Appropriazione Indebita – Cassazione Penale 29/03/2017 N° 15815

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 29/03/2017

Numero: 15815

Testo completo della Sentenza Appropriazione indebita – Cassazione penale 29/03/2017 n° 15815:

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Penale Sent. Sez. 2 Num. 15815 Anno 2017
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: RAGO GEPPINO
Data Udienza: 08/03/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da
PROCURATORE GENERALE presso la Corte di Appello di Ancona, contro la
sentenza del 11/02/2016 della Corte di Appello di Ancona pronunciata nei
confronti di VALLA GIORGIO nato il 26/12/1971;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere dott. G. Rago;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Mario
Pinelli, che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza;
udito il difensore, avv. Danilo Del Prete (per Valla), che ha concluso chiedendo il
rigetto del ricorso, e avv.to Ervin Rupnik (per la parte civile Rita Montesi) che ha
concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso del Procuratore Generale;

FATTO e DIRITTO
1. Il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Ancona ha proposto
ricorso per cassazione contro la sentenza in epigrafe con la quale la Corte
territoriale aveva confermato l’assoluzione, perché il fatto non sussiste, di Valla
Giorgio imputato del reato di cui all’art. 646 e 61 n. 7 cod. pen. per essersi
appropriato – non avendola restituita – della somma di C 52.500,00 che Montesi
Rita gli aveva versato in acconto del prezzo di un preliminare che,
successivamente, era stato risolto.
Ad avviso del ricorrente, infatti, le somme consegnate in acconto prezzo,
non possono considerarsi patrimonio originario dell’accipiens, in quanto, essendo
consegnate con chiara finalità di destinazione, sono suscettibili di appropriazione.
Con memoria depositata il 16/02/2017, la parte civile Montesi Rita ha
insistito per l’accoglimento del ricorso.
2. Il ricorso è infondato per le ragioni di seguito indicate.
Pacifico il fatto, la questione di diritto che è sottoposta a questa Corte
consiste nello stabilire se la mancata restituzione di una somma ricevuta in
acconto prezzo di un preliminare successivamente risolto, costituisca o meno
appropriazione indebita.
L’essenza ed il fondamento del reato di appropriazione indebita consiste
nella lesione del diritto di proprietà o di altro diritto reale mediante l’abuso di
cosa o denaro altrui: infatti, come hanno precisato le SSUU con la sentenza n
1327/2005 (Li Calzi), nell’appropriazione indebita «il denaro o la cosa mobile di
cui l’agente si appropria, non fanno mai parte ab origine del “patrimonio” del
possessore, ma si tratta sempre di denaro o di cose di “proprietà” diretta od
indiretta di altri, che pur confluendo per una determinata ragione nel
“patrimonio” dell’agente, non divengono, proprio per il vincolo di destinazione
che le caratterizza, di sua proprietà, in deroga – come espressamente previsto
dall’art. 646 c.p. ai principi del diritto civile in tema di acquisto della
proprietà delle cose fungibili (cfr. Cass., sez. 2^, 17 giugno 1977, n. 2445,
Pomar, RV. 137092). Di conseguenza, ove l’agente dia alla cosa una
destinazione diversa da quella consentita dal titolo per cui la possiede, ovvero a
richiesta o alla scadenza non restituisca la cosa o il denaro, commette il reato di
appropriazione indebita, tutti casi, tradizionalmente individuati dalla
giurisprudenza di legittimità, in cui la somma entra ab extrinseco a far parte del
patrimonio del possessore e con questo non si confonde proprio perché
connotata da una vincolo specifico di destinazione».
Questo principio è stato, poi, espressamente e nuovamente confermato dalle
SSUU che con la sentenza n. 37954/2011 Rv. 250974 (§ 12.4 ss), in relazione
all’appropriazione di somme di denaro ha precisato e chiarito che «il legislatore
non ha inteso utilizzare la nozione di altruità nel senso, strettamente civilistico,
di proprietà distinguibile dalla disponibilità. Per il diritto civile la proprietà delle
cose fungibili si trasferisce, per specificazione e separazione, con il trasferimento
del possesso, e il denaro è perciò destinato a confondersi con il patrimonio di chi
lo possiede, né in relazione ad esso sono configurabili diritti reali di terzi. Anche
nel caso che taluno abbia ricevuto da altri una somma, per custodirla o per
impiegarla in un certo modo, incombe sull’accipiente soltanto l’obbligo di rendere
o di impiegare l’equivalente, a scadenza, secondo pattuizione, non il divieto di
farne, nel frattempo, uso. Il riferimento, nell’art. 646 cod. pen., al possessore di
denaro altrui, è invece indice certo che per il diritto penale la regola della
indistinguibilità tra disponibilità e proprietà di cose fungibili non può valere
indiscriminatamente . Nonostante l’ampliamento della nozione di altruità,
nulla consente di ricondurre ad essa qualsivoglia diritto di credito, fosse anche
liquido ed esigibile. Impedisce, al contrario, di considerare costitutiva di
appropriazione indebita ogni condotta di inadempimento di un’obbligazione che
veda come prestazione o controprestazione, seppure vincolata, la dazione a un
terzo di una somma di denaro, se non altro il fatto che l’inadempimento di una
mera obbligazione è già sanzionata penalmente e più lievemente dall’art. 641
cod. pen., ma esclusivamente nell’ipotesi in cui essa sia stata assunta, ab
origine, con il proposito di eluderla e dissimulando lo stato d’insolvenza.
Efficace indicazione per una regolazione di confini proviene da Sez. 2, n. 7770
del 09/02/2010, Di Bernardo (non massimata), laddove osserva che sarebbe
irragionevole “assegnare ad una stessa condotta materiale di interversione del
possesso una portata differenziata a seconda della natura del bene – fungibile o
infungibile – quando è lo stesso testo normativo a parificare sotto questo profilo il
precetto, facendo espresso riferimento, quale oggetto della condotta
appropriativa, al denaro o ad altra cosa mobile altrui”. È la stessa formulazione
normativa, in altre parole, che impone all’interprete di considerare il denaro, al
quale l’agente ha dato una destinazione diversa da quella dovuta, come se fosse
una qualsiasi altra cosa mobile infungibile. Se denaro o cosa facevano parte del
patrimonio dell’inadempiente quando ha assunto l’obbligo di impiegarli o
destinarli a favore di un terzo, egli sarà senz’altro responsabile con l’intero suo
patrimonio per l’inadempimento, ma non potrà essere sottoposto ad azione di
rivendicazione né potrà imputarglisi alcuna interversione del possesso o condotta
appropriativa. Se l’inadempiente ha invece ricevuto il denaro o la cosa per
impiegarli o destinarli nell’interesse del terzo, la sua condotta di apprensione
(appropriazione) e sottrazione (espropriazione) del bene alla destinazione in
vista della quale ne aveva acquisito la disponibilità, costituirà, che abbia o non
abbia ad oggetto un bene infungibile suscettibile di rivendicazione,
appropriazione indebita rilevante ai sensi dell’art. 646 cod. pen. Più in
generale, il principio è che può essere ritenuto responsabile di appropriazione
indebita colui che, avendo ricevuto una somma di denaro o altro bene fungibile
per eseguire o in esecuzione di un impiego vincolato, se l’appropri dandogli
destinazione diversa e incompatibile con quella dovuta […1.
Non potrà invece ritenersi responsabile di appropriazione indebita colui che non
adempia ad obbligazioni pecuniarie cui avrebbe dovuto far fronte con quote del
proprio patrimonio non conferite e vincolate a tale scopo».
Ed è proprio in applicazione di tali principii che, ad es., questa Corte ha
ritenuto la configurabilità del delitto di appropriazione indebita in una fattispecie
in cui al denaro consegnato perché fossero estinte delle ipoteche (Cass.
47533/2015 riv 266370) o pagati i diritti doganali (Cass. 25281/2016 Rv.
267013), il possessore dette una destinazione diversa.
La questione, quindi, alla fin fine, si risolve nello stabilire se l’acconto prezzo
relativo ad un preliminare che la parte promissaria acquirente versa al
promittente venditore, abbia un vincolo di destinazione ovvero entri a far parte
del patrimonio dell’accipiens sicchè, stante la fungibilità del denaro, è ipotizzabile
solo un obbligo di restituzione di natura civilistica.
Sul punto, ritiene questa Corte – pur prendendo atto della contraria
decisione di Cass. 48136/2013 rv. 257483 – di dover dare continuità a quella
giurisprudenza secondo la quale «la mancata restituzione della caparra non
configura l’ipotesi criminosa di cui all’art. 646 cod. pen. difettando il presupposto
essenziale dell’impossessamento di cosa altrui, poiché la somma (o la cosa
fungibile) data a tale titolo passa nel patrimonio dell’accipiens, il quale ne
diventa proprietario ed è tenuto in caso di adempimento ad imputarla alla
prestazione dovutagli e in caso di inadempimento alla restituzione (trattandosi di
cose fungibili) di danaro o cose dello stesso genere in quantità doppia»: Cass.
5732/1982 riv 154152; Cass. 24669/2007 ha ribadito che ove la somma «non
sia stata corrisposta al percettore con uno specifico mandato atto a tracciare la
destinazione finale della somma stessa – il che determinerebbe in capo
all’accipiens la posizione di mero detentore del denaro che resterebbe fino
all’esecuzione del mandato di proprietà del dante causa – ma sia stata invece
erogata a titolo di prezzo, parziale o totale di una normale compravendita,
neppure l’ipotesi della appropriazione indebita può essere configurata. Ciò, per
l’assorbante rilievo che attraverso la dazione del prezzo il bene è passato
definitivamente in proprietà dell’accipiens, il quale, a sua volta, non potrà che
essere tenuto all’adempimento dell’obbligazione contratta: vale a dire la
consegna del bene compravenduto».
Ed infatti, benché sotto il profilo civilistico l’acconto sia differente dalla
caparra, ai fini penalistici non è possibile effettuare alcuna distinzione proprio
perché sia l’acconto che la caparra non hanno alcun impiego vincolato: di
conseguenza, entrando la somma di denaro a far parte del patrimonio
dell’accipiens, a carico di costui, nel caso in cui il contratto venga meno fra le
parti con conseguenti effetti restitutori, matura solo un obbligo di restituzione
che, ove non adempiuto, integra solo gli estremi di un inadempimento di natura
civilistica.
Il ricorso, pertanto, va rigettato alla stregua del seguente principio di diritto:
«Non integra il delitto di appropriazione indebita, ma un mero inadempimento di
natura civilistica, la condotta del promittente venditore che, a seguito della
risoluzione del contratto, non restituisca al promíssario acquirente l’acconto sul
prezzo del bene promesso in vendita»

P.Q.M.
RIGETTA il ricorso.
Così deciso il 08/03/2017

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