Appello – Cassazione Penale 20/03/2017 N° 13469

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione IV

Data: 20/03/2017

Numero: 13469

Testo completo della Sentenza Appello – Cassazione penale 20/03/2017 n° 13469:

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Penale Sent. Sez. 4 Num. 13469 Anno 2017
Presidente: ROMIS VINCENZO
Relatore: PEZZELLA VINCENZO
Data Udienza: 23/02/2017

Sentenza
Sul ricorso proposto dalla parte civile
CORA MAURIZIO
nei confronti di:
LAURINI FRANCESCO N. IL 07/09/1956
FREZZA ARMIDO N. IL 22/02/1947
SCOCCIA DIEGO N. IL 17/10/1955
PAOLONI PIETRO N. IL 24/08/1954
DE CRISTOFARO ENRICO N. IL 03/07/1955
avverso la sentenza n. 1852/2015 CORTE APPELLO di L’AQUILA,
del 16/02/2016
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 23/02/2017 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. VINCENZO PEZZELLA
Udito il Procuratore Generale in persona della Dott.ssa Giuseppina Casella

RITENUTO IN FATTO
1. Laurini Francesco, Frezza Armido, Scoccia Diego, Paoloni Pietro e De Cristofaro Enrico sono stati rinviati a giudizio per rispondere dei delitti di cui agli
art. 590, 589, 434 e 449 c.p., in relazione al crollo, in occasione del sisma che
ha interessato l’Aquila il 6/4/2009, dell’Ala Nord dell’edificio denominato CloniBerardi, ubicato in L’Aquila Via XX Settembre n. 79 in cui persero la vita nove
persone e ne rimasero ferite altre.
In particolare, ai suddetti veniva contestata, nell’edificazione del confinante
immobile denominato “Belvedere”, la realizzazione di un giunto sismico tra i due
edifici non conforme alle prescrizioni normative vigenti e di uno scavo per creare
locali autorimesse, che avrebbe amplificato gli effetti del sisma del 6 aprile 2009.
In esito ad un’articolata istruttoria dibattimentale, costituita da acquisizioni
documentati e dall’esame di numerosi testimoni, di consulenti e dei periti nominati nel corso dell’incidente probatorio, con sentenza in data 12.12.2014 il Tribunale di L’Aquila mandava tutti gli imputati assolti dai reati loro rispettivamente
ascritti, “per non aver commesso il fatto”.
Avverso la pronuncia di primo grado proponevano appello le parti civili Cora
Maurizio, Mannella Maria Loreta, Equizi Aleandro, Beve Angela, Carnevale Laura
e Carnevale Giulio, ma la Corte di Appello di L’Aquila, con sentenza del
15/5/2016 confermava la sentenza appellata.
2. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione, a mezzo
del proprio difensore di fiducia, la parte civile CORA MAURIZIO, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173, comma 1, disp. att., cod. proc. pen..
In premessa il ricorrente lamenta che nella sentenza impugnata non ricevano alcuna effettiva e congrua disamina le deduzioni elaborate in via difensiva, ed
in particolare quelle di ordine tecnico, che pure ponevano in dubbio – funditusl’esattezza e l’attendibilità del procedimento di analisi assecondato dai periti e dei
relativi risultati, in forza dei quali il crollo dell’edificio “Cioni-Berardi’, in occasione
delle scosse sismiche del 6.4.2009, sarebbe stato causato unicamente da (asserite) deficitarietà strutturali dello stesso, senza che alcuna incidenza causale dovesse ascriversi alla interazione del finitimo fabbricato “Belvedere”, avvenuta in
conseguenza dei punti di contatto determinati tra le due costruzioni dalla condotta edificatoria violatrice di legge osservata dagli imputati.
Ci si duole, in particolare, che la sentenza impugnata, quanto alle principali
censure di tipo tecnico -avverso tali conclusioni- avanzate nell’atto di gravame
(censure che erano esitate, in primis, in una istanza di rinnovazione del dibattimento, ex art. 603 cod. proc. pen.), in parte, tenda a ridimensionarne la rilevanza
con grande sbrigatività (fondatamente dimostrando di non averne bene inteso
la pregnanza ed il reale significato), in parte, nel prenderne atto, illogicamente
ed illegittimamente (sullo stesso piano del rito penale) rinuncerebbe a farsene
carico e ad assumere i provvedimenti conseguenziali.
Inoltre, la decisione di appello svaluterebbe altrettanto illogicamente, secondo la ricorrente, il profilo oggettivo del contrasto delle valutazioni rese sullo
stesso tema centrale della influenza derivativa delle modalità costruttive dell’edificio “Belvedere” sul crollo del “Cioni-Berardi” siccome verificato dagli esperti intervenuti, come anche l’aspetto – assai riduttivamente inteso e persino travisatodel vero e proprio révirement valutativo da parte di (uno dei) tecnici dell’accusa
pubblica che pur avevano sottoscritto, nella relazione scritta depositata, tesi e
conclusioni diverse -rectius, opposte- rispetto a quelle rassegnate, con imprevedibile adesione alle conclusioni dei CT degli imputati, in sede di esame dibattimentale.
Con un primo motivo si deduce vizio motivazionale e travisamento della
prova laddove la Corte territoriale ha avallato la decisione del Tribunale (anche)
nella parte in cui aveva decisivamente impiegato, ai fini della pronuncia liberatoria, il parere espresso in giudizio dal Prof. Salvatori, secondo cui doveva essere
esclusa ogni rilevanza causale, rispetto al crollo, del cd. effetto cavità ed inoltre
doveva essere negata qualsiasi interazione, per effetto del mancato rispetto del
“giunto sismico”, tra l’edificio “Cioni-Berardi” ed il “Belvedere”, in occasione delle
scosse sismiche del 6.4.2009.
Il ricorrente ricorda di avere sollevato in appello la questione (quanto al cd.
effetto cavità) di come le conclusioni rassegnate in udienza dal prof. Salvatori
venivano a porsi in sorprendente contraddizione con quelle esplicitate dallo stesso Salvatori (per iscritto) nell’elaborato redatto insieme all’ing. Benedettini (depositato il 25.11.2011), ove, alle pagine 1 e 2, i due esperti dell’accusa pubblica
argomentano sulle ragioni che li inducevano a condividere la valutazione de)
prof. Paolucci -a sua volta CT del PM- circa la incidenza causale (nella misura del
6°/o nel verticale e del 3% sull’orizzontale) dei lavori di scavo praticati dagli imputati e del connesso “effetto cavità”.
Ci si duole che la Corte territoriale, con palese illogicità e con travisamento
dei contenuti della deposizione dibattimentale del Prof. Salvatori, riduca seraficamente le macroscopiche discrasie che in esso si rinvengono rispetto alle opinioni espresse nella relazione depositata, a semplici “chiarimenti e specificazioni”
fornite in sede di controesame o ad “eventuali lievi difformità”.
Sarebbe sfuggito del tutto, alla Corte di merito, come non si trattasse di meri adeguamenti o puntualizzazioni delle conclusioni già rese -però non variate e
rimaste ferme nella loro univocità ed essenza- in conseguenza delle domande
delle parti, bensì di un vero e proprio capovolgimento dei convincimenti espressi
sui temi decisivi del processo, con il totale sovvertimento delle originarie valutazioni, a partire dall’aspetto nevralgico della interazione tra i due fabbricati, emblematicamente prima “toto corde”, e motivatamente, riconosciuta e sostenuta,
e poi, non si comprenderebbe come e perché, recisamente negata.
La sentenza impugnata incorrerebbe, poi, in una ulteriore illogicità travisante (la prova acquisita) -che le impedirebbe di cogliere una argomentazione primaria delle deduzioni di appello provocando una irrimediabile carenza motivazionale- in relazione all’avvenuta assimilazione (che si assume indebitamente operi)
delle posizioni valutative dei due CT del PM (Salvatori e Benedettini). Ci si duole,
infatti, che la Corte di merito attribuisca agli stessi una opinione comune, concorde (con quella dei periti) e convergente nel ritenere la pratica ininfluenza causale delle “caratteristiche costruttive” dell’edificio “Belvedere”, in quanto integranti una “concausa”, “di per sé molto modesta”, inseritasi in una catena causale che avrebbe determinato in modo autonomo il crollo” (cfr. sentenza, pagina
18). Ebbene, una tale accomunazione sarebbe radicalmente smentita dalle risultanze processuali, che evidenzierebbero una situazione completamente diversa
ed anzi opposta rispetto a quella rappresentata. Ed infatti, si evidenzia che l’ing.
Benedettini, nell’esame testimoniale reso in giudizio, avrebbe fermamente ribadito le conclusioni rassegnate nello scritto redatto insieme al prof. Salvatori, sia in
ordine all’incidenza causale dell'”effetto cavità”, sia – principalmente- quanto
all’essere stata l’interazione tra i due edifici una chiara concausa del collasso:
senza mai assolutamente sostenere che una tale influenza causale fosse stata in
qualche modo vanificata ed annullata da una catena causale autonoma (asseritamente costituita dalle presunte debolezze strutturali del fabbricato “CioniBerardi”).
Ci si duole, però, che la sentenza trascurerebbe completamente i motivi
dell’appello della parte civile ricorrente, in cui si era ampiamente illustrata la posizione espressa dall’ing. Benedettini proprio relativamente al fatto specifico della
non decisività (ai fini del crollo) delle denunciate deficitarietà costruttive dell’immobile. Perciò -si ribadisce- in una diversità tra le tesi tecniche portate nel processo, era stata chiesta -ma non è stata disposta- una nuova perizia da disporsi
da parte del Giudice di secondo grado ex art. 603 cod. proc. pen..
La risposta negativa della Corte aquilana sarebbe frutto, secondo il ricorrente, da un lato, dell’illogico svilimento dei (non percepiti) sovvertimenti valutativi
occorsi in dibattimento, e, dall’altro, del fraintendimento circa l’essersi delineata
una uniformità di opinioni scientifiche (tra gli esperti intervenuti nel procedimento) in realtà insussistente, (fraintendimento) che avrebbe anche determinato un
insanabile deficit motivazionale sugli stessi temi centrali della vicenda.
Inappagante sul piano della adeguatezza motivazionale e violatrice della
legge processuale penale si appaleserebbe, poi, secondo il ricorrente, la soluzione che la pronuncia impugnata riserva alla dibattuta questione del cd giunto sismico (direttamente riverberantesi sul tema della interazione tra i due edifici per
effetto del fenomeno sismico).
In sede di gravame del merito, la difesa di parte civile ricorda di avere lamentato la sostanziale disapplicazione (nella sentenza del Tribunale) di tale regola fondamentale di costruzione (persino normativamente prevista e disciplinata) in un contesto edificatorio in cui gli stessi periti ne avevano segnalato la violazione in tre punti (arco, setto, terrazzo) da parte degli imputati edificatori (sulla base di ciò, essi attribuendo, alla Indicata interazione, una incidenza causale
nella determinazione del crollo pari al 5%). Ma soprattutto, la medesima parte si
era doluta del fatto, accertato a processo in corso, che in realtà il “giunto sismico” non fosse per nulla presente, oltre che nei punti appena indicati, per l’intera
estensione della parete in cemento armato (dell’edificio “Belvedere”) eretta al di
sopra della palificata, per una fascia dell’altezza di circa m. 1,50 e dalla lunghezza di circa m. 23, risultando la parete stessa collocata in aderenza al preesistente
muro di confine, il che veniva a provocare una (inammissibile e perniciosa, sotto
il profilo del rischio sismico) connessione strutturale per grande parte dei due
fabbricati finitimi.
Una tale situazione, totalmente sfuggita all’attenzione dei periti Castellani e
Morassi, si evinceva chiaramente, secondo il ricorrente, dalla stessa documentazione fotografica presente nell’elaborato dei periti medesimi (figure n.
16,17,18,19, alle pagine 68 e segg.), da cui si traeva anche la realizzazione di
un vero e proprio ancoraggio tra i due immobili attraverso la collocazione di ferri
di congiunzione, in modo tale da letteralmente avvincere la suddetta parete con
il muro di confine.
Ci si duole allora oggi, che la risposta della Corte aquilana alle deduzioni difensive appena richiamate si sia esaurita nel rilevare l’estraneità, ai termini
dell’addebito colposo siccome formulato in imputazione, del profilo (introdotto
dalla difesa di parte civile) della mancanza del “giunto sismico” (anche) per tutta
la estensione della parete in cemento armato dell’edificio “Belvedere”.
Si ricorda in ricorso che secondo la sentenza impugnata un tale aspetto “costituisce un fatto diverso, che richiede una specifica contestazione”; aggiungendovisi che “trattandosi di un elemento non accertato dai tecnici (pag. 398 della
relazione dei periti), il pubblico ministero non ha ritenuto di modificare la contestazione, né sussistono i presupposti per procedere ai sensi dell’art. 521 cod.
proc. pen.” (cfr. sentenza, pagina 16). La valutazione non è condivisibile, poiché
si discosta dalle corrette regole processuali in tema di apprezzamento del fatto
diverso e delle relative determinazioni giudiziali.
Si lamenta, tuttavia, che, per come emerge dal testo del provvedimento decisorio, i giudici di appello non contestano l’attendibilità ed il merito della deduzione difensiva circa la -fondatamente- maggiore entità della violazione della regola del “giunto sismico” da parte degli imputati, né negano la influenza di un tale fattore sulla pregnanza del rimprovero di colpa e sul piano della stessa connessione causale tra la condotta illegittima e l’evento-crollo. Essi viceversa ritengono che non sussista la possibilità “procedimentale” di far valere detto addebito
a carico degli stessi imputati (e comunque di introdurre il tema nella regiudicanda), attesa l’inerzia del PM, né di potere, quali giudici del secondo grado, provvedere, ai sensi dell’art. 521 cpv. cod. proc. pen., alla trasmissione degli atti allo
stesso pubblico ministero.
Ebbene il ragionamento della Corte territoriale, secondo la parte civile ricorrente giuridicamente, sarebbe inesatto per due ordini di ragioni.
Il primo è che, secondo la giurisprudenza di questa Corte di legittimità, in
materia di reati colposi, non sussiste la violazione della regola della necessaria
correlazione tra l’accusa e la sentenza di condanna se la contestazione concerne
globalmente la condotta addebitata come colposa (se si fa, in altri termini, riferimento alla colpa generica), essendo quindi consentito al giudice di aggiungere
agli elementi di fatto contestati altri estremi di comportamento colposo o di specificazione della colpa, emergenti dagli atti processuali e quindi non sottratti al
concreto esercizio del diritto di difesa.
In secondo luogo perché non sarebbe vero che il giudice di secondo grado
non avrebbe potuto fare ricorso all’art. 521 cod. proc. pen. laddove questa Corte
ha infatti più volte affermato che “quando il giudice ad quem si avveda di una diversità del fatto, non colta nei precedenti gradi di giudizio o emersa successivamente dinanzi ad esso, egli è tenuto a disporre con ordinanza la trasmissione
degli atti al PM, provvedendo anche a pronunciare sentenza con la quale dichiara
la nullità della decisione di primo grado, onde evitare il suo passaggio in giudicato” (vengono richiamate le sentenze di questa Corte nn. 17.5.1996, Falcone e,
negli stessi termini, 25.9.1996, Barlotti e 14.4.2003, Bucci).
Anche l’articolazione argomentativa che la sentenza riserva all’aspetto risolutivo della affermata inesistenza di correlazione causale tra la condotta edificatoria degli imputati ed il crollo dell’edificio “Cioni-Berardi” -(inesistenza) motivata
dalla debolezza strutturale di quest’ultimo, essenzialmente legata alla difformità
tra il progettato ed il realizzato e ritenuta dotata di efficienza causale esclusiva
rispetto al crollo medesimo (sì da doversi disconoscere ogni effettiva incidenza
concausale alla condotta degli imputati, nonostante la sua inadeguatezza ed illegittimità)- non apparirebbe secondo la parte civile ricorrente in alcun modo convincente, ed anzi, risulterebbe irrimediabilmente vulnerata da illogicità manifeste
e da fraintendimenti valutativi e pretermissioni relativamente al contenuto dei
rilievi difensivi di ordine tecnico sottoposti all’attenzione della Corte decidente.
In ricorso viene ricordato che la difesa di parte civile aveva contraddetto
nell’atto di appello (cfr. pagine 9, 10) la effettiva ricorrenza di differenze tra il
progetto originale del fabbricato “Cioni-Berardi” e la avvenuta esecuzione dello
stesso con particolare riferimento alle due difformità ritenute (dai periti) più rilevanti e che avrebbero decisivamente influito sul comportamento strutturale -in
occasione del sisma- della parte crollata dell’edificio in questione.
Si era specificamente dedotto non essere rispondente alla realtà dei luoghi:
1. che la soletta di copertura della zona autorimessa fosse portata da un
setto murario, in quanto la medesima, conformemente a quanto previsto nel
progetto autorizzato, risulta portata dai pilastri 34, 84 ed 85;
2. che i pilastri (colonne) 1, 2 e 3 fossero semplicemente “impostati” sulla
parete a partire dal primo livello del piano, in quanto, come accertato attraverso
alcuni saggi commissionati a ditta specializzata ed effettuati in loco dopo il giudizio di primo grado, tali pilastri sono regolarmente ancorati in fondazione, secondo quanto previsto nel progetto approvato.
Se ne traeva (dalla parte oggi ricorrente) la conseguenziale infondatezza
della stessa conclusione peritale secondo cui le “varianti” in questione avrebbero
prodotto le perniciose influenze indicate quali causa esclusiva del collasso del
fabbricato in oggetto (per effetto della “brusca variazione nella distribuzione degli elementi irrigidenti alle azioni sismiche orizzontali nel passaggio dalle autorimesse al primo piano”), con la ulteriore fondamentale implicazione della radicale
inattendibilità dello stesso modello di calcolo applicato per la verifica della resistenza del fabbricato stesso da parte degli esperti di nomina giudiziale (e mutuato ai fini della ricostruzione dei fatti e della decisione liberatoria di primo grado),
in quanto basato su premesse di fatto che (ai riscontri effettuati) risultavano del
tutto erronee.
Viene ancora ricordato che la difesa di parte civile era ritornata su tali aspetti in limine di giudizio di appello, depositando note tecniche -con allegata documentazione dimostrativa- redatte dal consulente arch. Berardino Sperandio, ulteriormente illustrative degli assunti appena richiamati.
Ebbene, ci si duole che, pur a fronte di tali “nuove”- evidenze (che confluivano nella richiesta di rinnovazione del dibattimento), i giudici di appello:
1. abbiano continuato a considerare la soletta di copertura dell’autorimessa
come sostenuta dal setto murario di confine con l’edificio “Belvedere’ e non dai
pilastri;
2. abbiano ribadito le conclusioni peritali anche circa l’essere “le tre colonne
dell’area crollata”, ossia la 1, la 2 e la 3,”poggiate su un muro, anziché sulle fondazioni, con inevitabili ripercussioni sulla loro solidità” (cfr. pagina 11 della sentenza, 10 “capoverso”, e poi ancora più innanzi: “la concentrazione delle colonne
Pi, P2 e P3, che spiccano dal muro contro terra a Nord, ha provocato concentrazione di sforzi”; concetto che è replicato agli inizi di pagina 12);
3. abbiano affermato che, in ogni caso, le colonne in questione (1,2,3), alla
pari di altre sei (10,11,12,34,35,36), “risultano interrotte dalla soletta di copertura dell’autorimessa” e questo “le ha rese particolarmente vulnerabili rispetto
all’effetto di taglio delle forze sismiche” (con innesco del meccanismo di “colonna
tozza”), sicchè “il rinvenimento di ferri di attesa ancorati in fondazione.., non
modifica il dato di fatto rilevato dai periti e non confutato dallo stesso Arch. Sperandio nel corso del giudizio di primo grado”;
4. giustifichino il diverso comportamento strutturale della Corpo B dell’edificio “Cioni-Berardi”, non crollato, con l’assenza in esso delle cd. colonne tozze,
“che hanno pesantemente segnato il comportamento del corpo A”.
La parte civile ricorrente lamenta che le risposte della sentenza impugnata
sarebbero, anzitutto, illogiche e chiaramente contrassegnate dalla mancata effettiva presa in carico delle censure difensive di ordine tecnico, rimaste sostanzialmente inesplorate e pregiudizialmente valutate non rilevanti. Eppure -ci si duole- esse rappresentavano profili fattuali nuovi, non accertati dall’indagine peritale, la cui rilevanza appariva di intuitiva evidenza: se infatti le difformità esecutive
indicate dagli esperti del giudice come causa primaria della vulnerabilità sismica
dell’immobile crollato, non sussistono, non sembra discutibile che questo non potesse essere giudicato indifferente ai fini dell’apprezzamento della capacità di resistenza strutturale del fabbricato stesso, il cui calcolo i periti avevano praticato
a partire proprio da quelle situazioni di base che erano quanto meno state indubbiate (se non, rectius, smentite) dai nuovi elementi emersi a seguito della
sopravvenuta investigazione tecnica della difesa.
Sarebbe ragionevolmente occorsa almeno una (cd.) prova di resistenza, non
logica bensì tecnica, fondata sul nuovo e diverso contesto emerso e segnalato.
Viene evidenziato che, sia pure in termini epidermici e puramente assertivi,
la sentenza impugnata -che significativamente non contesta l’attendibilità delle
emergenze rappresentate dalla difesa, in particolare, nelle note tecniche ricordate- sembra voler sostenere la ininfluenza, avuto riguardo ai rilievi peritali sui deficit dichiaratamente cospicui del “Cioni-Berardi”, dei nuovi elementi indicati dalla
difesa di parte civile; ma, al riguardo, non varrebbe neppure evidenziare la intrinseca inadeguatezza ed improprietà – in via di principio- di un vaglio siffatto,
che sarebbe stato compiuto direttamente dal decidente sulla scorta di una sua
inammissibile “scienza privata” (gli aspetti di novità in questione, infatti, non sarebbero stati mai sottoposti all’attenzione dei periti, in sede giudiziale).
Quanto, poi, al profilo dell’effetto di interruzione asseritamente provocato
dalla citata soletta di copertura su alcune colonne, ad avviso della parte civile ricorrente non potrebbe sfuggire la contraddizione in cui incorre la sentenza di appello nella indicazione delle colonne coinvolte. Ed infatti, mentre, riportandosi la
ricostruzione peritale, a pagina 7 della decisione si afferma che le colonne intercettate dalla soletta sarebbero quattro, e cioè le n. 35, 22, 10 ed 1, successivamente, come si è già dato conto, si asserisce ingiustificatamente che le colonne
interrotte sarebbero ben nove, e cioè le n. 1, 2, 3, 10, 11, 12, 13, 34, 35, 36.
Ben s’intende la diversità delle implicazioni connesse all’una o all’altra delle
due ricostruzioni contraddittoriamente operate dalla Corte di merito, immediatamente riverberantesi sulla reale entità della capacità di resistenza del fabbricato “Cioni-Berardi” (alla luce degli stessi criteri di calcolo applicati dai periti) e,
quindi, sul tema cruciale della correlazione causale.
Al di là delle sopraindicate carenze e delle incongruità motivazionali vulneranti la sentenza impugnata, la parte civile ricorrente lamenta poi la ingiustificata
arbitrarietà dell’ulteriore proposizione, in essa presente, secondo cui il corpo B
dell’edificio in esame non sarebbe crollato, nonostante la stessa tecnologia costruttiva e lo stesso degrado dei materiali impiegati (dell’edificio A), in quanto
nel corpo B mancavano le cd. colonne tozze, condizionanti (in negativo) la reazione del corpo A.
L’assunto sarebbe anzitutto arbitrario in quanto apparterrebbe – inammissibilmente- solo al convincimento eminentemente soggettivo (e perciò, alla scienza privata) del giudice di secondo grado, non trovando esso riscontro nella ricostruzione valutativa fornita dai periti sia nella relazione scritta depositata, sia in
sede di esame. Ed in ogni caso, sarebbe destituito di fondamento, perché è
smentito dalla realtà dei luoghi siccome rappresentata dagli stessi esperti nominati dal giudice. Ed infatti, per guanto si evincerebbe dalle figure n. 51, 52 e 53
alle pagine 130, 131, e 132 dell’elaborato peritale (nelle quali viene riprodotto il
progetto autorizzato), il confronto tra le scelte architettoniche e strutturali adottate per i due corpi di fabbrica (A e B) dell’edificio, evidenzierebbe una piena
identità di soluzioni tecniche. Il corpo B, invero, presenterebbe, analogamente al
corpo A, una soletta, collocata tra il “Cioni-Berardi” lato Nord ed il muro di contenimento sullo stesso lato, che è posta ad una quota inferiore di un metro al
primo livello del piano, e ciò alfine di garantire, alla pari di quanto avviene per la
posizione della soletta presente nel corpo A, la ventilazione dei locali (autorimessa) interrati. Nel corpo B, perciò, sarebbe stata praticata la medesima soluzione
architettonico-strutturale del corpo A, attuata interessando l’intero telaio strutturale contenuto tra i pilastri 4, 5, 6, 7, 8, 9.
Il punto – si duole la parte civile ricorrente- è che una tale soluzione tecnica
non innescherebbe alcun meccanismo di “colonna tozza”, né determinerebbe
concentrazione di sforzi, rappresentando, anzi, una precisa scelta progettuale,
regolarmente autorizzata dagli organi preposti, al fine (come precisato) di assicurare la ventilazione dei locali interrati sia del corpo A che dei corpo B.
Se così è, e se dunque (anche) le condizioni strutturali dei due corpi dell’edificio “Cioni-Berardi” erano le stesse, apparirebbe evidente, anche sul piano della
logica, che, a parità di stato complessivo, il collasso del solo corpo A non possa
che essere imputato (siccome immediatamente colto dal CT del PM ing. Benedettini: cfr. ud. 20.5.2014, pag. 15 e segg. e 35 e segg.; pag.6 relazione scritta)
all’azione di fattori esterni, che operarono solo dalla parte di tale corpo (e non
interessarono il corpo B): proprio come il fattore della interazione con il fabbricato “Belvedere” (riguardante il solo corpo A), determinatasi per il mancato rispetto da parte di quest’ultimo del “giunto sismico” e per effetto della scossa di terremoto del 6.4.2009, ore 3,32, siccome è puntualmente descritto nel capo di imputazione.
Ci si duole, infine, che la sentenza impugnata nessuna risposta fornisca, da
ultimo, al rilievo posto dalla difesa appellante (cfr. pagina 3 dell’impugnazione)
in relazione al fatto che, contro la tesi della cd. debolezza strutturale e delle ulteriori deficitarietà costruttive dell’edificio “Cioni-Berardi” (considerate dal giudice
di appello quale causa esclusiva del crollo), deponesse la circostanza che la costruzione avesse già subìto, nel 1985, un collaudo severo e probante. Ci si riferiva al terremoto che aveva interessato in quell’anno il territorio aquilano, sviluppando accelerazioni assai prossime a quelle del sisma del 6.4.2009, ed a seguito
del quale il “Cioni-Berardi”, nonostante tutte le carenze che (secondo i periti) lo
avrebbero contraddistinto, non aveva praticamente riportato alcun danno.
Un tale risultato -si deduceva- avrebbe dovuto essere considerato come la
dimostrazione logica dell’incidenza causale, nella determinazione del crollo, dei
nuovi fattori circostanziali storicamente sopravvenuti, tra cui, in primis, la costruzione dell’edificio “Belvedere”, avvenuta nella più plateale violazione della
regola, pur imperativa e fondamentale, del cd. “giunto sismico” (con i connessi e
deleteri fenomeni di interazione).
L’argomentazione difensiva -ci si duole- è stata completamente trascurata
dalla Corte di merito, rimanendo uno degli elementi di valutazione che contrastavano l’ipotesi della rilevanza risolutiva (nella prospettiva del crollo) dei soli
deficit del “Cioni-Berardi” e che, ove considerati, avrebbero fondatamente impedito all’organo decidente di pervenire alla conclusioni attinte.
La parte civile ricorrente chiede, pertanto, l’annullamento della sentenza impugnata con l’adozione dei provvedimenti consequenziali.
3. Sono state depositate memorie difensive:
• in data 7/2/2017 nell’interesse dell’imputato Frezza Armido, a firma
dell’Avv. Antonino Marazzita, con la quale si contestano le argomentazioni della
parte civile ricorrente, evidenziando come le stesse abbiano per lo più natura fattuale e come non ci si trovi -secondo la giurisprudenza di questa Corte di legittimità- di fronte ad un travisamento del fatto..
Viene rilevato come le questioni oggi riproposte siano state ampiamente vagliate e motivate dalla Corte territoriale sia con riguardo alle conclusioni esposte
dai vari professionisti sentiti sul punto che in relazione ai modelli di calcolo utilizzati dagli stessi.
In particolare, viene ricordato che, in relazione al c.d. “effetto cavità”, la
sentenza ha chiarito che l’eventuale incidenza del 6% sul verticale e del 3%
sul’orizzontale, individuata dai tecnici, è un dato del tutto marginale ed ininfluente, e che, inoltre, i margini di errore di questo tipo di calcolo sono del 5%, ovvero superiori alle percentuali di incidenza.
Quanto al punto concernente il “giunto sismico”, viene evidenziato come le
motivazioni della Corte territoriale non appaiano censurabili, ribadendo che condivisibilmente, ove effettivamente risultasse mancante tale giunto, come sostiene la parte civile, oltre che nei tre punti già individuati dai periti – arco, setto e
terrazza- “per tutta l’intera parete di cemento armato dell’edificio Belvedere
eretta al di sopra della palificata” ci si troverebbe di fronte ad un fatto nuovo.
Chiede, pertanto, rigettarsi il ricorso della parte civile.
• in data 17/2/2017 nell’interesse degli imputati Laurini Francesco, Paoloni
Pietro e Scoccia Imego, a firma degli Avv. Amedeo Ciuffetelli ed Ernesto Venta.
Anche in tale memoria si contestano le argomentazioni della parte civile ricorrente, evidenziando l’esaustività e la logicità della sentenza impugnata.
Viene evidenziato, ripercorrendone le argomentazioni, come i giudici del
gravame del merito abbiano compendiato le risultanze tecniche emerse nel corso
del dibattimento per giungere alla conclusione che le cause del crollo fossero tutte ascrivibili ai difetti ed alle caratteristiche costruttive proprie dell’immobile crollato. Si chiede, pertanto, dichiararsi inammissibile il ricorso.
• in data 17/2/2017 nell’interesse dell’imputato De Cristofaro Enrico.
Ripercorsi i fatti e l’iter motivazionale della sentenza impugnata, la memoria
si sofferma in particolare sulla posizione del De Cristofaro, il cui compito era
quello di verificare la rispondenza esclusivamente per le parti strutturali del progetto Belvedere ed, ancora, sulla questione del giunto sismico, che si assume essere
indubitabilmente presente al momento del sopralluogo del collaudatore, il
28.1.2008.
Viene poi ricordato cosa hanno riferito i vari consulenti escussi in ordine allo
stesso e come da un lato emerga che in base alle conclusioni degli stessi gli elementi di mero contatto fisico reperiti in fase di indagini (quali laterizi, intonaci e
polistirolo) erano perfettamente compatibili con la normativa di riferimento e con
la buona tecnica delle costruzioni e come la circostanza che mancasse anche un
quarto giunto, come sostiene la parte civile non trovi riscontro.
La memoria si sofferma, confutandole, sulle denunciate divergenze tra la relazione scritta e quanto riferito in dibattimento dal perito Salvatori, sulla presunta interazione di forze tra i due edifici a causa del sisma e sulla supposta stabilità
e resistenza del Cioni Berardi asseritamente rinvenibile nella sopravvivenza dello
stesso al terremoto del 1984 (di cui viene sottolineato il diverso epicentro, la diversa e più bassa intensità, l’assenza di vittime).
Viene chiesto, pertanto, dichiararsi inammissibile il ricorso.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. I motivi sopra illustrati sono infondati e, pertanto, il ricorso della parte civile va rigettato.
2. La parte civile ricorrente deduce, cumulativamente, violazione di legge e
vizio motivazionale, ma in realtà, a ben vedere il contenuto del ricorso, richiede
a questa Corte di legittimità, di fronte ad una doppia conforme sentenza di assoluzione, una rivalutazione del compendio probatorio che in questa sede non è
consentita.
Sul punto va ricordato che il controllo del giudice di legittimità sui vizi della
motivazione attiene alla coerenza strutturale della decisione di cui si saggia la
oggettiva tenuta sotto il profilo logico argomentativo, restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (tra le
varie, cfr. vedasi questa sez. 3, n. 12110 del 19/3/2009 n. 12110 e n. 23528 del
6/6/2006). Ancora, la giurisprudenza ha affermato che l’illogicità della motivazione per essere apprezzabile come vizio denunciabile, deve essere evidente,
cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu °culi, dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando
ininfluenti le minime incongruenze e considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili
con la decisione adottata, purché siano spiegate in modo logico e adeguato le
ragioni del convincimento (sez. 3, n. 35397 del 20/6/2007; Sez. Unite n. 24 del
24/11/1999, Spina, Rv. 214794).
Più di recente è stato ribadito come ai sensi di quanto disposto dall’art. 606
cod. proc. pen., comma 1, lett. e), il controllo di legittimità sulla motivazione non
attiene né alla ricostruzione dei fatti né all’apprezzamento del giudice di merito,
ma è circoscritto alla verifica che il testo dell’atto impugnato risponda a due requisiti che lo rendono insindacabile: a) l’esposizione delle ragioni giuridicamente
significative che lo hanno determinato; b) l’assenza di difetto o contraddittorietà
della motivazione o di illogicità evidenti, ossia la congruenza delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento. (sez. 2, n. 21644 del
13/2/2013, Badagliacca e altri, Rv. 255542)
Il sindacato demandato a questa Corte sulle ragioni giustificative della decisione ha dunque, per esplicita scelta legislativa, un orizzonte circoscritto. Non
c’è, in altri termini, come pare richiedere il presente ricorso, la possibilità di andare a verificare se la motivazione corrisponda alle acquisizioni processuali. E ciò
anche alla luce del vigente testo dell’art. 606 comma 1 lett. e) cod. proc. pen.
come modificato dalla I. 20.2.2006 n. 46.
Il giudice di legittimità non può procedere ad una rinnovata valutazione
dei fatti ovvero ad una rivalutazione del contenuto delle prove acquisite, trattandosi di apprezzamenti riservati in via esclusiva al giudice del merito.
La mancata rispondenza dell’iter motivazionale alle acquisizioni processuali può essere dedotta quale motivo di ricorso qualora comporti il c.d. «travisamento della prova» (consistente nell’utilizzazione di un’informazione inesistente o nell’omissione della valutazione di una prova, accomunate dalla necessità
che il dato probatorio, travisato od omesso, abbia il carattere della decisività
nell’ambito dell’apparato motivazionale sottoposto a critica), purché siano indicate in maniera specifica ed inequivoca le prove che si pretende essere state travisate, nelle forme di volta in volta adeguate alla natura degli atti in considerazione, in modo da rendere possibile la loro lettura senza alcuna necessità di ricerca
da parte della Corte, e non ne sia effettuata una monca individuazione od un
esame parcellizzato. Permane, al contrario, la non deducibilità, nel giudizio di legittimità, del travisamento del fatto, stante la preclusione per la Corte di Cassazione di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella
compiuta nei precedenti gradi di merito (Sez. 6, n. 25255/2012, Rv. 253099).
Com’è stato rilevato nella citata sentenza 21644/2013 di questa Corte la
sentenza deve essere logica “rispetto a sé stessa”, cioè rispetto agli atti processuali citati. In tal senso la novellata previsione secondo cui il vizio della motivazione può risultare, oltre che dal testo del provvedimento impugnato, anche da
“altri atti del processo”, purché specificamente indicati nei motivi di gravame,
non ha infatti trasformato il ruolo e i compiti di questa Corte, che rimane giudice
della motivazione, senza essersi trasformato in un ennesimo giudice del fatto.
3. Come si ricordava, siamo di fronte ad una “doppia conforme”, in questo
caso di assoluzione (e va ricordato che l’assoluzione non presuppone la certezza
dell’innocenza dell’imputato, ma la mera non certezza della colpevolezza dello
stesso – cfr. ex plurimis, Sez. 3, n. 42007 del 27/9/2012, M. e altro, Rv.
253605), in cui le motivazioni della pronuncia di primo grado e di quella di
appello, fondendosi, si integrano a vicenda, confluendo in un risultato organico
ed inscindibile al quale occorre in ogni caso fare riferimento per giudicare della
congruità della motivazione. Ciò tanto più ove, come in casi qual è quello che ci
occupa, i giudici dell’appello abbiano esaminato le censure con criteri omogenei a
quelli usati dal giudice di primo grado e con frequenti riferimenti alle
determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico-giuridici della decisione, di guisa
che le motivazioni delle sentenze dei due gradi di merito costituiscano una sola
entità (confronta l’univoca giurisprudenza di legittimità di questa Corte: per
tutte sez. 2 n. 34891 del 16/05/2013, Vecchia, Rv. 256096; conf. sez. 3, n.
13926 del 1/12/2011, dep. il2012, Valerio, Rv. 252615: sez. 2, n. 1309 del
22/11/1993, dep. il1994, Albergamo ed altri, Rv. 197250).
Nella motivazione della sentenza il giudice del gravame di merito non è tenuto, inoltre, a compiere un’analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti e
a prendere in esame dettagliatamente tutte le risultanze processuali, essendo
invece sufficiente che, anche attraverso una loro valutazione globale, spieghi, in
modo logico e adeguato, le ragioni del suo convincimento, dimostrando di aver
tenuto presente ogni fatto decisivo. Ne consegue che in tal caso debbono considerarsi implicitamente disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata
(cfr. sez. 6, n. 49970 del 19/10/2012, Muià ed altri Rv.254107).
La motivazione della sentenza di appello è del tutto congrua, in altri termini,
se il giudice d’appello abbia confutato gli argomenti che costituiscono l'”ossatura”
dello schema difensivo dell’appellante, e non una per una tutte le deduzioni difensive della parte, ben potendo, in tale opera, richiamare alcuni passaggi dell’iter argomentativo della decisione di primo grado, quando appaia evidente che
tali motivazioni corrispondano anche alla propria soluzione alle questioni prospettate dalla parte (così si era espressa sul punto sez. 6, n. 1307 del 26.9.2002,
dep. il2003, Delvai, Rv. 223061).
E’ stato anche sottolineato di recente da questa Corte che in tema di ricorso
in cassazione ai sensi dell’art. 606, comma primo lett. e), la denunzia di minime
incongruenze argomentative o l’omessa esposizione di elementi di valutazione,
che il ricorrente ritenga tali da determinare una diversa decisione, ma che non
siano inequivocabilmente munite di un chiaro carattere di decisività, non possono
dar luogo all’annullamento della sentenza, posto che non costituisce vizio della
motivazione qualunque omissione valutativa che riguardi singoli dati estrapolati
dal contesto, ma è solo l’esame del complesso probatorio entro il quale ogni
elemento sia contestualizzato che consente di verificare la consistenza e la decisività degli elementi medesimi oppure la loro ininfluenza ai fini della compattezza
logica dell’impianto argomentativo della motivazione (sez. 2, n. 9242
dell’8.2.2013, Reggio, rv. 254988).
4. Circostanza decisiva posta a base delle logiche motivazioni di entrambe le
pronunce con cui tutti gli imputati coinvolti nell’edificazione e nella ristrutturazione dell’edificio “Belvedere” sono stati mandati assolti per non aver commesso il
fatto è che il crollo dell’edificio Cioni Berardi sia stato originato dai suoi stessi difetti costruttivi strutturali e che, pur ponendosi come concausa del crollo, nessuna influenza abbia avuto ai fini del crollo la mancata presenza del giunto sismico
tra la costruzione ed il confinante edificio Belvedere.
In altri termini, per i giudici aquilani, eliminato ogni dubbio che quell’edificio
sarebbe crollato lo stesso, è venuto meno qualunque nesso causale con eventuali
concause.
Su tale punto ritiene il Collegio che occorra fare chiarezza.
Le sentenze in esame non ignorano che i difetti costruttivi dell’edificio Belvedere configurino una possibile concausa del crollo del Cioni-Berardi, ma danno
articolatamente e logicamente conto di avere ritenuto che il crollo dell’Ala Nord
dell’edificio Cioni-Berardi sarebbe avvenuto comunque, a causa dei vizi progettuali e strutturali di quest’ultima.
In altri termini, i giudici del merito arrivano a condividere le conclusioni cui a
loro avviso sono pervenuti i periti, secondo cui l’interazione esercitata dall’edificio Belvedere è stata marginale e si è inserita in una catena causale autonoma,
da sola sufficiente a provocare detto crollo. E lo fanno con motivazione ampiamente articolata, logica ed esaustiva, e corretta in punto di diritto, che appare
perciò immune dai denunciati vizi di legittimità.
Corretto in punto di diritto appare il ragionamento, di cui viene dato atto
nella sentenza impugnata, secondo cui è evidente che, prima di verificare la sussistenza di concause estranee all’edificio crollato, fosse necessario valutare le
concause intrinseche al Cioni-Berardi, trattandosi dell’immobile parzialmente
crollato. Se, in presenza di concause, tutte fossero state necessarie a determinare l’evento, ciascuna doveva ritenersi rilevante; se, viceversa, come invece si è
ritenuto provato, la somma delle concause concernenti direttamente l’edificio
Cioni-Berardi fosse stata ritenuta da sola sufficiente a provocare il crollo, i fattori
successivi ed esterni non potevano che diventare cause sopravvenute irrilevanti.
5. I giudici del merito hanno risposto argomentatamente e logicamente a
tutte le questioni oggi riproposte, dalla dedotta contraddittorietà tra quanto dichiarato in dibattimento dal Prof. Salvatori, alla questione del c.d. effetto-cavità,
alla questione del giunto sismico (e anche all’impossibilità di ritenere azionabile
l’art. 521 cod. proc. pen. a fronte dell’affermazione delle parti civili, non accertata, della mancanza di ulteriori giunti sismici) ed a quella della c.d. colonna tozza
e del perché l’Ala Nord sia crollata e l’Ala Sud no.
Procedendo, per ordine, va evidenziato che la Corte territoriale, con una valutazione logica che le competeva, ha dato conto alle pagg. 18 e 19 di avere ritenuto che quelle difformità evidenziate dalla difesa di parte civile tra le dichiarazioni rese dai consulenti del pubblico ministero, ing. Benedettini e ing. Salvatori,
nel corso dell’esame dibattimentale e quanto riportato nelle relazioni depositate il
22.2.2011 e il 25.11.2011, fossero, in realtà, chiarimenti e specificazioni fornite
dai tecnici in seguito al puntuale controesanne cui sono stati sottoposti.
Si rileva in sentenza che entrambi hanno sostenuto l’inevitabile imprecisione
insita in qualunque calcolo, fortemente condizionato dal metodo e dagli elementi
utilizzati, a loro volta suscettibili di valutazioni diverse. E come i consulenti del
P.M. abbiano utilizzato in larga parte i dati rilevati e i calcoli effettuati dai periti,
essendo intervenuta, sin dalla fase iniziale, la scelta di procedere con incidente
probatorio.
Il provvedimento impugnato dà conto che non sussiste contraddizione tra il
riferimento all’edificio Belvedere come possibile concausa del crollo parziale del
Cioni-Berardi e la condivisione delle conclusioni dei periti. E ciò va spiegato, alla
luce della precisazione dianzi fornita, in quanto anche i tecnici hanno individuato
nella presenza dei punti di contatto tra i due immobili (arco, setto e terrazza)
una possibile concausa, precisando, però, che il crollo dell’Ala Nord sarebbe avvenuto comunque, a causa dei vizi progettuali e strutturali dell’edificio CioniBerardi. Pertanto, correttamente i giudici del gravame del merito hanno ritenuto
che sia i tecnici nominati in fase di incidente probatorio, sia quelli nominati dal
pubblico ministero hanno concordato nel ritenere che la concausa costituita dalle
caratteristiche costruttive dell’edificio Belvedere, di per sé molto modesta, si fosse inserita in una catena causale, che avrebbe determinato in modo autonomo il
crollo.
Il provvedimento impugnato dà anche atto che, avendo l’istruttoria dibattimentale e la decisione del primo giudice contemplato una molteplicità di accertamenti tecnici, realizzati dai periti e dai numerosi consulenti nominati dalle parti
e pertanto, pare logico ritenere che eventuali lievi difformità tra quanto riportato
in una relazione serata e quanto riferito in dibattimento (condizionato anche
dall’apporto fornito dagli, altri contributi) costituiscano un dato del tutto irrilevante, essendo stato garantito il pieno contraddittorie delle parti, sia durante l’espletamento degli accertamenti tecnici, sia nel corso dell’istruttoria dibattimentale.
6. La Corte territoriale ha già riposto in maniera logica e congrua anche alla
questione del c.d. “effetto cavità”. E con tale motivazione la parte civile ricorrente non pare confrontarsi, limitandosi a riproporre tout court la tesi disattesa.
La Corte territoriale, a pag. 13 della sentenza impugnata, ricorda che nel
corso delle indagini si è valutata, quale concausa del crollo dell’Ala Nord dell’edificio Cioni-Berardi, la realizzazione da parte della società Belvedere dell’autorimessa interrata e che, in particolare, il prof. Paolucci, ausiliario dei consulenti del
pubblico ministero, ha effettuato “un’indagine teorico – numerica volta a stabilire
se la presenza dell’autorimessa interrata … possa aver influito sull’andamento
del terreno durante la scossa sismica”. E che tale consulente ha concluso che, “la
presenza del parcheggio sotterraneo in questione ha causato variazioni di lieve
entità sullo scuotimento del suolo durante il terremoto del 6 aprile e l’effetto di
tali variazioni sul crollo dell’ala dell’edificio di Via XX Settembre sia stato del tutto
marginale”.
Viene anche evidenziato, tuttavia, che è stata individuata un’incidenza del
6. sul verticale e del 3% sull’orizzontale, per cui si deve giungere alla conclusione che si tratta di un dato del tutto marginale e ininfluente, considerato che i
margini di errore di questo tipo di calcolo (5%) sono superiori alle percentuali di
incidenza.
Logico, appare, dunque, avere ritenuto che lo scavo realizzato per
l’autorimessa non abbia sostanzialmente influito sul moto del terreno, così escludendo uno dei possibili meccanismi di interazione dell’edificio Belvedere sull’edificio Cioni-Berardi (viene peraltro ricordato che considerazioni analoghe sull’incidenza del c.d. effetto cavità sono state riportate anche dal consulente del pubblico ministero, ing. Benedettini alle pagg. 18 – 21 della .trascrizione allegata al
verbale di udienza del 20.5.2014).
7. La Corte territoriale affronta argomentatamente e con conclusioni parimenti logiche anche il tema del c.d. giunto sismico.
Viene ricordato in sentenza che, prima della costruzione dell’edificio Belvedere, adiacente all’edificio Cioni-Berardì, vi era un istituto scolastico, che, a sua
volta, aveva sostituito il precedente opificio e che al momento della nuova edificazione era vigente il D.P.R, 380/2001 che imponeva, a fronte di interventi di
nuova costruzione con la medesima volumetria e sagoma del preesistente, di
operare le “innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisimica”.
Nel caso in esame, dunque, è pacifico che si dovesse rispettare la distanza
tra edifici contigui ma strutturalmente indipendenti stabilita dal DM 16 gennaio
1996, che, al. paragrafo C4.2, concernente gli edifici contigui, stabilisce; “Due
edifici non possono essere costruiti a contatto, a meno che essi non costituiscano
un unico organismo statico realizzando la completa solidarietà strutturale. Nel
caso in cui due edifici formino organismi distaccati, essi devono essere forniti di
un giunto tecnico di dimensione non minore di: d (h) = h/100, ove d (h) è la distanza fra due punti affacciati, posti alla quota h a partire dallo spiccato delle
strutture in elevazione. Analogo dimensionamento deve adottarsi in corrispondenza dei giunti di dilatazione degli edifici”. Conseguentemente, la demolizione
dell’edificio scolastico e l’edificazione del Belvedere avrebbero dovuto comportare, ai finì dell’adeguamento alla normativa antisismica, l’eliminazione di elementi
di contatto strutturale.
Ebbene, la Corte aquilana dà atto che la documentazione acquisita nei corso
nei giudizio, relativa alle fasi di costruzione dell’edificio Belvedere, allegata alla
perizia, dimostra se e come tale normativa sia stata rispettata.
Viene evidenziato che la palificata visibile nella figura 5 di pag. 400 della relazione peritale è stata realizzata nel rispetto delle norme vigenti all’epoca, laddove nella parte alta della foto si intravvede l’edificio Cioni-Berardi, mentre nella
parte bassa vi è la fondazione dell’edificio in costruzione, alla quale è ancorata
l’armatura di un muro (o contromuro) che stabilisce il limite dell’edificio.
Nelle figure 6, 7 e 8 – si spiega ancora in sentenza- è mostrato il completamento del contronnuro, affacciato al muro di confino e sono visibili, collegamenti,
realizzati mediante setti in calcestruzzo. La figura 6 mostra due muri, il muro
esistente, a sinistra, e il contromuro, o muro di confine, dell’edificio Belvedere, a
destra;

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