Appropriazione Indebita – Cassazione Penale 07/09/2017 N° 40870

Appropriazione indebita – Cassazione penale 07/09/2017 n° 40870 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 07/09/2017

Numero: 40870

Testo completo della Sentenza Appropriazione indebita – Cassazione penale 07/09/2017 n° 40870:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

Penale Sent. Sez. 2 Num. 40870 Anno 2017
Presidente: FIANDANESE FRANCO
Relatore: CERVADORO MIRELLA
Data Udienza: 20/06/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
NARDUCCI CARLO N. IL 02/09/1953
avverso la sentenza n. 811/2015 CORTE APPELLO di MILANO, del
17/03/2016
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 20/06/2017 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. MIRELLA CERVADORO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
che ha concluso per

Udito, per la parte civile, l’Avv
Uditi i difensori Avv.

Udita la requisitoria del sostituto procuratore generale, nella persona del dr.Gabriele
Mazzotta, il quale ha concluso chiedendo che il ricorso venga dichiarato inammissibile.
Udito l’avv.Marianna Pacelli sostituto processuale dell’avv.Bruno Claudio Moltrasio,
difensore della parte civile Condominio di Piazza Minniti 8, che ha concluso per il
rigetto del ricorso
Udito il difensore di Narducci Carlo, avv.Fulvio Rosari che ha concluso per
l’accoglimento del ricorso.

Ritenuto in fatto
Con sentenza del Tribunale di Milano emessa in data 22.10.2014 Narducci Carlo
veniva condannato, concesse le attenuanti generiche equivalenti alla contestata
aggravante, alla pena di anni uno di reclusione ed euro 500,00 di multa, nonché al
risarcimento del danno liquidato equitativamente in euro 30.000,00 oltre rivalutazioni
ed interessi in favore della parte civile costituita, in quanto ritenuto responsabile,
limitatamente alle gestioni degli anni 2007, 2008, 2009 e 2010 del delitto di
appropriazione indebita perché, al fine di procurare a sé un ingiusto profitto, con più
azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, in qualità di amministratore di
condominio, si appropriava della somma di euro 63.142.50 relativa ai costi pertinenti
alle gestioni ordinarie degli anni 2006, 2007, 2008, 2009, 2010, somma che i
condomini avevano versato a seguito di preventivo in proporzione alle rispettive quote
nnillesimali. Con l’aggravante dell’abuso di prestazione d’opera.
Con sentenza del 17.03.2016 la Corte d’Appello di Milano, in parziale riforma della
sentenza emessa in data 22.10.2014 dal Tribunale di Milano dichiarava non doversi
procedere nei confronti dell’imputato anche in relazione ai fatti oggetto dell’annualità
2007 perché estinti per prescrizione e per l’effetto riduceva la pena a mesi nove di
reclusione ed euro 400,00 di multa. Confermava nel resto e condannava l’imputato
alla rifusione, in favore della parte civile, delle spese di rappresentanza e difesa
relative al grado.
Ricorre per cassazione il difensore dell’imputato deducendo: 1) la mancanza,
contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione della sentenza in relazione
all’art. 606, comma 1, lett. e) c.p.p. in riferimento al percorso giustificativo inerente la
ricostruzione/consumazione dei fatti contestati e alla valutazione del quadro probatorio
acquisito. La responsabilità dell’imputato sarebbe stata dedotta sulla base di evidenti
fraintendimenti delle risultanze probatorie; 2) l’inosservanza ed erronea applicazione
della norma processuale di cui all’art. 192 c.p.p. e 533 c.p.p. in relazione all’art. 606,
comma 1, lett. c) c.p.p.; obliterazione da parte del Giudice del merito dell’obbligo di
render “conto della motivazione” in ordine alla valutazione della prova, dei risultati
acquisiti e dei criteri adottati; mera deduzione della responsabilità dell’imputato per
effetto di travisamenti delle risultanze dibattimentali, sia di matrice orale che
documentale. Deduzione della responsabilità dell’imputato sulla base di un’evidente
carenza degli elementi documentali atti a suffragare il costrutto accusatorio ed in
particolare la pretesa sussistenza dell’elemento psicologico del reato di cui all’art. 646
c.p. ovverosia della volontà appropriativa dell’imputato; 3) l’inosservanza o erronea
applicazione della norma processuale di cui all’art. 546, comma 1, lett. e) c.p.p. in
relazione all’art. 606, comma I, lett. b) e c) c.p.p. in relazione alle prove poste alla
base della decisione e all’omessa enunciazione delle ragioni per le quali il Giudice del
gravame ha ritenuto non attendibili le deduzioni difensive, ovvero l’ipotesi alternativa
prospettata dalla difesa dell’imputato in chiave scriminane, in primis sotto il profilo
dell’elemento psicologico del reato ascritto all’odierno ricorrente; 4) la mancata
assunzione di una prova decisiva in relazione all’art. 606, comma 1, lett. d) c.p.p. con
riferimento alla mancata acquisizione della documentazione bancaria attestante i
movimenti di denaro in entrata ed in uscita del conto corrente intestato al Condominio
(parte civile) acceso presso l’agenzia del Banco Desio in Bresso; 5) l’inosservanza ed
erronea applicazione della legge penale, ovvero di altre norme giuridiche di cui si deve
tener conto nell’applicazione della legge penale, in relazione all’art. 606, comma 1,
lett. b) e lett. e) c.p.p. in riferimento al reato di cui all’art. 646 c.p. all’imputato.
Erronea quantificazione, valutazione e liquidazione ex artt. 538 e ss. c.p.p. del danno
patrimoniale e non patrimoniale riconosciuto alla parte civile; contraddittorietà della
motivazione del quantum oggetto di indebita appropriazione da parte dell’imputato; 6)
violazione ex art.606 comma I lett.b) c.p.p.: inosservanza ed erronea applicazione
della legge penale con riferimento al combinato disposto degli artt.157 e 161 c.p. in
riferimento alla mancata declaratoria di prescrizione dei reati di appropriazione
indebita consumati nel corso dell’anno 2008.
Chiede pertanto l’annullamento dell’impugnata sentenza.

Considerato in diritto
1.Nei primi quattro motivi di ricorso si prospettano valutazioni di elementi di fatto e
vengono riproposte le stesse ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice del
gravame. Le valutazioni di merito sono insindacabili nel giudizio di legittimità, quando
il metodo di valutazione delle prove sia conforme ai principi giurisprudenziali e
l’argomentare scevro da vizi logici; e la mancanza di specificità dei motivi va poi
apprezzata per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate della decisione
impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo
ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità,
conducente, ai sensi dell’art.591, co.1 lett.c) c.p.p., nell’inammissibilità (Cass.Sez.IV
n.5191/2000 Rv.216473).
1.1.Tanto premesso, rileva il Collegio che le motivazioni svolte dal giudice d’appello
non risultano viziate da illogicità manifeste e sono esaustive. In particolare, i giudici di
merito hanno evidenziato che, a prescindere dalla acquisizione agli atti del processo
della documentazione bancaria (per stessa ammissione dell’imputato ancora in suo
possesso), il fatto che al momento del passaggio delle consegne al nuovo
amministratore il conto corrente del condominio fosse a zero è prova certa della
sussistenza della condotta appropriativa posta in essere dall’imputato. I condomini
hanno pagato nel corso degli anni un certo importo che tuttavia non è stato destinato
al pagamento dei fornitori così come avrebbe dovuto essere. E il disavanzo (positivo)
di “cassa” al momento del passaggio di consegne, non è stato consegnato (v.pag.7
della sentenza impugnata). Di contro erano, poi, risultate numerose fatture non
pagate negli anni a fornitori ed Enti vari per circa 30.000,00 euro, per cui il conto del
Condominio non era zero, ma addirittura in negativo (v.pag.6 della sentenza di primo
grado).
2. Né possono trovare accoglimento i motivi concernenti l’asserita prescrizione del
reato ascritto all’imputato anche per l’anno 2008, di cui al sesto motivo di ricorso.
2.1 Sulla base di norme espressamente dichiarate inderogabili dall’art.1138 c.c.,
comma 4, l’amministratore del condominio dura in carica un anno e sottopone
all’assemblea il preventivo e il consuntivo delle spese afferenti all’anno, ragion per cui
la gestione viene rapportata alla competenza (annuale).
L’amministratore ha poi la detenzione “nomine alieno” delle somme di pertinenza
del Condominio sulle quali opera effettuando prelievi e pagamenti vari in favore del
Condominio medesimo; secondo la giurisprudenza delle Sezioni civili di questa Corte,
l’amministratore del condominio configura un ufficio di diritto privato assimilabile al
mandato con rappresentanza, con la conseguente applicabilità, nei rapporti tra
l’amministratore e ciascuno dei condomini delle disposizioni sul mandato
(v.Cass.Civ.Sez.II, 12.2.1997, n.1286; Sez.II, 14.12.93 n.12304). E considerato che,
ai sensi dell’art.1713 c.c., il mandatario deve rendere al mandante il conto e
rimettergli tutto ciò che ha ricevuto a causa del mandato, l’obbligo di restituzione
sorge a seguito della conclusione dell’attività gestoria, salvo che l’estinzione avvenga
prima di tale conclusione, e deve essere adempiuta non appena tale attività si è
realizzata. Di norma, la restituzione avviene in seguito al rendiconto annuale ma, ove
ciò non avvenga (anche per meri errori contabili o perché devono essere ancora
recuperate somme dovute da condomini morosi o per altre cause), una volta che la
gestione si conclude, e in difetto di contrarie disposizioni pattizie, l’amministratore del
condominio è comunque tenuto alla restituzione, in riferimento a tutto quanto ha
ricevuto nell’esercizio del mandato per conto del condominio, vale a dire tutto ciò che
ha in cassa, e ciò indipendentemente dalla gestione alla quale le somme si riferiscono.
Che alla scadenza (o alla revoca del mandato) l’amministratore sia tenuto a restituire
tutto ciò che ha in cassa si argomenta agevolmente dalla considerazione che egli
potrebbe avere avuto anche l’incarico di recuperare somme dovute da condomini
morosi e riguardanti anche la precedente gestione; sarebbe privo di senso ritenere che
l’amministratore al momento della fine della gestione – sia che essa avvenga per la
scadenza del termine, sia che avvenga prematuramente per effetto della revoca –
debba restituire soltanto quanto afferisce la gestione dell’anno e non, invece, tutto
quanto ha percepito per conto del condominio, comprese le somme riguardanti le
precedenti gestioni (cfr. Cass.Civ.Sez.II, sent.n.10815/2000 Rv.539589).
2.2 Il delitto di appropriazione indebita è reato istantaneo che si consuma con la
prima condotta appropriativa, cioè nel momento in cui l’agente compia un atto di
dominio sulla cosa con la volontà espressa o implicita di tenere questa come propria
(cfr. Cass.Sez.II, Sent. n. 29451/2013 Rv. 257232), momento che in caso di
detenzione qualificata si verifica quando il detentore rifiuti, anche per fatti concludenti,
di restituire il bene che, in origine, deteneva legittimamente (v. Sez.II, Sent. n.
25282/2016 Rv. 267072). In riferimento a condotte analoghe a quelle per cui è
processo, questa Corte ha quindi precisato che la mancata restituzione delle somme
introitate di volta in volta in seguito ai vari rendiconti annuali non è dato certo di
interversione del possesso da parte dell’amministratore di condominio, né è fatto di
per sé incompatibile con la conservazione del danaro, del quale non si è potuto
comunque accertare la dispersione fino alla consegna della cassa (cfr. Cass.Sez.II,
Sent.n.18864/2012,Siviero). Il momento consunnativo dell’appropriazione indebita, si
può individuare in questi casi all’atto della cessazione della carica, in quanto solo allora
si verifica con certezza l’interversione nel possesso (cfr. Cass. Sez. II, sent. n.
27363/2016, non massimata; Sez.II, Sent.n.18864/2012 cit.).
2.3 Nella fattispecie, così come accertato dal giudice del fatto (che però non ne ha
tratto poi le dovute conseguenze ai fini del calcolo della prescrizione, valorizzando ai
fini del momento consunnativo del reato il dato del tutto neutro dell’inserimento, nei
consuntivi approvati dall’assemblea, di fatture in realtà mai pagate), il momento della
interversione del possesso si è realizzato all’atto della consegna della cassa al nuovo
amministratore, allorchè l’imputato, non restituendo l’intero importo delle somme
ricevute nel corso della sua gestione, ha manifestato chiaramente la volontà di voler
trattenere per sé parte delle somme legittimamente detenute, e non utilizzate (o non
ancora utilizzate) per le spese di gestione del condominio. E di tali somme fino alla
consegna della cassa non si è potuta accertare la dispersione, così come rilevato dalla
ricostruzione della contabilità ad opera del nuovo amministratore e dalle stesse
dichiarazioni del Narducci, il quale – come evidenziato anche nello stesso ricorso – ha
redatto i rendiconti facendo largo uso del criterio della competenza, anziché del
criterio di cassa, con la conseguente esposizione di spese rendicontate, ma non ancora
pagate. Di conseguenza, del tutto inconferente sarebbe a riguardo la documentazione
bancaria di cui si lamenta la mancata acquisizione, e che, comunque, come rilevato
dalla Corte d’Appello, ben avrebbe potuto essere prodotta dallo stesso Narducci (che la
possedeva), ove lo avesse ritenuto necessario per la linea difensiva.
2.4 Considerato che il passaggio delle consegne è avvenuto nel settembre del 2010,
e che il termine massimo di prescrizione del reato di appropriazione indebita è di anni
sette e mesi sei, appare evidente che alla data della decisione della Corte d’Appello di
Milano (17.3.2016) il termine massimo di prescrizione per il reato di appropriazione
indebita non era (e non è ancora) spirato.
3. Il quinto motivo di ricorso, così come l’omologo motivo in sede d’appello, è privo
della specificità, prescritta dall’art. 581, lett. c), in relazione all’art 591 lett. c) c.p.p.
non solo per la sua genericità, come assoluta indeterminatezza di quanto dedotto, ma
anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate della decisione
impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo
ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità
(Cass.Sez.IVn.5191/2000 Rv.216473).
3.1 In merito al danno subito dal Condominio, il Tribunale aveva ritenuta corretta la
valutazione operata dalla parte civile che, espunta delle valorizzazioni relative all’anno
2006, era stata determinata nella somma di euro 30.000,00. La Corte d’appello ha
quindi confermato le statuizioni civili, rilevando che le contestazioni mosse con
riferimento alla condanna al risarcimento del danno erano del tutto generiche a fronte
della produzione documentale in atti, sulla base della quale è stata operata la
liquidazione del danno. E avverso tali affermazioni si muovono non già precise
contestazioni, ma solo generiche doglianze, vertenti per lo più sulle differenti modalità
di redazione e di attestazione delle spese condominiali nei consuntivi c.d. “per cassa”e
in quelli c.d. “per competenza”, ma non sulla documentazione in atti prodotta e
oggetto di valutazione da parte dei giudici di merito.
4. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile. Ai sensi dell’articolo 616 cod.
proc. pen., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, la parte privata
che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del
procedimento, nonché – ravvisandosi profili di colpa (v.Corte Cost. sent.n.186/2000),
nella determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore della
Cassa delle ammende della somma di millecinquecento euro, così equitativamente
fissata in ragione dei motivi dedotti.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali e della somma di euro millecinquecento a favore della Cassa delle ammende.
Così deliberato, il 20. 6. 2017

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine