Appropriazione Indebita – Cassazione Penale 22/05/2017 N° 25444

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 22/05/2017

Numero: 25444

Testo completo della Sentenza Appropriazione indebita – Cassazione penale 22/05/2017 n° 25444:

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Penale Sent. Sez. 2 Num. 25444 Anno 2017
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: PAZZI ALBERTO
Data Udienza: 21/04/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
Taschini Alessandro, nato a Bergamo il 5.8.1971,
avverso la sentenza n. 1590/2015 del 5.4.2016 della Corte di Appello di Brescia;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Alberto Pazzi;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Perla
Lori, che ha concluso per l’ inammissibilità del ricorso;
udito il difensore dell’ imputato, Avv. Carlo Rosa in sostituzione dell’ Avv.
Fabrizio Losito, che ha concluso riportandosi ai motivi di ricorso e chiedendone l’
accoglimento.

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza in data 5 aprile 2016 la Corte di Appello di Brescia ha
integralmente confermato la sentenza del Tribunale di Bergamo del 16 febbraio
2015 con cui Alessandro Taschini era stato ritenuto responsabile dei reati di cui
agli artt. 646 (per essersi appropriato, quale amministratore di un condominio, di
somme versate dai condomini per spese di gestione dell’ immobile) e 640 c.p.
(per aver indotto i condomini in errore circa l’ entità delle spese di gestione da
sostenere ed essersi così fatto versare dagli stessi somme non dovute) ed era
stato conseguentemente condannato alla pena ritenuta di giustizia e al
risarcimento dei danni subiti dal condominio costituitosi parte civile.
2. Ha proposto ricorso per Cassazione avverso la predetta sentenza il
difensore dell’ imputato, deducendo:
2.1 la falsa applicazione dell’ art. 646 c.p.; a questo proposito la difesa,
dopo aver rappresentato che non vi era prova di come le somme fossero uscite
dalla disponibilità condominiale, di quando l’ ammanco si fosse verificato in
epoca antecedente il 30 aprile 2007 e di dove i denari fossero finiti, ha sostenuto
che il semplice uso del denaro, ancorchè momentaneo, non integrava l’
interversione del possesso, sottolineando poi che non era l’ imputato a dover
giustificare la destinazione delle somme mancanti ma l’ accusa a dover provare
gli elementi costitutivi del reato;
2.2 la falsa applicazione dell’ art. 640 c.p.; al riguardo la difesa ha sostenuto
che la corte territoriale non aveva verificato il ricorrere degli elementi costitutivi
del delitto di truffa, controllando quali attività inesistenti erano state retribuite o
quali importi non dovuti o eccessivi erano stati corrisposti;
2.3 la falsa applicazione degli artt. 640 e 646 c.p. in relazione al momento
consunnativo dei reati, da individuarsi con la realizzazione del profitto ingiusto
per la truffa e con la prima condotta appropriativa per l’ appropriazione indebita;
2.4 la falsa applicazione dell’ art. 99 c.p., in quanto la recidiva specifica e
infraquinquennale era stata contestata malgrado i reati posti a base della
recidiva fossero coevi o successivi a quelli contestati in questa sede processuale
e senza alcuna valutazione dell’ esistenza di una relazione qualificata fra i
precedenti del reo e il nuovo illecito;
2.5 la falsa applicazione dell’ art. 161 c.p., in quanto, tenuto conto del fatto
che gli ammanchi si erano verificati in epoca antecedente all’ aprile 2007, il reato
di cui al capo a) era comunque prescritto, mentre quello di cui al capo b)
risultava tale una volta esclusa la recidiva illegittimamente contestata;
2.6 l’ omessa motivazione circa l’ applicazione della recidiva e dell’
aggravante di cui all’ art. 61 n. 7 c.p., rispetto alle quali i giudici di merito non
avevano speso alcuna motivazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. La corte territoriale ha constatato che per gli anni di gestione del
condominio 2007 – 2009, affidati all’ odierno ricorrente quale amministratore
dopo una precedente gestione assolutamente lineare, il saldo attivo del conto
comune sarebbe dovuto essere pari a C 29.544,96 mentre in realtà non vi era
alcuna disponibilità di cassa e ha conseguentemente ritenuto integrato il reato di
appropriazione indebita in ragione del fatto che l’ imputato, al subentro del
nuovo amministratore, trattenne per sé le somme di pertinenza condominiale.
Una simile valutazione è del tutto conforme alli orientamento di questa Corte
secondo cui il delitto di appropriazione indebita è integrato dalla interversione del
possesso, che si manifesta quando l’ autore si comporti uti dominus non
restituendo il bene di cui ha avuto la disponibilità senza giustificazione, così da
evidenziare in maniera incontrovertibile anche l’ elemento soggettivo del reato
(Sez. 2, n. 25288 del 31/05/2016 – dep. 17/06/2016, Trovato, Rv. 26711401).
Non si presta poi a censure la valutazione operata dalla Corte d’Appello della
congerie istruttoria disponibile, in quanto l’ imputato che neghi la sussistenza
della condotta ascrittagli ha l’ onere di provare o allegare non un fatto negativo,
consistente nel mancato accadimento di quanto gli è addebitato, e segnatamente
nella mancata appropriazione, ma specifiche circostanze positive contrarie a
quelle provate dalla pubblica accusa dalle quali possa desumersi che il fatto in
contestazione non è avvenuto (Sez. 2, n. 7484 del 21/01/2014 – dep.
17/02/2014, P.G., P.C. in proc. Baroni, Rv. 25924501; nello stesso senso Sez. 2,
n. 20171 del 07/02/2013 – dep. 10/05/2013, Weng e altro, Rv. 25591601).
2. Rispetto al secondo capo di imputazione la Corte d’ Appello di Brescia
ha riscontrato che i condomini avevano consegnato alli imputato, nella sua veste
di amministratore, la complessiva somma di C 13.335,84 a fronte di spese
inesistenti o ingiustificate o comunque non seguite dalle azioni promesse; la
Corte ha poi spiegato che gli artifici e raggiri erano consistiti nella richiesta di
pagamenti falsamente giustificati relativi a prestazioni fasulle che avevano
comportato un’ induzione in errore dei condomini, i quali avevano versato
somme non dovute che erano state incamerate dall’imputato senza alcun titolo.
In questo modo la corte territoriale, una volta preso atto che l’ imputato non
aveva in alcun modo assolto l’ onere di allegazione che su di lui incombeva di
fornire alli ufficio le indicazioni e gli elementi necessari all’accertamento di fatti e
circostanze ignoti che fossero idonei, ove riscontrati, a volgere il giudizio in suo
favore, ha puntualmente dato conto del ricorrere degli elementi costitutivi del
reato di truffa in contestazione.
3. La Corte d’Appello ha ritenuto che il reato di appropriazione indebita si sia
consumato tramite l’interversione del possesso avvenuta nel momento in cui è
risultata manifesta la volontà dell’imputato di trattenere per sé le somme che
sarebbero dovute essere presenti sul conto corrente condominiale al subentro
del nuovo amministratore, dunque in coincidenza con il venir meno dell’ incarico
gestorio.
Questa valutazione non si presta a censure.
In vero, pur essendo pacifico che il delitto di appropriazione indebita è reato
istantaneo che si consuma con la prima condotta appropriativa nel momento in
cui l’ agente compie un atto di dominio sulla cosa con la volontà espressa o
implicita di tenere questa come propria, mentre rimane irrilevante l’ epoca in cui
si viene a conoscenza del comportamento illecito (Sez. 2, n. 17901 del
10/04/2014 – dep. 29/04/2014, Idone, Rv. 25971501), nel caso in cui l’ agente
abbia la disponibilità di denaro altrui in virtù dello svolgimento di un incarico
gestorio il reato di appropriazione indebita è integrato dall’ interversione del
possesso, che si manifesta quando l’ autore si comporta uti dominus non
restituendo senza giustificazione le somme detenute, che non ha più ragione di
trattenere, in modo da evidenziare in maniera incontrovertibile anche l’ elemento
soggettivo del reato.
Per quanto riguarda l’ individuazione del momento consumativo della truffa la
corte territoriale ha ritenuto che questo delitto si sia consumato nel momento in
cui si è verificato l’ arricchimento dell’ agente con il correlativo danno
patrimoniale per i condomini, momento da individuarsi anche in questo caso in
coincidenza con la nomina del nuovo amministratore e della conseguente perdita
definitiva delle somme.
Un simile assunto non può essere condiviso.
In vero il perfezionamento della truffa è legato al verificarsi del danno
patrimoniale per la vittima e dell’ ingiusto profitto per l’ agente (dato che è
necessario che il profitto dell azione truffaldina entri nella sfera giuridica di
disponibilità dell’ agente, non essendo sufficiente che esso sia fuoriuscito da
quella del soggetto passivo; Sez. 5, n. 14905 del 29/01/2009 – dep.
06/04/2009, Coppola e altro, Rv. 24360801) e si verifica nel momento in cui
queste evenienze vengano entrambe a esistenza o, in caso di mancata
contestualità, in coincidenza con l’ avverarsi dell’ ultima componente.
Dunque la truffa contrattuale è reato istantaneo e di danno la cui consumazione
coincide con la perdita definitiva del bene in cui si sostanzia il danno del
raggirato e il conseguimento dell’ ingiusto profitto da parte dell’ agente (Sez. 2,
n. 20025 del 13/04/2011 – dep. 20/05/2011, Pg in proc. Monti e altri, Rv.
25035801).
Nel caso di specie l’ imputato ha preteso il pagamento di compensi per
prestazioni professionali fasulle, condotta a cui hanno fatto seguito l’ addebito al
condominio degli importi fatturati descritti nel capo d’ imputazione e l’ incasso da
parte dell’ amministratore o di parenti dell’ imputato dei compensi non dovuti.
Il perfezionamento del reato deve perciò ritenersi avvenuto nel momento in cui l’
indebito esborso e il correlato ingiusto profitto si verificarono, a prescindere dalla
sua constatazione da parte dell’ amministratore, e dunque nei tempi indicati nel
capo d’ imputazione (negli anni 2007 e 2008).
4. La corte territoriale ha ritenuto che la contestazione della recidiva
reiterata e infraquinquennale sia stata correttamente effettuata, a fronte delle
risultanze del certificato penale.
In realtà il Taschini annovera due precedenti per omesso versamento delle
ritenute previdenziali ed assistenziali, conseguenti a due decreti penali divenuti
esecutivi rispettivamente il 26.6.2008 e il 30.7.2010, e una condanna per
appropriazione indebita divenuta irrevocabile il 2.10.2014.
Ora, posto che perché possa configurarsi la recidiva occorre che il nuovo reato
sia commesso dopo che la precedente condanna sia divenuta irrevocabile e
tenuto conto di quanto in precedenza precisato in merito ai momenti consumativi
dei reati ascritti alli imputato, la recidiva infraquinquennale è stata correttamente
contestata rispetto al reato di appropriazione indebita, perfezionatosi, come
detto, nel giugno 2009 al momento del subentro del nuovo amministratore,
poichè a quella data il primo decreto penale era divenuto esecutivo (non
assumendo rilievo ai fini della contestazione della recidiva il condono disposto,
come ha chiarito Sez. 2, n. 34147 del 30/04/2015 – dep. 04/08/2015, P.G in
proc. Agostino e altri, Rv. 26462901).
Diverse considerazioni devono essere fatte rispetto al reato di truffa, che si è
perfezionato nei tempi indicati nel capo d’ imputazione (e più precisamente nei
momenti in cui vennero emesse le fatture fra l’ 1.6.2007 e il 1.2.2008) e dunque
in epoca precedente all’ esecutività del primo decreto penale.
Deve quindi essere esclusa, rispetto al reato di cui al capo B), la recidiva
contestata.
5. E’ stato in precedenza precisato che il reato di appropriazione indebita
si è consumato al momento della dismissione da parte dell’ imputato dell’
incarico di amministratore di condominio, nel giugno 2009, dovendosi di
conseguenza escludere la sua prescrizione, in applicazione del combinato
disposto degli artt. 157 e 161 c.p. e tenuto conto della recidiva
infraquinquennale contestata e degli atti interruttivi della prescrizione
intervenuti.
Il reato di truffa invece si è consumato, come detto, nei tempi indicati nel capo d’
imputazione, nel corso degli anni 2007 e 2008, in coincidenza con l’ indebito
esborso dei condomini e il conseguimento dell’ ingiusto profitto da parte dell’
amministratore.
Ne consegue, dovendosi escludere la recidiva in contestazione, la constatazione
dell’ intervenuta prescrizione del reato a causa dell’ intero decorso del periodo
previsto dall’ art. 157 c.p., pur aumentato di un quarto per effetto dell’
interruzione della prescrizione.
6. E’ senz’ altro condivisibile l’ osservazione difensiva secondo cui sussiste
uno specifico onere motivazionale a carico del giudice nel caso in cui egli ritenga
di applicare in concreto la recidiva facoltativa che sia stata contestata, in
conformità all’ insegnamento delle Sezioni Unite di questa Corte (“In tema di
recidiva facoltativa, è richiesto al giudice uno specifico dovere di motivazione sia
ove egli ritenga sia ove egli escluda la rilevanza della stessa” Cass. sez. un., n.
5859 del 27/10/2011 Marcianò, Rv. 25169001).
E’ noto tuttavia che un simile onere può essere adempiuto anche implicitamente,
ove la sentenza dia conto della sussistenza di quei requisiti di riprovevolezza
della condotta e pericolosità del suo autore, che sono alla base dell’
aggravamento di pena disposto dal legislatore per effetto della circostanza di cui
all’art. 99 c.p. (“Il rigetto della richiesta di esclusione della recidiva facoltativa,
pur richiedendo l’ assolvimento di un onere motivazionale, non impone al giudice
un obbligo di motivazione espressa, ben potendo quest’ ultima essere anche
implicita” Cass., sez. 2, n. 39743 del 17/09/2015 Del Vento e altri, Rv.
26453301, la quale ha esaminato una fattispecie nella quale la Corte ha ritenuto
implicita la motivazione sul diniego della richiesta di esclusione della recidiva,
desumendola dal richiamo operato nella sentenza impugnata alla negativa
personalità dell’ imputato emergente dalla gravità dei precedenti penali).
Concorrono a fornire questo quadro motivazionale sia il richiamo ai precedenti
penali contenuto all’ interno della decisione di primo grado, sia la valutazione
fatta dallo stesso giudice della condotta tenuta dall’ imputato, che non ha
dimostrato alcun sintomo di resipiscenza né volontà di restituzione delle somme.
La corte territoriale, nel valutare il ricorrere dei presupposti dell’ aggravante di
cui all’ art. 61 n. 7 c.p., ha poi fatto corretta applicazione dei principi affermati
da questa Corte sia in merito alla necessità di una valutazione complessiva del
danno cagionato in caso di reato continuato (“In caso di reato continuato,
valendo, in mancanza di tassative esclusioni, il principio della unitarietà, la
valutazione in ordine alla sussistenza o meno dell’ aggravante del danno di
rilevante gravità deve essere operata con riferimento non al danno cagionato da
ogni singola violazione, ma a quello complessivo causato dalla somma delle
violazioni” Sez. 2, n. 45504 del 27/10/2015 – dep. 16/11/2015, Badaloni e altri,
Rv. 26555701), sia rispetto alla rilevanza della consistenza oggettiva del danno
arrecato (“Nel valutare l’ applicabilità della circostanza aggravante del danno
patrimoniale di rilevante gravità, può farsi riferimento alle condizioni economicofinanziarie della persona offesa solo qualora il danno sofferto, pur non essendo di
entità oggettiva notevole, può essere qualificato tale in relazione alle particolari
condizioni della vittima, che sono invece irrilevanti quando l’ entità oggettiva del
danno è tale da integrare di per sé un danno patrimoniale di rilevante gravità”
(Sez. 2, n. 48734 del 06/10/2016 – dep. 17/11/2016, Puricelli, Rv. 26844601).
In conclusione sulla base delle considerazioni appena esposte, una volta esclusa
la contestata recidiva, la sentenza impugnata deve essere annullata
limitatamente all’ affermazione di responsabilità in ordine al reato di cui all’ art.
640 c.p., atteso che lo stesso è estinto per intervenuta prescrizione, con rinvio
ad altra sezione della Corte d’ Appello di Brescia per la rideterminazione della
pena relativa al delitto di appropriazione indebita, rispetto al quale il ricorso
risulta inammissibile.

P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente all’ affermazione di
responsabilità in ordine al reato di cui all’ art. 640 c.p., previa esclusione della
contestata recidiva, essendo lo stesso estinto per prescrizione, con rinvio ad altra
sezione della Corte d’ Appello di Brescia per la rideterminazione della pena.
Dichiara inammissibile il ricorso limitatamente al delitto di appropriazione
indebita.
Così deciso in Roma il 21 aprile 2017.

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