[Argomento] – Cassazione Penale 09/01/2017 N° 649

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 09/01/2017

Numero: 649

Testo completo della Sentenza – Cassazione penale 09/01/2017 n° 649:

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Penale Sent. Sez. 3 Num. 649 Anno 2017
Presidente: DI NICOLA VITO
Relatore: ROCCHI GIACOMO
Data Udienza: 20/10/2016

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
MESSINA FRANCESCO nato il 09/03/1965 a MARSALA
avverso la sentenza del 26/02/2016 della CORTE APPELLO di PALERMO
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 20/10/2016, la relazione svolta dal Consigliere
GIACOMO ROCCHI

RITENUTO IN FATTO
1. Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di appello di Palermo, in
riforma di quella del Tribunale di Trapani emessa nei confronti di Messina
Francesco ed appellata dal Procuratore della Repubblica di Trapani, dichiarava
non doversi procedere nei confronti dell’imputato per l’omesso versamento delle
ritenute previdenziali operate nei mesi di gennaio e febbraio 2007 perché reato
estinto per prescrizione; assolveva l’imputato dallo stesso reato per l’omesso
versamento relativo agli anni 2006 e 2008 perché il fatto non è più previsto dalla
legge come reato, disponendo la trasmissione degli atti all’I.N.P.S.; dichiarava
l’imputato colpevole del reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali
operate nel periodo da marzo a dicembre 2007 e lo condannava alla pena di
mesi due di reclusione ed euro 200,00 di multa.
La Corte osservava che il totale delle ritenute mensilmente non versate nel
2007 superava la somma di 10.000 euro, cosicché la condotta non poteva
ritenersi depenalizzata; negava il decorso della prescrizione per il periodo marzo
– dicembre 2007, ricordando che il reato si consuma il giorno 16 del mese
successivo a quello della ritenuta, che il termine di prescrizione è sospeso
durante i tre mesi successivi alla diffida e che, sia nel corso del giudizio di primo
grado che in quello di appello, il termine era stato ulteriormente sospeso.
La Corte ricordava che la diffida INPS era stata notificata in carcere
all’imputato unitamente all’avviso di conclusione delle indagini preliminari.
Venivano negate all’imputato le attenuanti generiche; la pena base veniva
fissata, per il mese di giugno 2007, in mesi uno e giorni sei di reclusione ed euro
120,00 di multa, con aumento di giorni sei di reclusione ed euro 20 di multa per
ciascuno dei reati relativi agli altri mesi in contestazione.
2. Ricorre per cassazione il difensore di Messina Francesco, deducendo
violazione dell’art. 157 cod. pen. e dell’art. 2 comma 1 bis di. 463 del 1983.
La Corte territoriale avrebbe dovuto dichiarare prescritti anche gli omessi
versamenti relativi ai mesi di marzo, aprile e maggio 2007 e, quindi, assolvere
l’imputato per quelli dei mesi successivi, tenuto conto che il totale delle ritenute
evase dal giugno al dicembre 2007 non superava la somma di 10.000 euro.
Il ricorrente contesta che la prescrizione rimanga sospesa durante i tre mesi
successivi alla diffida ed osserva che, con riferimento all’omesso versamento
relativo al mese di marzo 2007, il decreto di citazione era stato emesso dopo il
decorso del termine ordinario di prescrizione.
In un secondo motivo, il ricorrente deduce violazione di legge e vizio di
motivazione.
La diffida da parte dell’I.N.P.S. non era stata notificata regolarmente
all’imputato che, pertanto, non ne era venuto a conoscenza; la Corte aveva
ritenuto superato il dato in conseguenza della notifica dell’avviso di cui all’art.
415 bis cod. proc. pen.: ma non si trattava di atto equipollente.
Di conseguenza non era preclusa la facoltà di ricorrere alla causa di non
punibilità prevista dall’art. 2 comma 1 bis cit..
In un terzo motivo il ricorrente deduce violazione di legge e vizio di
motivazione con riferimento alla mancata concessione delle attenuanti generiche
e alla quantificazione della pena.
CONSIDERATO IN DIRITTO
2. Il ricorso è infondato.
In primo luogo deve affermarsi che, a seguito della riforma della norma
incriminatrice operata dal D. L.vo 8 del 2016, la soglia di punibilità di riferimento
è stabilita in euro 10.000 euro annui; ciò comporta che, anche se i reati relativi
ad alcuni mesi sono estinti per prescrizione, per valutare la punibilità della
condotta, occorre ugualmente avere riguardo alla somma delle ritenute non
versate nel corso dell’intero anno (Sez. 3, n. 14729 del 09/02/2016 – dep.
11/04/2016, Ratti, Rv. 26663301).
In realtà, la riforma operata ha inciso in maniera rilevante sulla struttura del
reato e, quindi, anche sulla data della consumazione e della conseguente
decorrenza della prescrizione.
Stabilendo che l’omesso versamento delle ritenute previdenziali integra
reato ove l’importo sia superiore a quello di 10.000 euro annui, il legislatore non
si è limitato semplicemente ad introdurre un limite di “non punibilità” delle
condotte lasciando inalterato, per il resto, l’assetto della precedente figura
normativa (che, come noto, nessun limite prevedeva), ma ha configurato tale
superamento, strettamente collegato al periodo temporale dell’anno, quale vero
e proprio elemento caratterizzante il disvalore di offensività che viene a segnare,
tra l’altro, il momento consumativo dello stesso; in altri termini, il reato deve
ritenersi già perfezionato, in prima battuta, nel momento e nel mese in cui
l’importo non versato, calcolato a decorrere dalla mensilità di gennaio dell’anno
considerato, superi l’importo di 10.000 euro senza che, peraltro, attesa, come si
è detto, la necessaria connessione con il periodo temporale dell’anno, le ulteriori
omissioni che seguano nei mesi successivi dello stesso anno sino al mese finale
di dicembre possano “aprire” un nuovo periodo e, dunque, dare luogo, in caso di
secondo superamento, ad un ulteriore reato. Tali omissioni, infatti,
contribuiscono ad accentuare la lesione inferta al bene giuridico per effetto del
già verificatosi superamento dell’importo di legge sicché, da un lato, non
possono semplicemente atteggiarsi quale post factum penalmente irrilevante e,
dall’altro, approfondendo il disvalore già emerso, non possono segnare, in
corrispondenza di ogni ulteriore mensilità non versata, un ulteriore autonomo
momento di disvalore (che sarebbe infatti assorbito da quello già in essere).
Ricorre, in realtà dunque, a ben vedere, alla stessa stregua di altre figure
criminose (come, ad esempio, le fattispecie di corruzione o di usura: cfr.
rispettivamente, per la prima, Sez. 6, n. 49226 del 25/09/2014, Chisso,
Rv.261352; per la seconda, da ultimo, Sez. 2, n. 40380 del 11/06/2015, P.G.,
Tiesi in proc. Cardamone, Rv.264887), una fattispecie caratterizzata dalla
progressione criminosa nel cui ambito, una volta superato il limite di legge, le
ulteriori omissioni nel corso del medesimo anno si atteggiano a momenti
esecutivi di un reato unitario a consumazione prolungata la cui definitiva
cessazione viene a coincidere con la scadenza prevista dalla legge per il
versamento dell’ultima mensilità, ovvero, come noto, con il termine del 16 del
mese di gennaio dell’anno successivo.
Quanto sopra comporta dunque che, rispetto alla precedente figura di reato,
il momento consumativo sia evidentemente diverso: mentre nel precedente
assetto normativo il reato si consumava in corrispondenza di ogni omesso
versamento mensile (cfr., da ultimo, Sez. 3, n. 26732 del 05/03/2015, P.G. in
proc. Bongiorno, Rv. 264031), nell’attuale e nuovo la consumazione appare
coincidere, secondo una triplice diversa alternativa, o con il superamento, a
partire dal mese di gennaio, dell’importo di euro 10.000 ove allo stesso non
faccia più seguito alcuna ulteriore omissione, o con l’ulteriore o le ulteriori
omissioni successive sempre riferite al medesimo anno ovvero, definitivamente e
comunque, laddove anche il versamento del mese di dicembre sia omesso, con
la data del 16 gennaio dell’anno successivo.
La struttura del “nuovo” reato come tratteggiata sopra, impone inoltre di
tenere conto, al fine dell’individuazione o meno del superamento del limite di
legge di 10.000 euro, di tutte le omissioni verificatesi nel medesimo anno e,
dunque, nella specie, anche di quelle eventualmente estinte per prescrizione: del
resto, la mera declaratoria di estinzione del reato per ragioni connesse al decorso
del tempo non può significare elisione della materiale sussistenza del fatto di
omesso versamento.
La diversa strutturazione del reato comporta dunque che, con riferimento ai
fatti pregressi, laddove l’omissione annuale non abbia superato l’importo di
10.000 euro, debba applicarsi, in quanto norma sicuramente più favorevole, la
nuova previsione normativa alla stregua dell’art. 2, comma 4, cod. pen., mentre,
laddove l’importo sia stato superato, previgente norma e nuova norma debbano
essere poste a confronto tra loro onde verificare quale delle due sia
concretamente più favorevole con riferimento, in particolare, al momento
consumativo determinante al fine di individuare la decorrenza del termine di
prescrizione (tenuto conto peraltro, in entrambe le fattispecie, del periodo di
sospensione di mesi tre di cui all’art. 2, comma 1 quater, del d.l. n. 463 del 1983
non inciso infatti dalle modifiche di cui sopra).
Né le modifiche poste in essere dal d. Igs. n. 8 del 2016 sono state di tale
segno da avere comportato l’ introduzione di una fattispecie di reato totalmente
nuova e diversa rispetto a quella di cui al precedente assetto ed incompatibile
rispetto a quest’ultima, con conseguente implicita abrogazione della stessa ex
art. 15 Preleggi, sì che dovrebbe, nella specie, farsi applicazione non già dell’art.
2, comma 4, cod. pen., bensì dell’art. 2, comma 2, cod. pen. In senso
chiaramente ostativo rispetto a tale conclusione deve infatti essere evidenziato il
mantenimento, in entrambe le figure, del medesimo nucleo caratterizzante il
reato, ovvero la condotta omissiva del mancato versamento, rimasta
chiaramente inalterata, senza che il mutamento del momento consumativo,
inevitabilmente discendente, per quanto già spiegato, dalla diversa
strutturazione quantitativo – temporale, possa condurre ad esiti diversi.
Né può sottovalutarsi, nel senso concorrente alla conclusione qui esposta, il
mantenimento della medesima sanzione già originariamente prevista.
In definitiva, per concludere sul punto, deve ritenersi che il legislatore non
abbia affatto inteso abrogare il reato di cui all’art. 2, comma 1 bis, legge n. 638
del 1983 ma, lasciandone immutata la condotta omissiva, abbia inteso introdurre
la necessità del superamento di un importo di per sé significativo, anche in
ragione della mutata realtà socio – economica, caratterizzata da maggiori
difficoltà di liquidità e del contemperamento con le esigenze connesse al sistema
previdenziale – pensionistico, dell’indice di necessaria offensività della condotta.
2. Nel caso in esame, l’importo delle ritenute non versate nell’anno 2007 è
in ogni caso superiore a 10.000 euro, dovendosi prescindere dalla declaratoria di
prescrizione effettuata per i primi mesi dell’anno.
Sempre rimanendo al tema della prescrizione, il ricorrente sostiene che il
termine di prescrizione non è sospeso nei tre mesi successivi alla diffida da parte
dell’I.N.P.S.: ma tale sospensione è espressamente prevista dall’art. 2 comma 1
quater d.l. 463 del 1983 fin dalla riforma operata nel 1994; il testo è rimasto
identico anche a seguito della ulteriore riforma operata dal D. L.vo 8 del 2016.
Di conseguenza, il termine di prescrizione non era decorso nemmeno per il
mese di marzo 2007 e con riferimento a tutte le mensilità per le quali la Corte
territoriale ha confermato la condanna.
E’ errata anche la deduzione in ordine alla tardività della notifica del decreto
di citazione a giudizio rispetto al decorso del termine di prescrizione ordinario di
sei anni quanto all’omesso versamento relativo al mese di marzo 2007: in effetti,
alla luce della diversa struttura del reato all’epoca vigente, il reato si era
consumato il 16/4/2007, cosicché il deposito del decreto di citazione a giudizio,
avvenuto il 4/4/2013, era tempestivo (per di più dovendosi tenere conto anche
dei tre mesi di sospensione successivi alla diffida di cui si è già trattato).
3. Anche il secondo motivo di ricorso è infondato: infatti, la diffida
dell’I.N.P.S. era stata notificata unitamente all’avviso di conclusione delle
indagini preliminari a cura del P.M..
Non si tratta affatto, come sembra ritenere il ricorrente, di valutare se
l’avviso ex art. 415 bis cod. proc. pen. fosse atto equipollente alla diffida,
perché, appunto, il P.M., avvedutosi che la raccomandata dell’Istituto
previdenziale non era andata a buon fine, aveva provveduto a notificarla
fisicamente all’imputato detenuto.
Anche il terzo motivo di ricorso è infondato: la motivazione della sentenza è
ampia e logica nel giustificare il diniego delle attenuanti generiche e la
quantificazione della pena.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso il 20 ottobre 2016

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