[Argomento] – Cassazione Penale 09/01/2017 N° 652

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 09/01/2017

Numero: 652

Testo completo della Sentenza – Cassazione penale 09/01/2017 n° 652:

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Penale Ord. Sez. 5 Num. 652 Anno 2017
Presidente: VESSICHELLI MARIA
Relatore: MICCOLI GRAZIA
Data Udienza: 19/12/2016

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
D’AMICO TIZIANO nato il 08/09/1983 a TRANI
avverso la sentenza del 25/05/2015 della CORTE APPELLO di ANCONA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 19/12/2016, la relazione svolta dal Consigliere
GRAZIA MICCOLI
Udito il Procuratore Generale in persona del MARIO FRATICELLI
che ha concluso per
Il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, nella persona del dott. Mario
FRATICELLI, ha concluso chiedendo la rimessione alle Sezioni Unite.
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 25 maggio 2015 la Corte di appello di Ancona ha confermato
la pronunzia di primo grado, emessa dal Tribunale di Macerata, con la quale Tiziano
D’AMICO era stato condannato per il reato di cui all’art. 624 bis, terzo comma
(perché aggravato ex art. 625, primo comma, n. 2), del codice penale.
Al D’AMICO era stato contestato il fatto di essersi introdotto, infrangendo il vetro
di una finestra, nell’esercizio commerciale “La Locanda dei Lords” e di essersi
impossessato di 200 euro (prelevati dalla cassa), nonché di una macchina
fotografica (di proprietà del titolare dell’esercizio).
2. Propone ricorso il difensore dell’imputato, denunziando violazione di legge e vizi
motivazionali in relazione all’art. 624 bis cod. pen. e al concetto, cui fa riferimento
tale norma, di “luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora”.
Il ricorrente censura la decisione della Corte territoriale nella parte in cui ha
ritenuto che possa considerarsi luogo di “privata dimora” un ristorante.
Evidenzia, quindi, che in materia v’è un contrasto di giurisprudenza e, chiedendo
l’annullamento della sentenza impugnata, sostiene che debba condividersi la tesi
interpretativa secondo la quale non può considerarsi “luogo di privata dimora” un
esercizio commerciale, per di più durante l’orario di chiusura.
In via subordinata, il ricorrente chiede la rimessione della questione alle Sezioni
unite di questa Corte.
3. Con memoria depositata in data 14 dicembre 2016, il difensore dell’imputato
ribadisce quanto sostenuto con il ricorso, scindendo le tematiche sotto due profili:
a) contesta la configurabilità del ristorante come “privata dimora”, in quanto luogo
non destinato allo svolgimento degli atti della vita privata; b) dopo aver
sottolineato che il D’AMICO si era introdotto nel ristorante durante l’orario di
chiusura e dopo essersi accertato che nessuno fosse presente nel locale, esclude
che, al momento del furto, nell’esercizio commerciale si stessero concretamente
svolgendo “atti della vita privata”.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso deve essere rimesso alle Sezioni Unite, rilevandosi un contrasto nella
giurisprudenza di legittimità (già segnalato con relazione dell’Ufficio del
Massimario n. 50/16 del 26 settembre 2016, in aggiornamento della relazione n.
V/002/15), in particolare con riferimento alla questione della configurabilità del
reato di cui all’art. 624 bis cod. pen. (furto in abitazione ossia mediante
introduzione in luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora) quando
l’azione delittuosa venga posta in essere in esercizi commerciali, studi
professionali, stabilimenti industriali e, in generale, in luoghi di lavoro,
segnatamente qualora la condotta sia ivi posta in essere in orario di chiusura al
pubblico della sede lavorativa e, in particolare, nell’ipotesi di assenza di persone
dedite ad una qualche attività o mansione all’interno di tali luoghi in detti orari.
2. Nel caso in esame la questione è rilevante giacché, sulla base della ricostruzione
dei fatti desumibile dalle sentenze di merito, l’imputato ha commesso il furto
introducendosi in un ristorante, durante l’orario di chiusura pomeridiana.
Come si è già evidenziato, il D’AMICO era entrato nel locale da una finestra, dalla
quale era pure fuggito, dopo essersi impossessato della somma di denaro,
custodita nella cassa, e di una macchina fotografica del titolare dell’esercizio.
Al momento del furto nel locale non v’era alcuna persona, mentre il proprietario
era sopraggiunto proprio mentre il D’AMICO stava uscendo dalla finestra, così
facendolo arrestare subito dopo, avendolo seguito ed avendo allertato le forze di
polizia.
3. Prima di affrontare lo specifico tema del contrasto sopra menzionato, è
necessario formulare delle osservazioni di carattere generale quanto alla nozione
di “privata dimora” accolta dalla giurisprudenza nelle diverse fattispecie del codice
penale e processuale penale nelle quali essa viene in considerazione, dovendosi
evidenziare che si tende a proporne una interpretazione a volte estensiva e altre
volte restrittiva, che denuncia una incomprimibile divergenza di vedute.
Tenuto conto che l’art. 624 bis cod. pen. nasce da una novella del 2001, che intese
ampliare l’ambito di punizione del furto, non più soltanto in “luogo destinato ad
abitazione” (v. art. 625 n. 1 cod. pen., ora abrogato), ma anche in ogni “luogo
destinato in tutto o in parte a privata dimora”, fondamentale appare richiamare
le sentenze riguardanti il reato di violazione di domicilio (art. 614 cod. pen.), che
per prime hanno fornito una elaborazione della nozione di “privata dimora”,
espressamente evocata nell’art. 624 bis cod. pen.
In quelle sentenze si era sottolineato, sulla base della stessa lettera dell’art. 614,
che il concetto di “privata dimora” fosse più ampio di quello di “abitazione”,
comprendendo ogni altro luogo che, pur non essendo destinato a casa di
abitazione, venisse usato, anche in modo transitorio e contingente, per lo
svolgimento dell’attività privata, come quella di studio, di svago, di lavoro, di
commercio, rientranti nella larga accezione di “libertà domestica”.
Sono stati considerati, pertanto, “luoghi di privata dimora” il bar, il negozio e gli
altri luoghi, nei quali l’avente diritto, dopo la chiusura dell’esercizio al pubblico, si
soffermi per l’esplicazione di un’attività privata (Sez. 1, n. 8955 del 5/3/1976,
Granzotto, Rv. 134378; Sez. 5, n. 5767 del 14/5/1981, Giacomelli, Rv. 149312).
Si è considerato luogo di privata dimora anche quello adibito all’esercizio di una
attività, ove « ogni persona ha diritto di svolgere liberamente e legittimamente
senza turbamenti da parte di terzi, ai quali può essere vietata la introduzione o la
permanenza nel luogo stesso. Ne consegue che anche il ristorante, ove il soggetto
esplica la propria attività commerciale, è luogo che viene protetto dalla norma su
indicata, che attribuisce, perciò, al gestore del locale il potere di impedire l’accesso
e di espellere coloro che si introducono per azioni illecite» (Sez. 2, n. 1353 del
06/11/1984, Barbagallo, Rv. 167811).
3.1. La stessa nozione di “privata dimora” è quella utilizzata, mediante
richiamo espresso dell’art. 614 cod. pen.,
– nel delitto di cui all’art. 615 cod. pen. (in relazione al quale si è ribadito
che il concetto di “privata dimora” è più ampio di quello di casa d’abitazione,
comprendendo ogni altro luogo che assolva alla funzione di proteggere la vita
privata, come quello destinato ad attività culturale con soggiorno che, per quanto
breve, abbia comunque una certa durata. Si è quindi ritenuto che anche le aree
adiacenti ed esterne a un “castello” non possano che avere le medesime
caratteristiche di esplicazione della vita privata e, quindi, rientrano pienamente
nel disposto di cui all’art. 615 cod.pen. – Sez. 5, n. 29093 del 30/01/2015,
Castiglioni, Rv. 264846);
– nel delitto di cui all’ art. 615 bis cod. pen. (il riferimento contenuto nel
primo comma di tale norma ai luoghi indicati nell’art. 614 “ha la funzione di
delimitare gli ambienti nei quali l’interferenza nella altrui vita privata assume
penale rilevanza” – Sez. 5, n. 9235 del 11/10/2011, M., Rv. 251999);
– nell’ aggravante prevista dall’art. 52, comma 2, cod. pen. (si è posto il
problema di delimitare l’ambito di applicabilità della norma, sicché -per esempiosi è escluso che la presunzione di proporzionalità a favore della reazione di difesa
in luoghi di domicilio o ad esso equiparabili operi con riguardo a condotte compiute
nell’abitacolo di una autovettura, precisandosi al riguardo che si tratta di «spazio
privo dei requisiti minimi necessari per potervi soggiornare per un apprezzabile
periodo di tempo e nel quale non si compiono atti caratteristici della vita
domestica» – Sez. 4, n. 19375 del 14/03/2013, Todero, Rv. 255894).
3.2 Nelle disposizioni sul furto in abitazione (art. 624 bis) e sulla rapina
aggravata (art. 628, terzo comma, n. 3-bis, mediante richiamo all’art. 624 bis),
invece, senza operare un rinvio all’art. 614 cod. pen., vi è il riferimento diretto ai
luoghi “destinati in tutto o in parte a privata dimora”.
E’ del tutto evidente che la precisazione fatta dal legislatore sulla “destinazione”
anche “parziale” del luogo a “privata dimora” abbia consentito una lettura ampia
della tutela apprestata dalla norma, così da ricomprendere anche quei luoghi che,
pur se accessibili al pubblico, comunque abbiano per alcuni soggetti la funzione di
proteggere la vita privata.
Si è tuttavia precisato che, al fine di individuare una linea di discrimine tra la più
grave fattispecie sanzionata dall’art. 624 bis cod. pen. e quella di cui all’art. 624
cod. pen., occorre pur sempre – poiché altrimenti vi sarebbe una tendenziale e
arbitraria sovrapposizione delle due ipotesi – che il luogo nel quale è perpetrato il
furto abbia, per sua struttura o per l’uso che ne è fatto in concreto, una
destinazione legata e riservata alla esplicazione di attività proprie della vita privata
della persona offesa, ancorché non necessariamente coincidenti con quelle
propriamente domestiche o familiari ma identificabili anche con attività produttiva,
professionale, culturale, politica. Deve, cioè, trattarsi di luoghi deputati allo
svolgimento di attività che richiedano una qualche apprezzabile permanenza,
ancorché transitoria e contingente, della persona offesa, per taluna delle finalità
predette. «Ciò del resto conformemente alla ratio della previsione che è quella
della tutela della sicurezza fisica della vittima che si trovi all’interno di luoghi nei
quali essa soggiorni sia pure per breve tempo per attività privata, essendo inoltre
tale tipo di condotta sintomatico di una maggiore audacia e pericolosità dell’agente
e, quindi, determinante un maggiore allarme sociale» (così in motivazione Sez.
4, n. 51749 del 13/11/2014, Iorio, Rv. 261577).
4. Giova qui sottolineare che anche l’ordinamento processuale – ed in particolare
la disciplina sulle intercettazioni di conversazioni tra presenti – modula regime e
strumenti autorizzatori del mezzo di ricerca della prova rispetto al presupposto che
esso si realizzi o meno nei luoghi indicati dall’art. 614 cod. pen..
Invero, a norma dell’art. 266, comma 2, cod. proc. pen., qualora le attività
investigative «avvengano nei luoghi indicati dall’articolo 614 del codice penale,
l’intercettazione è consentita solo se vi è fondato motivo di ritenere che ivi si stia
svolgendo l’attività criminosa».
4.1. Anche in tale ambito si sono dunque registrate puntualizzazioni sui
“luoghi indicati dall’articolo 614” in cui è legittimo effettuare l’intercettazione.
Fondamentali in materia sono state le indicazioni delle Sezioni unite di questa
Corte, che – in relazione alla nozione di “domicilio”, soggetta alla tutela
costituzionale – esigono <