[Argomento] – Cassazione Penale 16/01/2017 N° 1767

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 16/01/2017

Numero: 1767

Testo completo della Sentenza – Cassazione penale 16/01/2017 n° 1767:

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Penale Sent. Sez. 3 Num. 1767 Anno 2017
Presidente: ROSI ELISABETTA
Relatore: GENTILI ANDREA
Data Udienza: 07/04/2016

sul ricorso proposto da:

SENTENZA
FLORE Giacomo, nato a Cagliari il 10 novembre 1987;
avverso la ordinanza emessa nei suoi confronti dal Gip del Tribunale di Cagliari in
data 6 giugno 2015;
letti gli atti di causa, la ordinanza impugnata e il ricorso introduttivo;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. Andrea GENTILI;
letta la requisitoria scritta del PM, in persona del Sostituto Procuratore generale
Dott. Vito D’AMBROSIO, il quale ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
Con ordinanza depositata il 6 giugno 2015, alle ore 12, il Gip del Tribunale
di Cagliari ha convalidato il decreto emesso, ai sensi dell’art. 6 della legge n.
401 del 1989, dal Questore di Cagliari a carico dell’odierno ricorrente e con il
quale – in considerazione del fatto che questi, in data 17 aprile 2015, si era
reso protagonista, unitamente ad altre persone, delle quali solo alcune erano
state identificate, di un episodio di violenza all’interno del centro sportivo
utilizzato dalla squadra di calcio del Cagliari, in danno dei calciatori di tale
squadra e del loro allenatore – era stato imposto al medesimo, per la durata di
anni 8, l’obbligo di comparire personalmente di fronte agli organi di pubblica
sicurezza in occasione degli incontri di calcio disputati dalla compagine
Cagliari Calcio, secondo le modalità meglio indicate nel provvedimento
amministrativo.
Avverso tale provvedimento ha interposto ricorso per cassazione il Fiore,
deducendo la violazione di legge in cui sarebbe incorso il giudice della
convalida per avere provveduto nel senso indicato sebbene i fatti di cui alla
contestazione non si fossero verificati in occasione o a causa di manifestazioni
sportive.
Il ricorrente ha ulteriormente eccepito il vizio della ordinanza impugnata
in relazione alla sussistenza degli elementi idonei a dimostrare che il Flore si
sia reso responsabile degli episodi a lui addebitati.
Ha, quindi, dedotto il difetto di motivazione in relazione alla necessità di
predisporre anche le prescrizioni oggetto di convalida ed in relazione al fatto
che le medesime prevedano la loro attivazione anche in relazione alla disputa
di incontri di calcio amichevoli della squadra del Cagliari.
E’ stata ancora censurata la ordinanza nella parte in cui in essa, con
ipotizzata omessa motivazione, non si è tenuto conto delle argomentazioni
introdotte dal ricorrente con le depositate memorie illustrative.
Infine il ricorrente ha prospettato alla Corte la questione di legittimità
costituzionale, per contrasto con gli artt. 3, 4 e 13, comma terzo, della
Costituzione, dell’art. 2, comma 1, lettera b) , del decreto legge n. 119 del
2014, ovvero, in via subordinata, dell’art. 6, comma 8, della legge n. 401 del
1989, per contrasto con l’art. 4 della Costituzione.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato.
2. Ritiene la Corte di dovere esaminare in via prioritaria, data la loro
prevalenza logica, le questioni di legittimità costituzionale prospettate dal
ricorrente.
Siffatte questioni sono manifestamente infondate o inammissibili.
Invero, chiarendo e rettificando in parte il contenuto del ricorso sul punto,
risulta che il ricorrente ha inteso sottoporre all’esame di questo Collegio la non
manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale, in prima
istanza, dell’art. 6, comma 5, della legge n. 401 del 1989, come modificato
per effetto della entrata in vigore dell’art. 2, comma 1, lettera b), del decreto
legge n. 119 del 2014, convertito con modificazioni con legge n. 146 del
2014, il quale ha introdotto, al citato comma 5, i seguenti periodi: “In caso di
condotta di gruppo di cui al comma 1, la durata (…dei divieti e delle
prescrizioni accessorie…) non può essere inferiore a tre anni nei confronti di
coloro che ne assumono la direzione. Nei confronti della persona già
destinataria del divieto di cui al primo periodo è sempre disposta la
prescrizione di cui al comma 2 e la durata del nuovo divieto e della
prescrizione non può essere inferiore a cinque anni e superiore a otto anni”.
Ad avviso del ricorrente, infatti, apparirebbe irragionevole che la durata
massima della misura di prevenzione, secondo la previsione contenuta nella
legge n. 1423 del 1956, debba essere contenuta entro il limite di 5 anni,
mentre quella connessa alla operatività della legge n. 401 del 1989 possa
travalicare detto limite.
Ritiene, altresì, il ricorrente che non sia ragionevole l’aggravamento della
durata delle prescrizioni sulla base del solo fatto che il soggetto destinatario di
esse lo sia stato anche nel passato.
Sempre ad avviso del ricorrente sarebbe, altresì, costituzionalmente
illegittima la disposizione nella parte in cui, in violazione dell’art. 4 della
Costituzione, il quale tutela il diritto al lavoro, essa impone al Questore
l’obbligo di applicare la prescrizione, prescindendo da qualsiasi altra
valutazione, comprese quelle volte a garantire la continuità del lavoro del
destinatario del provvedimento.
La disposizione censurata sarebbe, altresì, in contrasto con l’art. 13,
comma terzo, della Costituzione, nella parte in cui non prevede che la misura
di sicurezza, limitativa della libertà personale del destinatario, debba essere
adottata solo in presenza del presupposto della “eccezionale necessità ed
urgenza”, richiesto invece dalla disposizione costituzionale che si assume
violata.
In via subordinata, in particolare laddove questa Corte non ritenesse di
dovere sollevare la questione di legittimità costituzionale del citato art. 6,
comma 5, della legge n. 401 del 1898 in relazione al parametro costituito
dall’art. 4 della Costituzione, il ricorrente ritiene in contrasto con la Carta
fondamentale, in particolare anche in questo caso con il suo art. 4, l’art. 6,
comma 8, della legge n. 401 del 1989, nella parte in cui non consente al
destinatario del provvedimento del Questore, ove ricorrano gravi e
comprovate esigenze, di essere autorizzato, anche nella ipotesi di cui al
comma 5 del medesimo art. 6, da detto organo a comunicare all’Autorità cui
egli dovrebbe presentarsi il luogo di privata dimora presso il quale lo stesso
sia reperibile durante lo svolgimento delle manifestazioni sportive in relazione
alle quali egli avrebbe avuto l’obbligo di presentazione.
3. Le questioni così come prospettate appaiono, si ribadisce, tutte
manifestamente infondate o, comunque, inammissibili.
Con riferimento, infatti, alla pretesa irragionevolezza della durata della
prescrizione accessoria alla emissione del Daspo da parte della Autorità di
pubblica sicurezza, durata che, in determinati casi, quale è peraltro quello
dell’attuale ricorrente, è fissata dal legislatore nella misura minima di anni 5
ed in quella massima di anni 8,deve rilevarsi che la questione è, per un verso
manifestamente infondata, atteso che la pretesa comparazione fra la
disposizione indubbiata, cioè il comma 5 dell’art. 6 della legge n. 401 del
1989, nel testo risultante a seguito della novellazione introdotta per effetto
della entrata in vigore dell’art. 2, comma 1, lettera b) , del decreto legge n. 11
del 2014, convertito con modificazioni con legge n. 146 del 2014, e la legge n.
1423 del 1956 (è da ritenersi che il ricorrente intendesse riferirsi all’art. 4,
comma 7, della citata legge) è evidentemente errata.
A prescindere dal fatto che la disposizione indicata come tertium
comparationis è stata abrogata per effetto dell’art. 120 del dlgs n. 159 del
2011, cosiddetto Codice antimafia, elemento questo che di per sé renderebbe
vana la comparazione, va rilevato che seppure si intendesse trasferire il
criterio comparativo sul nuovo art. 8, comma 1, del citato dlgs n. 159 del
2011, il quale prevede anch’esso che la durata della misura di prevenzione
stabilita dal Tribunale nei confronti dei soggetti individuati ai sensi del
precedente art. 4 del medesimo decreto legislativo, vada da un minimo di 1
anno ad un massimo di 5 anni, la evidente diversità di presupposti e di finalità
fra le due diverse tipologie di misure, renderebbe del tutto impraticabile il
tentativo di istituire un rapporto di valida comparazione fra le due discipline
normative.
Va, peraltro, detto che, in ogni caso, ove non appaia prima facie
manifestamente sproporzionata al caso, la disciplina della durata anche delle
misure di prevenzione è riservata alla discrezionalità del legislatore, sicché, in
ogni caso, su di essa non potrebbe intervenire, non potendo tale organo
sostituirsi nell’individuare un diversa più appropriata disciplina temporale della
durata della misura, neppure la Corte costituzionale, esulando una siffatta
determinazione, stante appunto l’ampio margine di libero apprezzamento che
in materia è riservato in via esclusiva al legislatore, dall’ambito dei suoi poteri
conformativi della disciplina legislativa.
Neppure è riscontrabile la irragionevolezza dedotta dal ricorrente in
relazione all’aggravamento della durata delle misure nell’ipotesi in cui le
stesse debbano essere applicate a soggetto già in precedenza attinto da
analoghi provvedimenti.
Al riguardo – va, peraltro, precisato – il ricorrente prende le mosse da una
errato presupposto interpretativo della disposizione in questione; parrebbe,
infatti, dal tenore delle argomentazioni dal medesimo svolte, che egli abbia
inteso la portata della disposizione in questione nel senso che l’automatismo
della misura di prevenzione operi laddove essa concerna soggetti cui essa già
sia stata applicata, anche nel caso in cui la sua durata si sia integralmente
consumata; tale assunto è, tuttavia, errato posto che, viceversa, la norma
deve essere intesa nel senso che il detto automatismo e la relativa
maggiorazione cronologica operi laddove i presupposti per la sua applicazione
concernano soggetti, quale è d’altra parte lo stesso Fiore, per i quali la
applicazione della precedente misura sia ancora in corso.
E’, infatti, evidente che è in un’ipotesi quale quella da ultimo descritta che
si palesa come ineludibile la necessità di rendere concretamente efficace,
attraverso la automatica applicazione delle prescrizioni, il divieto imposto al
soggetto ai sensi del comma 1 dell’art. 6 della legge n. 401 del 1989; il fatto
che questi, nonostante il divieto ancora in atto, si sia sottratto agli obblighi ad
esso connessi, impone all’ordinamento l’apprestamento di mezzi, quali sono
appunto le prescrizioni di cui al successivo comma 2, che assicurino, per il
futuro, anche sotto la comminatoria della sanzione penale in caso di
inosservanza, il puntuale adempimento di quanto da loro imposto.
Parimenti del tutto infondata è la questione di legittimità costituzionale
della medesima disposizione sopra citata se parametrata con l’art. 4 della
Costituzione, il quale tutela il diritto al lavoro.
Infatti, a prescindere dalla evidente genericità della questione, non
avendo il ricorrente chiarito in quali termini il suo personale diritto al lavoro
potrebbe essere pregiudicato dalla applicazione della norma in ipotesi
censurata, non vi è dubbio che, anche laddove la adozione delle prescrizioni di
cui al comma 2 dell’art. 6 della legge n. 401 del 1989 sia imposta per legge,
cioè nelle fattispecie previste a seguito della intervenuta novellazione del
comma 5 dell’art. 6 della legge n. 401 del 1989, vale anche in questi casi la
previsione di cui al citato comma 2, secondo la quale il Questore, nel
modulare concretamente i termini nei quali è strutturato l’obbligo del
destinatario del Daspo di presentarsi di fronte alla autorità di pubblica
sicurezza, dovrà tenere conto, acciocché la misura non diventi
esageratamente limitativa se non del tutto privativa della possibilità per costui
di svolgere la sua attività lavorativa, del tipo di attività da quello svolta,
individuando, nei limiti del possibile, un punto di contemperamento che
salvaguardi sia le esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica che
le esigenze di privata, ma non per questo trascurabile, rilevanza quale quella
alla prosecuzione del lavoro dal parte del destinatario del provvedimento.
Quanto alla violazione dell’art. 13, comma terzo, della Costituzione non vi
è dubbio che essa non ricorra, posto che, come è evidente dalla piana lettura
dell’art. 6 della legge n. 401 del 1989, la immediata efficacia delle misure di
cui al comma 2 della detta disposizione, in attesa della loro convalida da parte
della autorità giudiziaria, è di per sé subordinata alla esigenza di immediata
ed urgente salvaguardia dell’ordine e della sicurezza pubblica come
evidenziato dalla puntuale indicazione, contenuta nel comma 1 della stessa
disposizione, delle condizioni che, ponendo in luce una situazione di potenziale
pericolo, legittimano la adozione delle misura in questione.
Infine, con riferimento alla subordinata eccezione di illegittimità
costituzionale, relativa all’art. 6, comma 8, della legge n. 401 del 1989,
anch’essa articolata in relazione al preteso contrasto di detta norma con l’art.
4 della Costituzione, laddove, nel prevedere le ipotesi in cui il destinatario
delle prescrizioni può essere autorizzato dal Questore, al posto della sua
presentazione alla autorità di pubblica sicurezza, a comunicare a questa il
luogo di privata dimora ove egli sarà reperibile negli orari di presentazione,
non richiama, oltre ai casi di cui ai precedenti commi 2, 6 e 7, anche il caso
di cui al comma 5, non vuol dire che siffatta autorizzazione non possa essere
concessa anche laddove la misura sia stata disposta ai sensi del comma 5,
atteso che detto comma, a sua volta, in forza del richiamo in esso contenuto
al comma 2, non esula dall’ambito di possibile operatività del comma 8 del
citato art. 6.
Così come non appare da escludersi che fra le gravi e comprovate
esigenze che possono giustificare la autorizzazione de qua possa anche
rientrare una necessità di carattere lavorativo, purché abbia le caratteristiche
di certezza e gravità ordinariamente richieste dal citato comma 8.
4. Passando ai restanti motivi di impugnazione, rileva la Corte che, con il
primo di essi il ricorrente lamenta il fatto che, essendosi verificati gli eventi
posti a base della applicazione delle prescrizioni accessorie al divieto imposto
dal Questore di Cagliari non in occasione o a causa di manifestazioni sportive,
esse, salva ogni altra loro eventuale conseguenza anche sul piano penale, non
potevano comportare l’attivazione dei provvedimenti di cui all’art. 6 della
legge n. 401 del 1989.
L’assunto è infondato.
Ritiene, infatti, il Collegio che la espressione “in occasione o a causa di
manifestazioni sportive” non debba essere inteso nel senso che gli atti di
violenza o comunque le restanti condotte che possano giustificare la adozione
dei provvedimenti di cui all’art. 6 della legge n. 401 del 1989 debbano essersi
verificati durante lo svolgimento della manifestazione sportiva ma nel senso
che con essa abbiano un immediato nesso eziologico, ancorché non di
contemporaneità.
La ratio della disposizione in questione è, infatti, quella di prevenire
fenomeni di violenza, tali da mettere a repentaglio l’ordine e la sicurezza
pubblica, laddove questi siano connessi non con la pratica sportiva ma con
l’insorgenza di quegli incontrollabili stati emotivi e passionali che, tanto più
ove ci si trovi di fronte ad una moltitudine di persone, spesso covano e si
nutrono della appartenenza a frange di tifoserie organizzate, perlopiù, ma non
esclusivamente, operanti nell’ambito del gioco del calcio.
Si tratta di fenomeni per i quali fungono da catalizzatore, spesso con
improvvise a incontrollabili interazioni, sia l’andamento agonistico più o meno
soddisfacente della compagine per la quale si parteggia ovvero le modalità
con cui l’apparato amministrativo ed organizzativo di questa intende condurre
il rapporto con la propria tifoseria sia l’eventuale confronto, in una logica
elementare in cui la appartenenza ad un gruppo comporta la ostilità verso altri
gruppi, immediatamente intesi come possibili assalitori, con una tifoseria
avversa.
E’, pertanto, evidente che un’eventuale limitazione della portata della
norma ora in questione che ne confinasse l’applicazione alla sola durata della
manifestazione sportiva, ridurrebbe di molto la efficacia dissuasiva della
medesima, posto che renderebbe inapplicabile la relativa disciplina
ogniqualvolta gli eventi, pur determinati da una mal governata passione
sportiva e dalla distorsione del ruolo del tifoso, si realizzino in un momento
diverso dal verificarsi del fattore che li ha scatenati.
Con riferimento al caso in questione il provvedimento impugnato è
lapidario nel rilevare che i gravi fatti che hanno determinato la emissione a
carico del Flore del Daspo, e delle prescrizioni volte ad assicurarne il rispetto,
si sono verificati, oltre che all’interno dell’impianto sportivo utilizzato dalla
squadra del Cagliari Calcio per gli allenamenti dei propri calciatori, proprio in
ragione del ritenuto scarso impegno agonistico da questi ultimi dimostrato
negli incontri dalla medesima compagine calcistica disputati; è, perciò, chiaro
che la immediata ed univoca connessione eziologica fra le condotte poste a
fondamento della misura di prevenzione e lo svolgimento di manifestazioni
sportive, sia, pertanto, tale da giustificare, senza alcun dubbio, stante la
natura stessa dei provvedimenti presi (essendo questi volti a prevenire,
attraverso la realizzata innocuità dei soggetti apparentemente più facinorosi, il
verificarsi di più gravi eventi parimenti connessi con lo svolgimento di
manifestazioni sportive), la loro adozione, senza che incida su di essa il fatto
che i medesimi fatti di violenza siano avvenuti non nel corso di una
manifestazione sportiva.
5. Sul difetto di motivazione della ordinanza di convalida in merito alla
attribuzione dei fatti contestati al Fiore, è sufficiente osservare, onde rilevare
la infondatezza della censura, che questa è stata plausibilmente ritenuta da
parte del giudice della convalida sulla base della rilevata, e non diversamente
motivata, presenza del Fiore, personaggio per altro non nuovo alla
commissione di illeciti collegati alla appartenenza ad una tifoseria calcistica,
sul luogo dei fatti al momento in cui gli stessi si sono verificati.
6. Quanto al difetto di motivazione sulla necessità di imporre, per la
durata massima, anche l’obbligo prescrittivo di cui al comma 2 dell’art. 6 della
legge n. 401 del 1989 ed alla sua estensione anche in corrispondenza di
partite amichevoli disputate dalla squadra del Cagliari Calcio, la doglianza non
coglie nel segno, posto che la singolare personalità del Flore, reiteratamente
destinatario di provvedimenti interdittivi e di misure di sicurezza del tipo di
quello di cui ora si tratta, è evidentemente refrattaria a misure più blande, i
cui effetti non sono stati, sinora tali, sulla base dei dati evidenziati dal giudice
della convalida, a contenerne le violente pulsioni.
7. Infine, per ciò che concerne la dedotta omessa motivazione in ordine
alle precise censure che il ricorrente avrebbe mosso al provvedimento
questorile e delle quali il giudice della convalida non avrebbe tenuto conto, va
rilevata la genericità della lagnanza, atteso che il ricorrente non ha affatto
evidenziato né quali temi egli abbia sollevato in sede di memoria difensiva da
lui redatta in previsione del provvedimento di convalida del decreto del
Questore di Cagliari, nè in che termini gli stessi, se adeguatamente valutati
dal Gip isolano, avrebbero potuto o dovuto condurre questo ad una
valutazione diversa rispetto a quella assunta con il provvedimento impugnato.
8. Per le ragioni sopraesposte il ricorso del Flore deve essere rigettato e
questi, visto l’art. 6216 cod. proc. pen., deve essere condannato al
pagamento delle spese processuali.

PQM
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso in Roma, il 7 aprile 2016

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