’art. 16, comma 9-bis, sub 1-
bis, del D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, coordinato con la legge di conversione 17
dicembre 2012, n. 221, prevede che, a decorrere dal 15 dicembre 2014 – quindi
da una data che precede quella di cui ci si occupa- nei procedimenti dinanzi ai
tribunali e alle corti d’appello, possono essere operate con la PEC le notificazioni
a persona diversa dall’imputato, a norma dell’art. 148 c.p.p., comma 2-bis, artt.
149 e 150 c.p.p., e art. 151, comma 2, c.p.p.
Nel caso in esame viene messa in discussione la notifica operata al difensore in proprio ex art. 591 co. 3 cod. proc. pen e quindi il problema non si pone.
Gioverà comunque ricordare che questa Corte ha di recente chiarito – e va qui
ribadito- che è valida la notifica effettuata, ai sensi dell’art. 161, comma quarto,
cod. proc. pen., mediante invio al difensore, tramite posta elettronica certificata
(c.d. pec), anche dell’atto da notificare all’imputato, atteso che la disposizione di
cui all’art. 16, comma quarto, D.L. 16 ottobre 2012 n. 179, che esclude la possibilità di utilizzare la “pec” per le notificazioni all’imputato, va riferita esclusivamente alle notifiche effettuate direttamente alla persona fisica dello stesso e non
a quelle eseguite mediante consegna al difensore seppure nel suo interesse (Sez.
4, n. 16622 del 31/3/2016, Severi, Rv. 266529).
Ad avviso del difensore, tuttavia, per dare certezza legale della ricezione
della notifica a mezzo PEC non basterebbe la prova della “consegna telematica”
dell’atto, ma occorrerebbe una prova che egli poi l’abbia effettivamente ricevuto
e visualizzato sul suo computer.
In realtà, non è così. Ed opinare nel senso di cui in ricorso equivarrebbe a
negare le ragioni e l’utilità stessa di un sistema così complesso -e pienamente
affidabile- qual è quello della posta elettronica certificata, in grado di contribuire,
per scelta legislativa, a salvaguardare un diritto costituzionalmente tutelato quel
è quello alla ragionevole durata del processo coniugandolo senza inficiare quello
di pari rango alla certezza di conoscenza del processo stesso che occorre per salvaguardare il diritto alla difesa.
La Posta Elettronica Certificata (PEC) è il sistema che, per espressa previsione di legge (DPR 11 Febbraio 2005 n.68) consente di inviare email con valore
legale equiparato ad una raccomandata con ricevuta di ritorno. Benché il servizio
PEC presenti forti similitudini con la tradizionale posta elettronica, presenta caratteristiche aggiuntive tali da fornire agli utenti la certezza – a valore legale –
dell’invio e della consegna (o della mancata consegna) delle email al destinatario.
La Posta Elettronica Certificata ha lo stesso valore legale della raccomandata con ricevuta di ritorno con attestazione dell’orario esatto di spedizione. Inoltre, il sistema di Posta Certificata, grazie ai protocolli di sicurezza utilizzati, è in
grado di garantire la certezza del contenuto non rendendo possibili modifiche al
messaggio, sia per quanto riguarda i contenuti che eventuali allegati.
Tale sistema è stato creato proprio al fine di garantire, in caso di contenzioso, l’opponibilità a terzi del messaggio. E non a caso, in tale ottica, è stato
previsto come obbligatorio che taluni soggetti professionali, tra cui gli avvocati,
se ne dovessero dotare.
Il termine “certificata” si riferisce al fatto che il gestore del servizio rilascia
al mittente una ricevuta che costituisce prova legale dell’avvenuta spedizione del
messaggio ed eventuali allegati. Allo stesso modo, il gestore della casella PEC del
destinatario invia al mittente la ricevuta di avvenuta consegna.
I gestori certificano quindi con le proprie “ricevute” che il messaggio: a. é
stato spedito; b. è stato consegnato; c. non è stato alterato
In ogni avviso inviato dai gestori – qual è quello in atti di cui si dirà di qui
a poco- è apposto anche un riferimento temporale che certifica data ed ora di
ognuna delle operazioni descritte. I gestori inviano ovviamente avvisi anche in
caso di errore in una qualsiasi delle fasi del processo (accettazione, invio, consegna) in modo che non possano esserci dubbi sullo stato della spedizione di un
messaggio. Nel caso in cui il mittente dovesse smarrire le ricevute, la traccia informatica delle operazioni svolte, conservata dal gestore per 30 mesi, consentirà
la riproduzione, con lo stesso valore giuridico, delle ricevute stesse.
3. Ciò che distingue, dunque, la posta elettronica certificata dalla posta
elettronica tout court è proprio la certezza legale dell’invio e della ricezione
dell’atto a dei soggetti ben determinati, ovvero “certificati”.
La riconducibilità di un determinato indirizzo ad un soggetto predeterminato, in altri termini, è garantita da un ente o soggetto certificatore.
Nel caso che ci occupa il mittente è un ufficio giudiziario e l’Ordine degli
Avvocati di Rimini garantisce che l’indirizzo di posta elettronica del destinatario è
quello attributo all’avv. Zaina odierno ricorrente, che peraltro – va ancora una
volta ribadito- non disconosce tale circostanza.
Ebbene, va chiarito che la notifica a mezzo PEC è pienamente valida ed
efficace a far decorrere i termini processuali e si perfeziona con la ricezione del
messaggio di consegna che – come si evince ex actis e come lo stesso ricorrente
dichiara- è avvenuta alle ore 11.00:24 del 4 settembre 2015.
La ricevuta telematica che, come quella in atti, attesti l’avvenuta consegna al destinatario costituisce prova legale dell’avvenuta notifica, al pari della
cartolina di A.R. di un tempo sottoscritta dall’incaricato alla ricezione atti presso
l’ufficio del difensore, che oggi ha l’obbligo di legge, e non la facoltà, di avere un
indirizzo di posta elettronica certificata.
Quella ricevuta emessa dal sistema di notifiche e comunicazioni telematiche della Corte di Appello di Bologna attesta, in altri termini, che quel messaggio
di posta elettronica certificata, con allegata l’ordinanza chiaramente identificata
con il numero di registro generale, non solo è stato spedito da un indirizzo certamente riconducibile a quell’ufficio, ma anche che stato regolarmente accettato
il 4/9/2015 alle ore 11:00:18 alla casella di PEC carloalberto.zaina@ordineavvocatiriminiit ed è stato consegnato in pari data alle
11:00:24..
E’ manifestamente infondata, dunque, la doglianza del difensore, che deduce, senza peraltro provare alcun malfunzionamento del sistema, che egli non
ha mai ricevuto quel messaggio di posta elettronica. A ben vedere, infatti, è come se egli, per continuare il parallelo con il “vecchio” sistema di posta ordinaria,
non contestasse di avere ricevuto la raccomandata con avviso di ricevimento
contenente l’atto giudiziario al suo studio, ma dichiarasse di non averla mai letta.
E richiedesse all’ufficio di fornire la prova di tale lettura.
Evidentemente una tesi siffatta non è proponibile. Come detto, la semplice verifica dell’avvenuta accettazione dal sistema e della successiva consegna,
ad una determinata data ed ora, del messaggio di posta elettronica certificato
contenente l’allegato notificato è sufficiente a far ritenere perfezionata e pienamente valida la notifica. L’eventuale mancata lettura dello stesso da parte del difensore per eventuale malfunzionamento del proprio computer andrebbe imputato a mancanza di diligenza del difensore che nell’adempimento del proprio mandato è tenuto a dotarsi dei necessari strumenti informatici e a controllarne
l’efficienza. Peraltro nemmeno può sostenersi la tesi che la PEC sia stata spedita
e mai recapitata, ad esempio perché la casella PEC potesse risultare troppo piena. Ciò in quanto, come già evidenziato in precedenza, l’eventuale mancata ricezione, per incapienza della casella di posta elettronica o per qualunque altro motivo, avrebbe generato comunque, da parte del gestore, un messaggio di mancata consegna, il che nel caso in questione non è avvenuto.
Con ogni probabilità, pertanto, il sostenuto mancato avvedersi da parte
del difensore dell’avvenuta notificazione è stato causato da una cattiva gestione
dei propri strumenti informatici.
4. Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell’art. 616 cod. proc.
pen, non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento
della sanzione pecuniaria nella misura indicata in dispositivo

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di C 2000,00 in favore della Cassa delle Ammende
Così deciso in Roma il 15 dicembre 2016

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