[Argomento] – Cassazione Penale 05/01/2017 N° 533

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 05/01/2017

Numero: 533

Testo completo della Sentenza – Cassazione penale 05/01/2017 n° 533:

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Penale Sent. Sez. 5 Num. 533 Anno 2017
Presidente: VESSICHELLI MARIA
Relatore: AMATORE ROBERTO
Data Udienza: 14/10/2016

SENTENZA
sul ricorso proposto da :
ZACCARIA FELICE VITTORIO, nato a ROCELLA IONICA, il 20.3.1946;
STAGNATI ALDINA, nata a OSTIANO, il 13.04.1952 ;
avverso la sentenza della Corte d’Appello di Milano del 4.5.2015 ;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso ;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Roberto Amatore ;
udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Gabriele
Mazzotta che ha concluso per il rigetto dei ricorsi, salvo per il capo H per il quale chiede
l’applicazione dell’indulto ;
udito per la parte civile curatela Tornado Gest s.r.l. l’Avv. Pasquale Paolo Cutolo, in
sostituzione dell’Avv. Rosario Minniti del Foro di Milano, che ha concluso chiedendo la
declaratoria di inammissibilità dei ricorsi e depositando conclusioni e nota spese ;
udito per gli imputati l’Avv. Stefano Putinati, che ha concluso chiedendo l’accoglimento dei
ricorsi ;

RITENUTO IN FATTO
1.Con la sentenza impugnata la Corte d’Appello di Milano, in parziale riforma della sentenza
emessa dal Tribunale di Monza in data 9.1.2012 – appellata anche dal Pm e dalla costituita
parte civile Fallimento Tornado Gest srl ( oltre che dagli odierni imputati ) -, ha dichiarato la
penale responsabilità di quest’ultimi anche per il reato di cui al capo A4 ( bancarotta per
operazioni dolose ) e l’inammissibilità dell’appello proposto dal P.m. per i capi D ( tentativo di
bancarotta patrimoniale distrattiva ) ed E ( truffa aggravata ), confermando nel resto la
sentenza impugnata dai ricorrenti per i restanti reati di cui ai capi A ( bancarotte distrattive e
documentali ; bancarotta societaria e bancarotte per operazioni dolose, in relazione ai
contestati artt. 110 cod. pen., 216, comma 1, nn. 1 e 2, 219, commi 1 e 2, n. 1, 223, comma
1 e 2, n. 1 – in relazione agli artt. 2621 e 2622 cod. civ. – e n. 2, I. fall. ), e ai capi H ed I
(bancarotte patrimoniali distrattive e documentali improprie ).
Avverso la predetta sentenza ricorrono entrambi gli imputati, per mezzo del loro comune
difensore, affidando la impugnativa a tre motivi di doglianza, ognuno dei quali variamente
articolato.
1.1 Denunziano i ricorrenti, con il primo motivo, ai sensi dell’art. 606, primo comma, lett. d,
cod. proc. pen., la mancata assunzione di una prova decisiva in relazione al dettato dell’art.
495, 2 comma, cod. proc. pen.. Si deduce l’illegittimità della decisione adottata sia dal giudice
di prime cure sia del giudice di appello della mancata assunzione di una prova decisiva in
relazione al reato di cui al capo A.1 sub 3, in cui veniva contestatck agli imputati la distrazione
di euro 5.074.110,55 in danno della società fallita Tornado Gest srl attraverso prelievi in
contanti, bonifici ed emissioni di assegni privi di giustificazione. Evidenziano i ricorrenti che la
loro difesa aveva proposto l’acquisizione delle fatture di acquisto della fallita che avrebbe
consentito di accertare che la società fallita aveva sostenuto fin dal 1998, e dunque ben prima
di ottenere il cospicuo finanziamento da Mediocredito, ingenti costi che erano stati finanziati
direttamente e personalmente da essi ricorrenti ; denunziano, così, l’illegittimità della
ordinanza istruttoria del 12.11.2011 resa in primo grado là dove, con motivazione laconica,
era stata rigettata la richiesta di ammissione della prova documentale come esibita, senza
spiegare le ragioni del diniego, nonché la mancanza di una motivazione nella sentenza di
secondo grado qui ricorsa là dove, pur dando atto della richiesta di rinnovazione della
istruttoria ex art. 603 cod. proc. pen., ciò nonostante implicitamente la Corte di merito aveva
rigettato tale richiesta, senza fornire spiegazione alcuna sul punto. Si deduce la decisività della
prova così richiesta, atteso che la detta prova documentale avrebbe consentito di accertare
che il capitale anticipato dagli imputati, prima del menzionato finanziamento bancario, era
comunque superiore al finanziamento stesso e proveniente come tale direttamente dagli
imputati odierni.
1.2 Con il secondo motivo si deduce, ai sensi dell’art. 606, primo comma, lett. e, cod. proc.
pen., il vizio di motivazione in ordine alla omissione di pronuncia in ordine alla richiesta di
rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, e ciò in violazione degli artt. 6 CEDU e 111 Cost..
Si evidenzia, cioè, l’omissione di motivazione in ordine all’implicito diniego di riapertura
dell’istruttoria disposto dalla Corte meneghina. Richiama, sul punto, la parte ricorrente la
giurisprudenza europea e quella di legittimità nazionale in ordine alla necessità di riapertura
dell’istruttoria in appello e della immediatezza e della oralità nell’acquisizione della prova. Si
denunzia, pertanto, la violazione degli artt. 125 e 546 lett. e cod. proc. pen. in relazione alla
predetta omissione di motivazione.
1.2.1 Con il secondo motivo si denunzia, inoltre, sempre in relazione all’art. 606, lett. e, cod.
proc. pen., l’omessa motivazione in relazione all’elemento soggettivo del reato per la sola
imputata STAGNATI ALDINA per i reati di cui al capo A.1 ( bancarotta fraudolenta
patrimoniale) e di cui al capo A.2 ( bancarotta fraudolenta documentale ) ed altresì la
violazione degli artt. 111 Cost. e 546 cod. proc. pen.. Deduce la parte ricorrente la laconicità
ed insufficienza della motivazione là dove aveva argomentato in ordine al predetto elemento
soggettivo del reato basandosi, dal punto di vista probatorio, sulla sola valorizzazione di due
elementi, e cioè la sottoscrizione da parte della STAGNATI del contratto di finanziamento con
Mediocredito ed il rapporto di coniugio con l’altro coimputato ; denunzia, inoltre, l’assenza di
motivazione in ordine ad una serie di elementi oggettivi portati all’attenzione della Corte
distrettuale nei motivi di appello per escludere la ricorrenza dell’elemento soggettivo dei reati
in contestazione, e cioè che la STAGNATI, nonostante fosse stata formalmente amministratrice
di diritto per dieci anni, non era mai stata menzionata dai testi dell’accusa come partecipe alle
operazioni distrattive ovvero indicata come interlocutrice della società Tornado Gest ; che,
inoltre, era emerso dalla prova testimoniale che le questioni contabili della società fallita erano
trattate direttamente dallo ZACCARIA con il commercialista della società ; che, più in generale,
la STAGNATI, secondo quanto riferito dai testi, non aveva avuto mai ingerenze nella gestione
amministrativa della fallita ; che, anche in relazione alla contestazione di cui al capo A.1 sub 1,
ove si contesta agli imputati di aver posto in essere finanziamenti fittizi ( giacché – secondo
l’ipotesi accusatoria – il denaro bonificato da Set a Tornado era proveniente da quest’ultima
società o da Coel, fornitrice della fallita ), le comunicazioni provenienti dalla banca
Mediocredito e sottoscritte dal legale rappresentante della società erano, al più, dimostrative
che la Stagnati fosse consapevole solo dei versamenti da Set a Tornado, come tale operazione
di per sé legittima, ma non della provenienza del denaro e che si trattasse, cioè, di una
operazione di “cash around”. Si evidenzia, dunque, la mancata prova di un concorso causale
della STAGNATI nei fatti di bancarotta sopra evidenziati, prova che, al più, dimostrava una
mera connivenza della imputata.
1.2.2 Sempre con il secondo motivo si denunzia, ai sensi dell’art. 606, primo comma, lett. e,
cod. proc. pen., il vizio argomentativo in relazione alla omessa motivazione per il capo A.2
(bancarotta documentale per entrambi gli imputati). Si deduce la contraddittorietà della
motivazione per l’accertamento della responsabilità penale degli imputati in relazione alla
bancarotta documentale fondato sulla mera omissione di contabilizzazione di talune operazioni
attive e passive, circostanza quest’ultima che dovrebbe invece deporre per escludere l’intento
fraudolento della predetta bancarotta e per far ravvisare una mera confusione contabile, come
tale generatrice di una responsabilità per il diverso reato di bancarotta documentale semplice
ex art. 217 I. fall.. Si denunzia, inoltre, l’insufficienza della motivazione nella parte in cui non
aveva accertato e motivato in ordine alla paternità delle indicazioni fornite al rag. Gerosa per la
contabilizzazione delle operazioni, giacché tali indicazioni provenivano dal solo Zaccaria e non
già dalla Stagnati. Si evidenzia, inoltre, la contraddittorietà della motivazione là dove la stessa
aveva dedotto la falsità delle fatture attive contabilizzate in relazione alle sale cinema e nei
confronti della Magic Movies s.r.l. e della Green Lake s.r.l. dalla circostanza, in realtà
inveritiera, secondo cui il multisala non era stato mai completato, mentre la difesa degli
imputati aveva fornito la prova documentale del completamento del multisala e della locazione
dei locali. Si osserva, cioè, che le fatture emesse da Tornado Gest a Magic Movies e a Green
Lake erano state regolarmente contabilizzate in quanto aventi ad oggetto rami d’affitto di
azienda effettivamente esercitati. Si deduce pertanto, sul punto in esame, una omessa
motivazione della Corte territoriale in ordine alle doglienze già sollevate nei motivi di appello.
1.2.3 Sempre con il secondo motivo si censura la sentenza impugnata, ai sensi della lett. e
dell’art. 606 cod. proc. pen., in relazione al capo A.4 ( bancarotta per operazioni dolose ) per
vizio argomentativo e per travisamento della prova. Si evidenzia che la Corte meneghina, a
differenza del giudice di prime cure – che aveva assolto gli imputati perché aveva individuato la
causa del dissesto in una condotta imprudente -, aveva accertato la penale responsabilità degli
imputati in riferimento alle ragioni che avevano portato alla chiusura del Multisala. Si deduce
da parte della difesa dei ricorrenti che già in grado di appello si era dimostrata la volontà di
quest’ultimi di tenere in vita la compagine sociale attraverso l’esperimento di una azione
giudiziale innanzi al Tar, la predisposizione di un piano di fattibilità commerciale del progetto.
Osserva la parte ricorrente che invece la Corte d’appello era incorsa, sul punto in esame, in un
vero e proprio travisamento della prova, giacché le cause di chiusura del Multisala erano da
individuarsi in situazioni e comportamenti non addebitabili allo Zaccaria.
1.3 Con il terzo motivo si denunzia, ai sensi dell’art. 606, lett. b, cod. proc. pen., la violazione
di legge in relazione all’art. 1 I. 24/2006 per la mancata dichiarazione di condono della pena
inflitta allo Zaccaria per il reato di cui al capo H.

CONSIDERATO IN DIRITTO
2. Il ricorso è fondato limitatamente alle censure mosse dai ricorrenti, sotto il profilo del vizio
argomentativo, in relazione al capo A.4 ( bancarotta per operazioni dolose ), imponendosi,
pertanto, sotto questo profilo l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio per nuovo
esame, e ciò per le ragioni che si esamineranno tra breve.
2.1 Nel resto i ricorsi sono invece infondati e vanno pertanto rigettati.
3. I primi due motivi di doglianza relativi all’allegato vizio argomentativo e al travisamento
della prova in relazione alla denunziata mancata assunzione di una prova documentale,
ritenuta – secondo gli assunti difensivi dei ricorrenti – decisiva per dimostrare la loro
estraneità ai fatti di bancarotta distrattiva di cui al capo A.1 sub 3 per la sottrazione di euro
5.074.110,55 possono, invero, essere esaminati congiuntamente, involgendo la soluzione delle
medesime problematiche applicative.
3.1 Si denunzia da parte ricorrente che la detta prova documentale avrebbe consentito di
accertare che il capitale anticipato dagli imputati, prima del menzionato finanziamento
bancario, era comunque superiore al finanziamento stesso e come tale proveniente
direttamente dagli imputati odierni.
3.1.1 Orbene, osserva il Collegio come, in realtà, la doglianza, così come sopra formulata, non
è fondata, giacché, già sotto il profilo allegatorio, la parte ricorrente non ha spiegato, prima, e
dimostrato, dopo, il profilo della decisività della prova della quale richiedeva, con insistenza,
l’ammissione sia nel primo che nel secondo grado di giudizio.
Peraltro, in tema di ricorso per cassazione, può essere censurata la mancata rinnovazione in
appello dell’istruttoria dibattimentale qualora si dimostri l’esistenza, nell’apparato
motivazionale posto a base della decisione impugnata, di lacune o manifeste illogicità,
ricavabili dal testo del medesimo provvedimento e concernenti punti di decisiva rilevanza, le
quali sarebbero state presumibilmente evitate provvedendosi all’assunzione o alla riassunzione
di determinate prove in appello (Sez. 6, n. 1400 del 22/10/2014 – dep. 14/01/2015, PR, Rv.
261799). Dunque, per tornare al caso di specie, ciò che conta non è la qualità della risposta
che il giudice del merito ha inteso dare alle istanze di prova della difesa, ma la desumibilità o
non, dal tessuto argomentativo della sentenza posto in relazione alle censure difensive, di una
grave lacuna del ragionamento probatorio e della sua rappresentazione a livello motivazionale.
Così impostata la questione, le censure difensive risultano appunto infondate.
3.1.2 Detto altrimenti, l'”error in procedendo” rilevante “ex” art. 606, comma primo, lett. d),
cod. proc. pen., è configurabile soltanto quando la prova richiesta e non ammessa,
confrontata con le motivazioni addotte a sostegno della sentenza impugnata, risulti decisiva,
cioè tale che, se esperita, avrebbe potuto determinare una decisione diversa; la valutazione in
ordine alla decisività della prova deve essere compiuta accertando se i fatti indicati dalla parte
nella relativa richiesta fossero tali da poter inficiare le argomentazioni poste a base del
convincimento del giudice di merito ( Cass., Sez. 4, n. 23505 del 14/03/2008 – dep.
11/06/2008, Di Dio, Rv. 240839).
3.1.3 Ciò posto, osserva il Collegio come la stessa allegazione dei ricorrenti – secondo cui il
capitale anticipato dagli imputati, prima del menzionato finanziamento bancario ricevuto dalla
Mediocredito, era superiore al detto finanziamento e comunque proveniente, come tale,
direttamente dagli imputati odierni – toglie rilevanza, sul piano probatorio, alla documentazione
contabile della quale i ricorrenti reclamavano l’acquisizione, atteso che risulta circostanza
pacifica che – anche ammettendo che tali flussi finanziari provenissero, in entrata, dai soci,
prima dell’intervenuto finanziamento bancario, per sostenere la gestione societaria – gli stessi
erano stati, poi, oggetto di illecita apprensione da parte degli amministratori, così integrando la
contestata bancarotta distrattiva.
Ne consegue che del tutto correttamente i giudici di merito hanno ritenuto non decisiva la
detta prova testimoniale.
3.2 Sempre con il secondo motivo si denunzia la omessa motivazione in relazione alle
doglianze sollevate sull’ elemento soggettivo del reato per la sola imputata STAGNATI ALDINA
per i reati di cui al capo A.1 ( bancarotta fraudolenta patrimoniale ) e di cui al capo A.2
(bancarotta fraudolenta documentale ).
3.2.1 Le stesse sono in realtà infondate.
3.2.2 Si deduce il vizio argomentativo per aver la Corte distrettuale fondato, dal punto di vista
probatorio, il giudizio di penale responsabilità dell’imputata sulla valorizzazione di due soli
elementi, e cioè la sottoscrizione da parte della STAGNATI del contratto di finanziamento con
Mediocredito ed il rapporto di coniugio con l’altro coimputato.
Sul punto, osserva il Collegio come in realtà la parte ricorrente non alleghi un vero e proprio
vizio argomentativo rintracciabile nel tessuto motivatorio della sentenza impugnata, ma
denunzi, al contrario, una erronea valutazione degli elementi probatori posti a sostegno del
giudizio di penale responsabilità dell’imputata, sollecitando la Corte ad un nuovo scrutinio di
carattere contenutistico sulla prova già valutata nei precedenti gradi di merito.
3.2.2.1 Orbene, occorre ricordare che, secondo il consolidato orientamento della Suprema
Corte, il vizio logico della motivazione deducibile in sede di legittimità deve risultare dal testo
della decisione impugnata e deve essere riscontrato tra le varie proposizioni inserite nella
motivazione, senza alcuna possibilità di ricorrere al controllo delle risultanze processuali; con la
conseguenza che il sindacato di legittimità deve essere limitato soltanto a riscontrare
l’esistenza di un logico apparato argomentativo, senza spingersi a verificare l’adeguatezza delle
argomentazioni, utilizzate dal giudice del merito per sostanziare il suo convincimento, o la loro
rispondenza alle acquisizioni processuali (in tal senso, ex plurimis, Sez. 5, n. 4295 del
07/10/1997, Di Stefano, Rv. 209040 ). Tale principio, più volte ribadito dalle varie sezioni della
Corte di Cassazione, è stato altresì avallato dalle stesse Sezioni Unite, le quali hanno precisato
che esula dai poteri della Corte di Cassazione quello di una rilettura degli elementi di fatto,
posti a sostegno della decisione, il cui apprezzamento è riservato in via esclusiva al giudice di
merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e
per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Sez. U., n. 6402 del
30/04/1997, Dessimone, Rv. 207945). E la Corte regolatrice ha rilevato che anche dopo la
modifica dell’art. 606 c.p.p., lett. e), per effetto della L. 20 febbraio 2006, n. 46, resta
immutata la natura del sindacato che la Corte di Cassazione può esercitare sui vizi della
motivazione, essendo rimasto preclusa, per il giudice di legittimità, la pura e semplice rilettura
degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e
diversi parametri di ricostruzione o valutazione dei fatti (Sez. 5, n. 17905 del 23/03/2006,
Baratta, Rv. 234109). Pertanto, in sede di legittimità, non sono consentite le censure che si
risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal
giudice di merito (ex multis Sez. 6, n. 22445 del 08/05/2009, Candita, Rv.244181).
3.2.2.2 Delineato nei superiori termini l’orizzonte del presente scrutinio di legittimità, la
sollecitazione da parte della ricorrente a rivisitare il “peso probatorio” delle due circostanze
sopra ricordate, e cioè la sottoscrizione del contratto di finanziamento con Mediocredito ed il
rapporto di coniugio con l’altro coimputato, diventa, per la ragioni già evidenziate, irricevibile
in questo giudizio di legittimità.
3.2.3 Le ulteriori censure sollevate nel medesimo motivo in ordine ad un asserito vizio
argomentativo della sentenza, sempre in riferimento alla motivazione posta a sostegno del
giudizio di penale responsabilità della STAGNATI per i reati sopra menzionati di cui ai capi A.1
e A.2 ( rispettivamente, bancarotta fraudolenta patrimoniale e bancarotta fraudolenta
documentale ) sono, invece, già sotto il profilo giuridico, infondate. Ed invero, si evidenzia, per
quanto già sopra delineato, che la STAGNATI non era mai stata menzionata dai testi
dell’accusa come partecipe alle operazioni distrattive ovvero indicata come interlocutrice della
società Tornado Gest ; che, inoltre, era emerso dalla prova testimoniale che le questioni
contabili della società fallita erano trattate direttamente dallo ZACCARIA con il commercialista
della società ; che, più in generale, la STAGNATI, secondo quanto riferito dai testi, non aveva
avuto mai ingerenze nella gestione amministrativa della fallita.
3.2.3.1 Sul punto, non può essere dimenticato che, in tema di bancarotta fraudolenta,
l’amministratore di diritto risponde unitamente all’amministratore di fatto per non avere
impedito l’evento che aveva l’obbligo di impedire, essendo sufficiente, sotto il profilo
soggettivo, la generica consapevolezza che l’amministratore effettivo distragga, occulti,
dissimuli, distrugga o dissipi i beni sociali, la quale non può dedursi dal solo fatto che il
soggetto abbia accettato di ricoprire formalmente la carica di amministratore; tuttavia allorché
si tratti di soggetto che accetti il ruolo di amministratore esclusivamente allo scopo di fare da
prestanome, la sola consapevolezza che dalla propria condotta omissiva possano scaturire gli
eventi tipici del reato (dolo generico) o l’accettazione del rischio che questi si verifichino (dolo
eventuale) possono risultare sufficienti per l’affermazione della responsabilità penale ( Cass.,
Sez. 5, n. 7332 del 07/01/2015 – dep. 18/02/2015, Fasola, Rv. 262767).
Il principio ora affermato e granitico nella giurisprudenza di questa Corte si fonda sul rilievo
che – in tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale -, poiché non impedire l’evento che si ha
l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo, risponde di concorso nel reato
l’amministratore di diritto, anche se sia stato una mera “testa di legno”. Ed invero, il cod. civ.
impone all’amministratore precisi obblighi di vigilanza, con al conseguenza che, per integrare il
dolo dell’amministratore di diritto, è sufficiente la generica consapevolezza che
l’amministratore di fatto ponga in essere condotte integranti il reato di bancarotta ( Cass.,
Sez. 5, n. 10465 del 24/06/1999 – dep. 01/09/1999, Murra G, Rv. 214301)
Peraltro, va aggiunto, per quanto qui di interesse ( in relazione anche al reato di bancarotta
fraudolenta documentale ), che l’amministratore di diritto risponde anche di quest’ultimo reato,
per sottrazione o per omessa tenuta, in frode ai creditori, delle scritture contabili, anche
laddove sia investito solo formalmente dell’amministrazione della società fallita (cosiddetta
“testa di legno”), in quanto sussiste il diretto e personale obbligo dell’amministratore di diritto
di tenere e conservare le predette scritture, purché sia fornita la dimostrazione della effettiva e
concreta consapevolezza del loro stato, tale da impedire la ricostruzione del movimento degli
affari (Cass., Sez. 5, n. 642 del 30/10/2013 – dep. 10/01/2014, Demajo, Rv. 257950)
3.2.3.2 Così ricostruito il quadro dei principi applicabili al caso di specie, osserva la Corte come
la tesi perorata dalla difesa della ricorrente si scontrò frontalmente con la giurisprudenza da
ultimo ricordata e alla quale anche questo Collegio intende, naturalmente, fornire continuità
applicativa, condividendone la ratio applicativa. Peraltro, va anche precisato che nessun vizio
logico è rintracciabile nelle argomentazioni spese dalla Corte di merito per fondare il giudizio di
penale responsabilità della imputata anche in relazione all’elemento psicologico dei reati alla
stessa contestati, atteso che, in realtà, proprio la sottoscrizione dell’importante contratto di
finanziamento con la Mediocredito e il rapporto di coniugio con l’amministratore di fatto della
fallita rimangono circostanze che evidenziano, sul piano della consapevolezza dei
comportamenti, da un lato, un ruolo attivo svolto dalla imputata nell’attività gestionale e
dunque la piena conoscenza della gravità delle condotte di gestione della società da parte del
marito, e, dall’altro, anche la consapevolezza da parte della STAGNATI che dalla propria
condotta omissiva potessero scaturire, anche per le altre attività gestionali, gli eventi tipici del
reato sotto forma di dolo generico o comunque l’accettazione del rischio che questi si
verificassero in futuro. Ad analoghe conclusioni deve pervenirsi, in ordine al profilo
dell’elemento soggettivo del reato di bancarotta documentale, giacché dal personale obbligo
dell’amministratore di diritto di tenere e conservare le predette scritture scaturisce il giudizio di
penale responsabilità dell’imputata, e ciò anche tramite la dimostrazione ( avvenuta, nel caso
di specie, dal punto di vista probatorio ) dell’effettiva e concreta consapevolezza del loro stato,
tale da impedire la ricostruzione del movimento degli affari.
3.2.3.2 Le ulteriori censure sollevate dalla ricorrente in ordine alla consapevolezza o meno
della illiceità delle operazioni di “cash around” e del suo ruolo di mera “connivente” attingono,
invero, al merito fattuale della vicenda e, senza il medio dell’allegazione di un vizio
argomentativo, non possono essere prese in considerazione dalla Corte, perché si pongono al
di fuori della circoscrizione del suo giudizio di legittimità.
3.3 Con il secondo motivo si denunzia, altresì, il vizio argomentativo in relazione alla omessa
motivazione per il capo A.2 (bancarotta documentale per entrambi gli imputati). Si deduce, in
buona sostanza, la contraddittorietà della motivazione per l’accertamento della responsabilità
penale degli imputati in relazione alla bancarotta documentale fondato sulla mera omissione di
contabilizzazione di talune operazioni attive e passive, ipotizzando, al più, la genesi di una
diversa responsabilità per il reato di bancarotta documentale semplice ex art. 217 I. fall..
3.3.1 Anche qui il motivo di doglianza non merita accoglimento.
Osserva la Corte come, sotto quest’ultimo profilo, la motivazione resa dal giudice di appello
risulti adeguata e condivisibile, con un argomentare esente da aporie e contraddizioni.
Non è dunque rintracciabile il denunziato vizio argomentativo.
Sotto quest’ultimo profilo, occorre evidenziare come la Corte territoriale abbia ben sottolineato
le manchevolezze ( peraltro, documentalmente provate ) sia in ordine alla omessa
contabilizzazione delle operazioni relative alla gestione societaria sia in ordine alla omessa
consegna dei Libri Iva, oltre che alla irregolare tenuta del Libro giornale.
Ne discende che non è comprensibile esprimersi, nella situazione fattuale da ultimo descritta,
in termini di “mero disordine amministrativo e contabile”, circostanza come tale generatrice di
responsabilità penale per l’invocato reato di bancarotta semplice. Occorre, invece, evidenziare,
come ben argomentato dalla Corte meneghina, la sussistenza di una condotta fraudolenta,
come tale diretta ad ingannare i creditori e strumentale alla commissione delle bancarotte
distrattive. Peraltro, non va dimenticato che, come evidenziato dai giudici di merito, le
operazioni fittizie erano principalmente dirette ad ottenere i fidi bancari, con ciò evidenziandosi
anche il “movente” della condotta illecita da ultimo in esame.
Per le medesime ragioni già sopra evidenziate non merita positivo apprezzamento anche
l’ulteriore censura che riguarda più specificatamente la STAGNATI, giacché ella rivestiva la
qualifica di amministratore di diritto e dunque aveva un obbligo di controllo sull’amministratore
di fatto.
3.4 L’ultima ragione di doglianza contenuta nel secondo motivo di ricorso è invece fondata.
Si censura la sentenza impugnata in relazione al capo A.4 ( bancarotta per operazioni dolose )
per vizio argomentativo e per travisamento della prova.
Sul punto, va ricordato che il giudice di prime cure aveva assolto gli imputati perché aveva
individuato la causa del dissesto in una semplice condotta imprudente.
Si evidenzia da parte della difesa dei ricorrenti che, già in grado di appello, si era dimostrata la
volontà degli imputati di tenere in vita la compagine sociale attraverso l’esperimento di una
azione giudiziale innanzi al T.A.R. e la predisposizione di un piano di fattibilità commerciale del
progetto.
3.4.1 La doglianza è invero fondata limitatamente all’allegato vizio argomentativo.
3.4.2 In termini generali, va ribadito il principio secondo cui la motivazione della sentenza
d’appello che riformi la sentenza di primo grado, specialmente nel caso in cui affermi per la
prima volta una responsabilità negata dal giudice precedente, deve necessariamente
caratterizzarsi per un obbligo peculiare, che si aggiunge a quello generale della non manifesta
illogicità e non contraddittorietà, dovendosi il giudice d’appello confrontarsi in modo specifico e
completo con le argomentazioni contenute nella prima sentenza.
3.4.3 Osserva la Corte come, in realtà, la sentenza assolutoria resa in primo grado fondasse
l’assoluzione degli imputati sull’accertata mancanza dell’elemento soggettivo del reato,
giustificato, da un lato, dall’attivazione da parte degli imputati di una operazione meramente
imprudente – in ragione della scarsa forza finanziaria di quest’ultimi e della inesperienza nel
settore commerciale ( le cd. Multisale cinematografiche ) oggetto di investimento economico –
e, dall’altro, comunque dall’attivismo imprenditoriale dimostrato dallo ZACCARIA che,
nonostante le notevoli difficoltà frappostesi alla conclusione della complessiva operazione
commerciale, aveva comunque dimostrato di essersi attivato, dal punto di vista
amministrativo, per far ottenere alla Multisala la destinazione commerciale progettata e per
stipulare contratti d’affitto d’azienda con la Green Lake e preliminari di vendita con la
Cinemercato, prima, e con la New Las Vegas, dopo. Ne discendeva, secondo il ragionamento
del primo giudice ( per come ricostruito nella sentenza di appello in atti ), che occorreva
escludere da parte degli imputati la previsione del fallimento ovvero solo l’accettazione del
relativo rischio.
3.4.4 Ebbene, a fronte di questo quadro argomentativo reso dal giudice di prima istanza
comunque ben strutturato, la Corte di merito non ha fornito un’adeguata risposta
motivazionale alle censure sollevate dagli imputati appellanti nei motivi di gravame.
Ciò detto, osserva la Corte come non risulti adeguatamente argomentato il profilo di
sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, qui in esame, sulla base delle ragioni – oltre
modo valorizzate ed enfatizzate nella sentenza di appello – che avevano portato alla chiusura
del Multisala. Ed invero, tale chiusura era stata determinata, per come argomentato nella
stessa sentenza impugnata, da una molteplicità di motivazioni concorrenti, alcune delle quali –
secondo le censure degli appellanti, oggi ricorrenti – sfuggivano alle determinazioni e alla
volontà degli imputati stessi.
Anzi gli imputati hanno allegato una serie di circostanze, quale l’attivazione di un ricorso al
T.A.R. e la predisposizione di un piano di fattibilità economica dell’operazione commerciale, per
dimostrare la volontà di portare a termine proficuamente l’operazione commerciale intrapresa
con il cd. Multisala, non ottenendo, tuttavia, sul punto, un’adeguata risposta motivata da parte
della Corte distrettuale che, dunque, dovrà approfondire maggiormente questi profili di
doglianza, ora, in sede di rinvio, profili che, in verità, risultano decisivi per scrutinare la
sussistenza dell’elemento soggettivo del reato contestato, e ciò anche per superare le diverse e
stringenti considerazioni svolte dal primo giudice nella sentenza liberatoria sopra ricordata.
3.4.5 Peraltro, l’ampiamento della metratura per i locali commerciali già prevista dalla
convenzione urbanistica, se, da un lato, denota la commissioni di eventuali irregolarità
amministrative ovvero forse sin anco di reati edilizi, dall’altro, evidenzia tuttavia la volontà di
“massimizzare” il profitto ricavabile dalla complessiva operazione edilizia e commerciale, con
una intenzione certamente non diretta a cagionare con dolo il fallimento della società.
Anche su quest’ultimo profilo la Corte meneghina si dovrà interrogare sulle reali intenzioni,
iniziali e successive, dei due imputati in relazione, anche, alla reale consapevolezza di porre in
essere condotte dirette a cagionare la decozione della società poi fallita.
3.4.6 Ed infine, last but not least occorre evidenziare un ulteriore profilo di censura in merito
alla contestazione del reato di cui all’art. 223, comma 2, n. 2 I. fall., censura sulla quale la
Corte del rinvio dovrà confrontarsi.
3.4.6.1 Occorre, anche in questa sede, riaffermare il principio secondo cui non è configurabile il
concorso formale tra il reato di bancarotta fraudolenta e quello di bancarotta impropria di cui
all’art. 223 comma secondo n. 2 che deve considerarsi assorbito nel primo quando l’azione
diretta a causare il fallimento sia la stessa sussunta nel modello descrittivo della bancarotta
fraudolenta ( Cass., Sez. 5, sent. n. 35066 del 05/07/2007 Cc. (dep. 19/09/2007 ) Rv.
237716).
3.4.6.2 Al fine di evidenziare i rapporti fra le due figure criminose a raffronto, non può
trascurarsi di considerare che il reato di cui alla I. fall., art. 223, comma 2, n. 2, costituendo un
reato cd. “a causalità aperta”, può realizzarsi attraverso i più vari comportamenti e non
richiede, perciò, come elemento indefettibile la compresenza degli elementi costitutivi di altri
reati.
Va aggiunto che la volontà deliberata, o quanto meno l’accettazione del rischio, che l’azione
così posta in essere si ponga come causa – unica o concorrente – del fallimento dell’impresa cui
la condotta illecita si riferisce concretizza immancabilmente l’elemento psicologico dell’agente,
almeno sotto il profilo del dolo almeno eventuale, proprio della bancarotta impropria, il cui
elemento oggettivo è già insito nell’altro reato per quanto evidenziato nella norma sopra
richiamata.
Alla stregua delle considerazioni fin qui svolte deve concludersi che, quando l’azione diretta a
causare il fallimento si identifichi nella medesima condotta sussunta nel modello descrittivo
della bancarotta fraudolenta, in quest’ultimo reato deve considerarsi assorbita la bancarotta
impropria, con la conseguenza che risulta impossibile configurarsi un concorso formale fra i
due reati in osservazione.
3.4.6.3 II principio è stato riaffermato e ribadito da altro più recente arresto giurisprudenziale
(peraltro richiamato nella stessa sentenza impugnata : Sez. 5, n. 24051 del 15/05/2014 – dep.
09/06/2014, Lorenzini e altro, Rv. 26014201 ), secondo cui i reati di bancarotta fraudolenta
patrimoniale e documentale (artt. 216 e 223, comma primo, L.F.) e quello di bancarotta
impropria di cui all’ art. 223 comma secondo, n. 2, L.F. hanno ambiti diversi: il primo postula il
compimento di atti di distrazione o dissipazione di beni societari ovvero di occultamento,
distruzione o tenuta di libri e scritture contabili in modo da non consentire la ricostruzione delle
vicende societarie, atti tali da creare pericolo per le ragioni creditorie, a prescindere dalla
circostanza che abbiano prodotto il fallimento, essendo sufficiente che questo sia
effettivamente intervenuto; il secondo concerne, invece, condotte dolose che non costituiscono
distrazione o dissipazione di attività – né si risolvono in un pregiudizio per le verifiche
concernenti il patrimonio sociale da operarsi tramite le scritture contabili – ma che devono
porsi in nesso eziologico con il fallimento. Ne consegue che, in relazione ai suddetti reati,
mentre è da escludere il concorso formale è, invece, possibile il concorso materiale qualora,
oltre ad azioni ricomprese nello specifico schema della bancarotta ex art. 216 L.F., si siano
verificati differenti ed autonomi comportamenti dolosi i quali – concretandosi in abuso o
infedeltà nell’esercizio della carica ricoperta o in un atto intrinsecamente pericoloso per
l’andamento economico finanziario della società – siano stati causa del fallimento ( così, anche
Sez. 5, n. del 19 maggio 2010, Biolè e altro, Rv. 248167; Sez. 5, n. del 17 febbraio 2010,
Pagnotta e altri, Rv. 247247 ).
3.4.6.3 Ciò posto, osserva la Corte come le condotte descritte per la contestazione del capo
A.4 della rubrica integrano, sul piano oggettivo, le medesime condotte di cui alle contestate
condotte distrattive, con ciò ponendosi il ragionamento della Corte milanese in contrasto con il
sopra riaffermato principio di diritto, non potendosi configurare la descritta ipotesi di concorso
materiale tra bancarotta ex art. 216 I. fall. e 223, comma 2, n. 2, medesima legge, per lo
meno nei termini argomentativi espressi dalla Corte nella sentenza impugnata.
Ed invero, dal succinto passaggio motivazionale dedicato alla questione qui da ultimo in
discussione ( v. pag. 65 della sentenza appellata ) non è possibile comprendere se i giudici
d’appello abbiano ritenuto configurabile la bancarotta impropria in forza della accertata
consumazione dei reati di bancarotta patrimoniale e documentale – il che, alla luce degli
illustrati principi, integrerebbe un’errata applicazione della legge penale – ovvero se abbiano
preso in considerazione ulteriori comportamenti addebitabili agli imputati, dei quali tuttavia
avrebbero dovuto contemplare una descrizione “differenziata” rispetto alle ulteriori fattispecie
di bancarotte distrattive e documentali contestate in rubrica.
Ne consegue che anche sotto questo profilo è demandato alla Corte di rinvio un ulteriore
esame del profilo del concorso tra i reati da ultimo descritti.
L’accoglimento della doglianza sul profilo del vizio argomentativo assorbe l’esame dell’ulteriore
censura sul travisamento della prova.
4. Il quarto motivo è invece manifestamente infondato.
4.1 Si denunzia la violazione di legge in relazione all’art. 1 I. 241/2006.
Sul punto, occorre solo evidenziare che la pena era stata condonata nel giudizio di primo grado
e sulla relativa statuizione non è intervenuta revoca nel giudizio di appello.

P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui al capo A.4, con rinvio per nuovo
esame sul punto al altra sezione della Corte di Appello di Milano. Rigetta nel resto i ricorsi.
Così deciso in Roma, il 14.10.2016

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