Amministrazione Finanziaria – Cassazione Penale 07/08/2017 N° 38932

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 07/08/2017

Numero: 38932

Testo completo della Sentenza Amministrazione finanziaria – Cassazione penale 07/08/2017 n° 38932:

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Penale Sent. Sez. 3 Num. 38932 Anno 2017
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: SOCCI ANGELO MATTEO
Data Udienza: 06/06/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
ZUCCOLO MASSIMO nato il 28/10/1968 a LEGNAGO
avverso la sentenza del 15/06/2016 della CORTE APPELLO di TRENTO
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ANGELO MATTEO SOCCI
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore dott. PAOLO
CANEVELLI che ha concluso per: “Annullamento con rinvio limitatamente
all’entità del risarcimento del danno non patrimoniale e rigetto nel resto”.
Udito il difensore di parte civile, Avv. Luca Ventrella, che ha concluso per:
“deposita nota spese e conclusioni scritte alle quali si riporta”.
Udito il difensore dell’imputato, Avv. Tommaso Rotella, che ha concluso per:
“Accoglimento del ricorso”.

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza della Corte di appello di Trento del 15 giugno
2016, in parziale riforma della decisione del Tribunale di Trento del 23
maggio 2014, si quantificava il risarcimento del danno nei confronti
dell’Agenzia delle entrate competente nella somma di C 984.891,70 oltre
interessi di legge dal 27 dicembre 2007 al saldo, con conferma nel resto,
condanna di Massimo Zuccolo alla pena di anni 1 di reclusione, pena
sospesa, relativamente ai reati di cui all’art. 10 ter, d. Igs. 74 / 2000 –
capo 1, commesso il 27 dicembre 2010, C 757.609,00 per l’anno di
imposta 2009 -, e art. 11, d. Igs. 74 / 2000 – capo 2, commesso il 25
febbraio 2010 -.
2. L’imputato ha proposto ricorso in Cassazione, tramite
difensore, per i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente
necessari per la motivazione, come disposto dall’art 173, comma 1, disp.
att., cod. proc. pen.
2. 1. Mancanza della motivazione in ordine al secondo motivo
dell’atto di impugnazione proposto personalmente dall’imputato.
Con atto depositato il 22 dicembre 2015 a seguito della notifica
dell’estratto contumaciale l’imputato personalmente aveva proposto
appello. La Corte di appello, in data 16 ottobre 2015, aveva accolto il
primo e preliminare motivo dell’appello e aveva dichiarato la nullità del
decreto di citazione a giudizio in appello, rimettendo gli atti al Tribunale
per la notifica dell’estratto contumaciale all’imputato. L’atto di appello
dell’imputato conteneva il motivo del ne bis in idem – pag. 5 e 7 dell’atto
di appello sottoscritto dall’imputato -; l’imputato era stato condannato in
sede tributaria a livello tributario con la cartella esattoriale e quindi non
poteva essere di nuovo condannato per gli stessi fatti in sede penale.
Nessuna motivazione contiene la sentenza di appello sul punto.
Erroneamente la sentenza riteneva notificato l’estratto
contumaciale il 18 aprile 2015, prima della udienza in Corte di appello del
16 ottobre 2015, mentre l’estratto è stato notificato il 12 novembre 2015,
e l’appello dell’imputato, personalmente, è stato proposto il 22 dicembre
2015. L’omessa pronuncia su un motivo di appello rende nulla la
ciecisione impugnata.
2. 2. Violazione di legge, art. 11, d. Igs. 74/2000;
contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in ordine alla
sussistenza del dolo specifico del delitto ex art. 11, d. Igs. 74/2000.
Il reato di cui all’art. 11, d. Igs. 74 del 2000 richiede il dolo
specifico, ovvero atti o fatti intenzionalmente diretti a ridurre la capacità
patrimoniale del soggetto obbligato. Secondo la sentenza impugnata la
costituzione del fondo patrimoniale da parte del ricorrente intendeva
realizzare l’obiettivo lucidamente perseguito di sottrarre il bene alle
legittime ragioni dell’erario. Per la sentenza impugnata la distanza
temporale tra il preliminare del 30 ottobre 2003 e il contratto di acquisto
definitivo del 25 marzo 2010, e la successiva costituzione del fondo del
25 marzo 2010 era irrilevante, improprio, perché il fondo patrimoniale
era stato costituito proprio alla scadenza del termine per il pagamento
delle imposte, iva del 2009 – il 16 marzo 2010 -.
Invece l’acquisto dell’immobile anni prima da parte della Gerbino
Lucia, moglie del ricorrente, prima addirittura della costituzione della
società di cui all’imputazione, era già idoneo ad evitare l’aggressione del
bene da parte del fisco (il bene immobile era di proprietà della Gerbino);
illogica quindi risulta la motivazione perché l’immobile non poteva
comunque espropriarsi, e quindi la costituzione del fondo era un atto
neutro, non rilevante ex art. 11, d. Igs. 74 del 2000.
L’imputato infatti poteva astenersi dal costituire il fondo
patrimoniale, e la prova della sua buona fede risulta dalla sua
ammissione del pagamento di 76.000,00 euro, per l’acquisto
dell’immobile.
2. 3. Mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della
motivazione sulla proprietà del bene immobile; travisamento delle prove
desumibile dall’esame dei testi Lucia Gerbino, Antonino Gerbino,
Antonella Gerbino, Emanuela Nicolini CTP, e dell’elaborato redatto dalla
stessa.
Nell’atto di appello la difesa sosteneva l’impossibilità della
confisca dell’immobile poiché non di proprietà dell’imputato – se non in
minima parte -, ma di Gerbino Lucia.
La Corte di appello riteneva generiche le testimonianze del padre,
madre e sorella della proprietaria, formale intestataria dell’immobile.
Inoltre in riferimento alla testimonianza del padre della Gerbino la Corte
di appello riteneva che lo stesso si fosse riferito solo ai buoni postali e
non anche ai BOT; la somma derivante dall’investimento Eurozon inoltre
sarebbe al massimo al 50 % e comunque non era stata dimostrata la
provvista della Gerbino, concludeva la Corte di appello che il bene
formalmente intestato alla Gerbino in realtà era stato acquistato con le
risorse del ricorrente.
Il ragionamento della Corte di appello è presuntivo e peraltro non
motivato. In contraddizione infatti si attribuiscono alla Gerbino risorse
limitate (perché impiegata con stipendio modesto) e invece si
rappresenta la proprietà di altra unità immobiliare venduta nel 2011.
La Guardia di finanza infatti non ha fatto accertamenti bancari
sulla Gerbino.
Infine la Corte di appello dichiara le testimonianze dei parenti
della Gerbino generiche, ma non specifica nulla sul perché sarebbero
generiche. La stessa Lucia Gerbino ha dichiarato di aver acquistato
l’appartamento per un valore di 324.000,00 C con risorse in parte proprie
e in parte derivanti dai propri genitori e dalla nonna materna, ad
eccezione di 76.000,00 euro di provenienza dal marito, il ricorrente.
Le dichiarazioni di Lucia Gerbino trovavano ampie conferme nelle
altre dichiarazioni testimoniali, e quindi illogico ed immotivato ritenere le
dichiarazioni generiche.
2. 4. Violazione di legge, art. 322 ter, cod. pen. e 143, comma 1,
I. 244/2007; motivazione apparente relativamente alla confisca
dell’immobile (per equivalente) invece di altri beni della società,
costituenti profitto del reato.
Nessuna attività di verifica è stata compiuta per rintracciare beni
della società (Cass. S.U. n. 10561 del 2014). La Corte di appello
ricorreva ad una motivazione apparente, ossia il dissesto della società
Pasi Immobiliare; ma il dissesto da solo non è idoneo ad escludere la
presenza di beni aziendali confiscabili.
2. 5. Mancanza di motivazione in ordine alla liquidazione del
risarcimento del danno morale di euro 167.451,58, in favore dell’Agenzia
delle entrate, costituita parte civile.
La Corte di appello accoglieva l’appello relativamente all’importo
di euro 227.282,70 riconosciuto all’Agenzia delle entrate dal Giudice di
primo grado (sanzioni), ma rigettava relativamente al danno morale di
euro 167.451,58, ritenendolo adeguato, senza motivare sul motivo di
appello che contestava la stessa possibilità di liquidazione del danno
morale all’ente pubblico, costituito parte civile: Agenzia delle entrate.
Inoltre nessuna motivazione sui criteri di liquidazione, pure contestati con
l’atto di appello.
Ha chiesto pertanto l’annullamento della sentenza impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO
3. Risulta fondato il motivo di ricorso sulla omessa motivazione
dei criteri di liquidazione dei danni non patrimoniali; il ricorso risulta
inammissibile, nel resto, per manifesta infondatezza dei motivi, e per
genericità; inoltre il travisamento delle prove non è stato denunciato in
appello.
Sul primo motivo di ricorso, l’omessa motivazione sulla eccepita
duplicazione della sanzione amministrativa – fiscale – e penale, si deve
rilevare la genericità del ricorso, e comunque la sua manifesta
infondatezza, sotto il profilo della definitività della sanzione fiscale, non
dimostrata al giudice di merito, e relativamente alla diversità di soggetti
sanzionati in sede fiscale e in sede penale (la società in sede
amministrativa ed il ricorrente in sede penale).
È preclusa la deducibilità della violazione del divieto di “bis in
idem” in conseguenza della irrogazione, per un fatto corrispondente sotto
il profilo storico-naturalistico a quello oggetto di sanzione penale, di una
sanzione formalmente amministrativa, ma della quale venga riconosciuta
la natura “sostanzialmente penale” secondo l’interpretazione data dalle
decisioni emesse dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo nelle cause
“Grande Stevens e altri contro Italia” del 4 marzo 2014, e “Nykanen
contro Finlandia” del 20 maggio 2014, quando manchi qualsiasi prova
della definitività della irrogazione della sanzione amministrativa
medesima. (Sez. 3, n. 48591 del 26/04/2016 – dep. 17/11/2016,
Pellicani, Rv. 26849301).
Non sussiste la preclusione all’esercizio dell’azione penale di cui
all’art. 649 cod. proc. pen., quale conseguenza della già avvenuta
irrogazione, per lo stesso fatto, di una sanzione formalmente
amministrativa ma avente carattere sostanzialmente “penale” ai sensi
dell’art. 7 CEDU, allorquando non vi sia coincidenza fra la persona
chiamata a rispondere in sede penale e quella sanzionata in via
amministrativa. (In applicazione del principio, la Corte ha escluso la
violazione del divieto di “bis in idem” con riferimento all’imputazione, a
carico di un soggetto, per un fatto per il quale era stata inflitta una
sanzione amministrativa ad una società a responsabilità limitata di cui
egli era socio e procuratore). (Sez. 2, n. 13901 del 25/02/2016 – dep.
07/04/2016, P.G., Castiglioni, Rv. 26666901).
3. 1. L’omessa motivazione su un motivo di appello, infatti, non
determina l’annullamento della sentenza quando la censura se
esaminata non sarebbe stata in astratto suscettibile di accoglimento, in
quanto l’omessa motivazione sul punto non arreca alcun pregiudizio alla
parte, e trattandosi di questione di diritto, all’omissione può porre rimedio
ai sensi dell’art. 619, cod. proc. pen. la Corte di Cassazione quale giudice
di legittimità (vedi Sez. 3, n. 21029 del 03/02/2015 – dep. 21/05/2015,
Dell’Utri, Rv. 26398001, e Sez. 5, n. 27202 del 11/12/2012 – dep.
20/06/2013, Tannoia e altro, Rv. 25631401: “In tema di ricorso per
Cassazione, non costituisce motivo di annullamento della sentenza
impugnata il mancato esame di un motivo di appello che risulti
manifestamente infondato”).
4. Relativamente all’accertamento del dolo specifico per il reato di
cui all’art. 11, d. Igs. 74/2000, la Corte di appello (ed il giudice di primo
grado, in doppia conforme) ha con motivazione adeguata, immune da
contraddizioni o da manifeste illogicità rilevato come la costituzione del
fondo patrimoniale, atto incriminato per l’art. 11, d. Igs. 74/2000 – e non
le vicende precedenti del preliminare e dell’atto notarile -, è stato
compiuto alla scadenza del termine per il pagamento dell’IVA (16 marzo
2010) e “già questa coincidenza temporale illumina lo scopo dell’atto, di
cui non è stata allegata la strumentalità alle esigenze familiari, e che,
invece ha creato un ostacolo alla soddisfazione delle ragioni dell’erario
proprio la evidente incompatibilità dell’acquisizione patrimoniale con la
situazione reddituale della formale intestataria, la sicura riconducibilità
dell’acquisto a risorse del’appellante, la effettiva disponibilità del bene in
capo allo stesso consigliavano la predisposizione di un ulteriore schermo
in grado di eludere l’obbligo di garanzia che sussiste in capo ad ogni
debitore. La disponibilità del bene in capo al debitore ne determinava
l’aggredibilità a tutela di un obbligo sanzionato penalmente, non esclusa
dall’intestazione alla moglie”.
Si tratta di un accertamento di merito non sindacabile in sede di
legittimità se motivato adeguatamente come nel caso in esame.
5. Relativamente ai denunciati travisamenti delle prove relative
alla proprietà del bene immobile (testimonianze di Lucia Gerbino,
Antonino Gerbino, Antonella Gerbino, Emanuela Nicolini CTP, e
cell’elaborato redatto dalla stessa) si deve rilevare che i travisamenti se
avvenuti sono stati commessi in primo grado, senza relativo motivo di
appello sul punto: “Il travisamento della prova, se ritenuto commesso dal
giudice di primo grado, deve essere dedotto al giudice dell’appello, pena
la sua preclusione nel giudizio di legittimità, non potendo essere dedotto
con ricorso per Cassazione il vizio di motivazione in cui sarebbe incorso il
giudice di secondo grado se il travisamento non gli era stato
rappresentato” (Sez. 5, n. 48703 del 24/09/2014 – dep. 24/11/2014,
Blondetti, Rv. 26143801). Conseguentemente sul punto la sentenza di
appello omette di motivare poiché non sussistono motivi di appello.
Inoltre deve osservarsi che i verbali delle testimonianze sono
trascritti solo in parte nel ricorso introduttivo e ciò già sarebbe sufficiente
– da solo – per l’inammissibilità del relativo motivo: “Il ricorso per
Cassazione, per difetto di motivazione in ordine alla valutazione di una
dichiarazione testimoniale, deve essere accompagnato, a pena di
inammissibilità, dalla integrale produzione dei verbali relativi o dalla
integrale trascrizione in ricorso di detta dichiarazione, in quanto
necessarie ai fini della verifica della corrispondenza tra il senso probatorio
dedotto dal ricorrente ed il contenuto complessivo della dichiarazione”
(Sez. F, n. 32362 del 19/08/2010 – dep. 26/08/2010, Scuto ed altri, Rv.
24814101; vedi anche Sez. 6, n. 9923 del 05/12/2011 – dep.
14/03/2012, S., Rv. 25234901).
6. Anche il motivo relativo alla confisca della casa per
equivalente senza previa verifica della sussistenza di beni della società
risulta manifestamente infondato e generico.
Quando si procede per reati tributari commessi dal legale
rappresentante di una persona giuridica, è legittimo il sequestro
preventivo funzionale alla confisca per equivalente dei beni dell’imputato
sul presupposto dell’impossibilità di reperire il profitto del reato nel caso
in cui dallo stesso soggetto non sia stata fornita la prova della concreta
esistenza di beni nella disponibilità della persona giuridica su cui disporre
la confisca diretta. (Sez. 3, n. 42966 del 10/06/2015 – dep. 26/10/2015,
Klein, Rv. 265158). Il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per
equivalente può essere disposto anche quando l’impossibilità del
reperimento dei beni, costituenti il profitto del reato, sia transitoria e
reversibile, purché sussistente al momento della richiesta e dell’adozione
della misura, non essendo necessaria la loro preventiva ricerca
generalizzata. (Sez. U, n. 10561 del 30/01/2014 – dep. 05/03/2014,
Gubert, Rv. 258648).
La giurisprudenza di questa Corte, sopra richiamata, infatti,
prevede l’onere dell’indagato di fornire la specifica prova della concreta
esistenza di beni nella disponibilità della persona giuridica su cui disporre
la confisca diretta; l’inosservanza dell’indicazione specifica dei beni da
sequestrare alla società (confisca diretta del profitto o del prezzo del
reato) comporta la genericità del motivo di ricorso in Cassazione; salvo la
comprovata esistenza, negli atti, di beni costituenti profitto o prezzo del
reato, beni che però devono essere specificamente e dettagliatamente
indicati dal ricorrente, nel ricorso per Cassazione, con riferimento agli atti
processuali dai quali risultavano.
Nel nostro caso la Corte di appello motiva sul punto nel seguente
modo: “Il dissesto, conclamato e non contestato, della società Pasi
Immobiliare, rende surreale l’obiezione mossa alla decisione secondo cui
non vi sarebbe prova della incapienza della società, condizione a cui è
subordinata l’escussione del patrimonio personale dell’imputato chiamato
a rispondere del debito tributario”.
Il ricorrente non indica, neanche nel ricorso per Cassazione, i
cespiti patrimoniali della società, con riferimento agli atti del processo;
conseguentemente la sola contestazione generica della previa
sottoposizione a sequestro diretto dei beni della società non è sufficiente
per ritenere illegittimo il sequestro (e poi la confisca) in oggetto.
Può quindi affermarsi il seguente principio di diritto: “Nelle ipotesi
di sequestro preventivo funzionale alla confisca, e di confisca con la
sentenza di condanna, per reati tributari, di beni dell’imputato, il
sequestro e la confisca devono ritenersi legittimi se lo stesso imputato
non fornisce la prova della concreta esistenza di beni nella disponibilità
della persona giuridica su cui disporre la confisca diretta, e in sede di
ricorso per Cassazione è necessario indicare specificamente gli atti
processuali dai quali risultava reperibile presso la persona giuridica il
profitto del reato” (vedi per il sequestro preventivo, Cass. sez. 3, del 18
gennaio 2017, n. 2242).
Del resto la tesi prospettata dal ricorrente (presenza di beni
nella disponibilità della società, derivanti dal profitto o dal prezzo del
reato) non trova elementi certi negli atti, e né gli stessi sono indicati
nell’atto di impugnazione, e quindi resta una mera ipotesi teorica, non
valutabile in sede di legittimità, e comunque esclusa dalla motivazione
congrua ed esaustiva della sentenza impugnata, con il richiamo al
dissesto conclamato e non contestato della società (vedi espressamente
Cassazione, Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014 – dep. 08/05/2014, C e
altro, Rv. 260409: “La regola dell’«al di là di ogni ragionevole
dubbio», secondo cui il giudice pronuncia sentenza di condanna solo se
è possibile escludere ipotesi alternative dotate di razionalità e plausibilità,
impone all’imputato che, deducendo il vizio di motivazione della decisione
impugnata, intenda prospettare, in sede di legittimità, attraverso una
diversa ricostruzione dei fatti, l’esistenza di un ragionevole dubbio sulla
colpevolezza, di fare riferimento ad elementi sostenibili, cioè desunti dai
dati acquisiti al processo, e non meramente ipotetici o congetturali”.
7. Anche l’ultimo motivo sulla liquidazione dei danni in favore
della parte civile risulta manifestamente infondato.
Il ricorrente contesta sia la possibilità dello stesso risarcimento
del danno morale all’Agenzia delle entrate e sia l’assenza di motivazione
sui criteri di liquidazione.
Il danno non patrimoniale è la lesione di interessi non economici,
ovvero di interessi che alla stregua della coscienza sociale sono
insuscettibili di valutazione economica. La legge riconosce come rilevanti i
danni non patrimoniali derivanti da reato in quanto la norma penale
tutela valori sociali di rilevanza pubblica, la cui violazione esige una
completa riparazione del danno prodotto, economico e non economico;
conseguentemente anche gli enti pubblici (e in genere le persone
giuridiche) sono suscettibili di subire un danno non patrimoniale, in
quanto venga leso un interesse non economico di cui siano portatori.
Il danno morale (non patrimoniale) è stato pertanto,
costantemente ritenuto concepibile anche a favore di un ente pubblico, e
in particolare delle Agenzie delle entrate per i reati tributari,
relativamente agli interessi pubblici e sociali che rappresentano.
“A norma dell’art 145 legge doganale 25 settembre 1940, n
1424 (ora 338 DPR 23 gennaio 1973, n 43) il giudice e obbligato a
pronunciare la condanna dell’imputato al pagamento dei diritti evasi
anche se l’amministrazione finanziaria dello stato non si sia costituita
parte civile nel processo e se la merce di contrabbando sia stata
interamente sequestrata. La Costituzione di parte civile e necessaria solo
quando l’amministrazione intenda chiedere il risarcimento di eventuali
danni materiali e morali che essa abbia subito oltre al mancato
pagamento dei diritti evasi a seguito del delitto di contrabbando” (Sez. 3,
n. 1516 del 27/11/1979 – dep. 04/02/1980, MASSUCCO, Rv. 14420901).
Ed ancora “È legittima la condanna in sede penale al
risarcimento del danno morale patito dall’Amministrazione delle dogane
in conseguenza di un reato doganale, danno consistente nella lesione
dell’immagine dell’Amministrazione e nel discredito apportato
all’istituzione dal comportamento illecito. (Nella specie, si trattava di
evasione dell’IVA all’importazione)” (Sez. 3, n. 35457 del 14/07/2010 –
dep. 01/10/2010, Lavia, Rv. 24863201); “La risarcibilità del danno non
patrimoniale è concepibile anche a favore di un ente pubblico” (Sez. 6, n.
21677 del 05/12/2003 – dep. 07/05/2004, Agate ed altri, Rv. 22939301;
vedi anche Sez. 1, n. 23288 del 19/03/2014 – dep. 04/06/2014, P.G. in
proc. Winkler e altri, Rv. 26187601; in sede civile vedi già Cass. civ., sez.
1, del 2008, n. 31). Vedi anche Sez. F, n. 35729 del 01/08/2013 – dep.
29/08/2013, Agrama e altri, Rv. 25658301: “In tema di reati tributari,
l’Agenzia delle entrate costituita parte civile ha diritto al risarcimento sia
del danno patrimoniale – che non coincide con la mera misura
dell’imposta evasa, ma deve tener conto anche del danno funzionale
rappresentato dallo sviamento e turbamento dell’attività di accertamento
tributario – che del danno morale – inteso come pregiudizio alla credibilità
nei confronti di tutti i consociati dell’organo accertatore. (In motivazione,
la Corte ha precisato che l’art. 17, D.L. n. 78 del 2009, conv. in legge 102
del 2009 che ha individuato limiti all’azione del risarcimento del danno
all’immagine in sede di giudizio contabile non ha inciso sul principio
generale della risarcibilità del danno non patrimoniale, di cui all’art. 2059
cod. civ.)”.
7. 1. Relativamente ai danni all’immagine, che comunque nel
caso in esame non vengono in rilevo, essendosi liquidato in via generale
il danno morale, si deve osservare un ridimensionamento del
risarcimento in favore dell’Agenzia delle entrate. “Il danno subito dalla
P.A. per effetto della lesione all’immagine è risarcibile solo qualora derivi
dalla commissione di reati, anche comuni, posti in essere da soggetti
appartenenti ad una pubblica amministrazione. (Fattispecie in cui la Corte
ha escluso la risarcibilità del danno all’immagine arrecato da soggetti privi
di qualifiche pubblicistiche all’Agenzia delle Entrate in conseguenza della
commissione dei reati di dichiarazione fraudolenta mediante uso di
fatture per operazioni inesistenti e di emissione di fatture per operazioni
inesistenti)” (Sez. 3, n. 5481 del 12/12/2013 – dep. 04/02/2014, P.C.,
Refatti e altri, Rv. 25913201, vedi anche Sez. 3, n. 52752 del
20/05/2014 – dep. 19/12/2014, Vidi e altro, Rv. 26235901).
Del resto il danno all’immagine è una voce di danno distinta ed
autonoma, all’interno dei danni non patrimoniali: “In materia di danno
non patrimoniale derivante da condotta corruttiva di dipendenti e
funzionari comunali, il pregiudizio arrecato alla funzionalità dell’ente
pubblico, consistente nella sottrazione di risorse da destinare al
perseguimento dei suoi scopi e, più in generale, nella lesione
dell’interesse alla legalità, al buon andamento ed alla trasparenza ed
imparzialità dell’attività amministrativa ai sensi dell’art. 97 Cost., è
distinto dal danno procurato all’immagine ed alla credibilità dell’ente,
determinato dal discredito e dal sentimento di sfiducia verso
l’amministrazione per effetto dell’ampia diffusione del fenomeno e della
identificazione dell’ente stesso con gli amministratori corrotti. Ne
consegue che il risarcimento di entrambi i pregiudizi non dà luogo ad una
doppia liquidazione del medesimo danno non patrimoniale, trattandosi di
lesioni di diversi beni giuridici” (Sez. 3 – civile , Sentenza n. 8662 del
04/04/2017, Rv. 643837 – 01, vedi anche Sez. 1 – civile, Sentenza n.
11446 del 10/05/2017, Rv. 644074 – 03).
Conseguentemente il danno morale, non patrimoniale risulta
risarcibile anche nei confronti dell’agenzia delle entrate, per i reati
tributari e finanziari, come ritenuto dalla sentenza impugnata.
Può affermarsi quindi il seguente principio di diritto: “È legittima
la condanna in sede penale al risarcimento del danno morale patito
dall’Amministrazione finanziaria in conseguenza di un reato tributario,
danno consistente nella lesione di interessi non economici aventi
comunque rilevanza sociale, ai quali è finalizzata l’azione dell’agenzia
celle entrate preposta all’accertamento e alla riscossione delle entrate
tributarie della Nazione”.
8. Sull’entità del risarcimento liquidato la Corte di appello ha
t- levato che: “… considerato il danno patrimoniale prodotto, la somma
nconosciuta a titolo di danno non patrimoniale è adeguata, non
altrettanto può dirsi dell’importo relativo alle sanzioni che non
costituiscono un danno subito dall’amministrazione”.
La sentenza di primo grado aveva invece rilevato che: “Lo
Zuccolo deve essere, quindi, condannato a favore della parte civile al
risarcimento integrale di tutti i danni subiti dalla stessa, che si reputa
equo stimare, in complessivi un milione e duecentomila euro, atteso che
nei suoi confronti sono stati accertati i due reati commessi contro l’Erario
Statale, secondo il calcolo condivisibile proposto dall’avvocatura
distrettuale di Trento. In particolare tale importo rappresenta la
sommatoria dell’importo di C 757.609,00 (omesso versamento IVA per
l’anno 2009), di C 227.282,70 (sanzioni) di C 47.656,00 (interessi), a cui
va aggiunta la somma di C 167.451,58, a titolo di danno morale,
consistente nello sviamento e nel turbamento dell’attività della P.A.
diretta all’accertamento tributario, oltre che alla lesione della potestà
impositiva statale, liquidato in via equitativa, per un totale di C
1.200.000,00”.
In tema di liquidazione del danno non patrimoniale, la
valutazione del giudice, affidata ad apprezzamenti discrezionali ed
equitativi, é censurabile in sede di legittimità sotto il profilo del vizio della
motivazione, solo se essa difetti totalmente di giustificazione o si discosti
macroscopicamente dai dati di comune esperienza o sia radicalmente
contraddittoria. (Sez. 5, n. 35104 del 22/06/2013 – dep. 14/08/2013,
R.C. Istituto Città Studi, Baldini e altri, Rv. 25712301; vedi anche Sez. 4,
n. 18099 del 01/04/2015 – dep. 29/04/2015, Lucchelli e altro, Rv.
26345001, e Sez. 6, n. 48461 del 28/11/2013 – dep. 04/12/2013, P.G.,
Fontana e altri, Rv. 25817001).
Nel caso in esame la motivazione, del quantum risarcito, è del
tutto mancante (nelle due decisioni di merito) limitandosi a ritenere la
somma di C 167.451,58, a titolo di danno morale, senza specificazione
dei criteri che hanno comportato la liquidazione. La Corte di appello si
limita a ritenere congrua la somma liquidata dal giudice di primo grado
solo con il riferimento all’entità del danno non patrimoniale (una specie di
automatismo) senza altre specificazioni, doverose nella determinazione
dei danni non patrimoniali.
Infatti “La liquidazione del danno morale è affidata ad
apprezzamenti discrezionali ed equitativi del giudice di merito il quale ha,
tuttavia, il dovere di dare conto delle circostanze di fatto considerate in
sede di valutazione equitativa e del percorso logico posto a base della
decisione, senza che sia necessario indicare analiticamente i calcoli in
base ai quali ha determinato il quantum del risarcimento” (Sez. 4, n.
18099 del 01/04/2015 – dep. 29/04/2015, Lucchelli e altro, Rv.
26345001). Nel nostro caso, come visto, la decisione della Corte di
appello ( e quella di primo grado) si è limitata alla semplice affermazione
dei danni, senza nessuna specificazione concreta.
La sentenza, quindi, limitatamente alla determinazione del
danno non patrimoniale deve annullarsi, con rinvio al Giudice civile
competente per valore in grado di appello (art. 622 cod. proc. pen.).
Spese della parte civile al giudizio definitivo.

P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente al danno non
patrimoniale con rinvio al Giudice civile competente per valore in grado di
appello.
Dichiara inammissibile nel resto il ricorso.
Così deciso il 6/06/2017

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