Amministratore Delegato Di Spa – Cassazione Penale 28/03/2017 N° 15482

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 28/03/2017

Numero: 15482

Testo completo della Sentenza amministratore delegato di Spa – Cassazione penale 28/03/2017 n° 15482:

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Penale Sent. Sez. 6 Num. 15482 Anno 2017
Presidente: CARCANO DOMENICO
Relatore: FIDELBO GIORGIO
Data Udienza: 10/11/2016

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Brentan Lino, nato a Campolongo Maggiore (VE) il 21/05/1948
avverso la sentenza del 12/11/2015 emessa dalla Corte d’appello di Venezia;
visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;
udita la relazione del consigliere Giorgio Fidelbo;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto procuratore generale Perla
Lori, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso;
uditi gli avvocati Stefano Mirata e Giovanni Molin, che hanno insistito per
l’accoglimento dei ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Con la decisione indicata in epigrafe la Corte di appello di Venezia, in
parziale riforma della sentenza emessa in sede di giudizio abbreviato dal
G.u.p. del Tribunale di Venezia in data 25 luglio 2012 e appellata da Lino
Brentan, imputato di una serie di episodi di corruzione commessi tra il 2004 e
il 2010, ha dichiarato non doversi procedere in ordine ai fatti commessi fino
alla data del 12 maggio 2008, perché estinti per prescrizione, e ha
rideterminando la pena in due anni e quattro mesi di reclusione, con
l’interdizione dai pubblici uffici per la durata della pena; ha confermato la
sentenza di primo grado per quanto riguarda la confisca disposta sulle somme
sequestrate all’imputato.
2. Secondo l’imputazione il Brentan, nella qualità di amministratore
delegato della società Autostrade di Venezia e Padova s.p.a., avrebbe favorito
alcune imprese per far ottenere appalti e consulenze con la società Autostrade
e, in cambio, avrebbe ottenuto somme di denaro, calcolate in percentuale (tra
il 5% e il 10%) sull’importo dei lavori e delle consulenze affidate.
La contestazione fa riferimento ai seguenti episodi:
– tangenti per circa euro 100.000 ricevuti da parte di Luigi Rizzo,
amministratore delle società Rizzo s.r.l. e Sound Service s.r.I., per una serie
di consulenze in materia di analisi e contrasto dell’inquinamento atmosferico
svolte per conto della società Autostrade;
– tangenti per euro 60.000 ricevuti da Rino Spolador, amministratore della
ditta RG Impianti s.r.l. per una serie di appalti per opere di manutenzione;
– tangenti per euro 15.000 ricevuti da Remo Pavan, amministratore della
Tecnoconsult Service s.r.I., in relazione ad appalti e anche subappalti affidati
dalla dita di Spolador;
– tangenti per euro 60.000 ricevuti da Silvano Benetazzo, amministratore
delegato della F.11i Benetazzo s.r.l. e di Benetazzo Group s.r.l. in cambio di
appalti.
Secondo l’ipotesi accusatoria, confermata dalle due sentenza di merito, per
favorire le imprese interessate l’imputato avrebbe affidato i lavori a trattativa
privata, operando il frazionamento dei vari incarichi, in modo tale da evitare di
dover procedere alla gara; avrebbe omesso di nominare il responsabile unico
del procedimento (RUP); avrebbe violato la normativa che consentiva l’utilizzo
di ditte esterne alla società e alla amministrazione solo in caso di carenza di
organico ovvero di difficoltà di esecuzione di lavori di particolare complessità;
avrebbe violato il principio di rotazione e di parità di trattamento e, in
generale, di trasparenza, conferendo gli incarichi alle medesime ditte,
contravvenendo alla normativa sui contratti pubblici.
In particolare, la Corte d’appello ha evidenziato che la tecnica del c.d.
frazionamento consisteva nell’affidare direttamente incarichi parziali che
consentivano di mantenere i pagamenti sotto la “soglia comunitaria” (appalti
c.d. sotto soglia) che, a seconda del tipo di prestazione, poteva essere di
20.000, 40.000 o 100.000 euro, con la conseguenza che successivamente lo
stesso lavoro veniva proseguito dalla stessa impresa in base ad un nuovo
affidamento diretto, come se si trattasse di una nuova opera.
Le fonti di prova sono costituite, secondo i giudici di appello, oltre che dalla
consulenza disposta dal pubblico ministero sulla documentazione acquisita, da
numerose dichiarazioni accusatorie, rese anche dagli imprenditori coimputati
nel medesimo processo, come Giuseppe Barison, Silvano Benetazzo, Rino
Spolador, Luigi Rizzo, Remo Pavan; nonché da Claudio Carlon, già dirigente
del settore edilizio della Provincia di Venezia, Angelo Matassi e Giovanni
Bordignon, rispettivamente direttore tecnico della società e direttore
amministrativo della società Autostrade Venezia e Padova.
La Corte d’appello ha riconosciuto la qualifica di pubblico ufficiale
all’imputato che rivestiva l’incarico di amministratore delegato di una società
concessionaria a cui sono state trasferite attribuzioni concernenti attività
amministrative in senso oggettivo, quali lo svolgimento delle procedure di
appalto delle opere pubbliche, la programmazione e l’esecuzione di lavori
connesse al mantenimento e allo sviluppo della rete di viabilità pubblica; ha,
inoltre, ribadito la sussistenza del reato di corruzione propria, in quanto
l’imputato attribuiva gli affidamenti contro le regole stabilite e riceveva in
cambio somme di denaro.
3. Gli avvocati Giovanni Molin e Stefano Mirate hanno proposto ricorso per
cassazione deducendo dieci articolati motivi, la maggior parte dei quali diretti
ad escludere che nelle condotte poste in essere dall’imputato siano stati posti
atti contrari ai doveri d’ufficio.
3.1. Con il primo motivo si denuncia il vizio di motivazione della sentenza
impugnata per aver ritenuto viziati gli atti con cui l’imputato attribuiva gli
incarichi, sul presupposto, ritenuto errato, che essi avvenivano senza il
rispetto di alcuna formalità e senza regolare documentazione. Al contrario si
rileva che i giudici avrebbero dovuto tenere in considerazione le dichiarazioni
del direttore amministrativo della società contenute nel verbale di sequestro
del 24.10.2011, da cui risulta che tutta la documentazione riguardante le gare
e gli affidamenti degli incarichi veniva regolarmente protocollata, custodita e
scannerizzata, sicché le discrasie evidenziate, ad esempio tra documentazione
cartacea e archivio informatico, non dimostrano l’inosservanza generale della
tenuta della documentazione e non giustificano nemmeno il sospetto di
possibili manomissioni, come invece sembra ritenere la Corte d’appello in
base ad una valutazione apodittica.
3.2. Con il secondo motivo si censura, sotto un diverso profilo, la
motivazione per aver fondato il giudizio di responsabilità dell’imputato sulle
circostanze della mancata nomina del responsabile unico del procedimento
(RUP) e della omessa programmazione delle opere nonché sulla violazione del
divieto di frazionamento degli affidamenti, cioè sul meccanismo evidenziato
dalla Corte territoriale, in base al quale ad un primo affidamento di lavori
sotto soglia, seguiva un successivo affidamento, sempre sotto soglia, della
stessa lavorazione. Nel ricorso si contesta, ribadendo quanto sostenuto in
appello, che vi fosse l’obbligo di nominare il rappresentante unico del
procedimento ovvero di effettuare una programmazione triennale, ciò sia in
forza della legge c.d. Merloni (legge n. 109/1994), sia del codice dei contratti
(d.lgs. n. 163/2006), sicché in mancanza di tali obblighi perde ogni rilievo la
costruzione che i giudici hanno fatto sul meccanismo di frazionamento degli
appalti, in quanto questo non avrebbe alcuna ragione.
3.3. Con il terzo motivo, collegato al secondo, si ribadisce che la società
Autostrade Venezia Padova non era tenuta ad applicare le disposizioni
contenute nella legge Merloni e nel suo regolamento (d.P.R. n. 554/1999) per
quanto riguarda il RUP, in quanto per i soggetti “concessionari di lavori
pubblici”, tra cui va ricompresa la società in questione, la stessa normativa
consentiva che le funzioni del RUP potessero essere espletate dai singoli
dirigenti e funzionari.
3.4. Con il quarto motivo si ribadisce che l’obbligo di nomina del RUP non
discende neppure dal d.lgs. n. 163/2006 (c.d. codice dei contratti pubblici),
che all’art. 10 replica la disposizione previgente contenuta nella legge Merloni.
Anche in questo caso la società Autostrade Venezia e Padova non rientra tra le
amministrazioni che devono nominare il RUP, in quanto non può considerarsi
organismo di diritto pubblico ai sensi dell’art. 3, comma 1, d.lgs. cit., data la
natura industriale e commerciale della sua attività.
3.5. Con il quinto e sesto motivo viene sottolineato che la società
Autostrade Venezia e Padova non era tenuta né durante la vigenza della legge
Merloni (fino al 2006), né successivamente, in base al d.lgs. 163/2006, a
redigere il documento di programmazione triennale e annuale dei lavori
previsto dall’art. 14 legge 109/1994 e poi dall’art. 128 d.lgs. 163/2006.
In sostanza, si contesta l’intero impianto accusatorio che ruota attorno al
meccanismo di frazionamento degli affidamenti dei lavori, messo in opera al
fine di eludere la disciplina concorsuale in materia di aggiudicazione degli
appalti. Peraltro, proprio in relazione al c.d. frazionamento si evidenzia come
nel caso in esame tutti gli affidamenti si sono resi necessari per fronteggiare
sopravvenute e imprevedibili esigenze operative della società Autostrade, non
certo per eludere la normativa in materia di appalti. Ribadendo quanto già
sostenuto in appello nel ricorso si assume che la riproposizione degli incarichi
alle stesse imprese si giustificava con l’urgenza di effettuare gli interventi su
una rete stradale piuttosto difficile da parte di ditte conosciute, affidabili e
tecnicamente valide.
3.6. Con il settimo motivo si contesta la motivazione per aver dato rilievo
alle dichiarazioni di Matasi, Matiello e Bordignon, i quali hanno sostenuto che i
frazionamenti venivano operati su indicazione dell’imputato, senza
considerare, da un lato, che tali dichiarazioni possono giustificarsi con il
timore di venire coinvolti nell’indagine, dall’altro, che si pongono in
contraddizione con quanto rilevato circa la assoluta correttezza delle
procedure poste in essere nell’affidamento dei lavori.
3.7. Con l’ottavo motivo si deduce la violazione dell’art. 192, comma 3,
cod. proc. pen. e il vizio di motivazione in ordine alle chiamate in correità di
Remo Pavan, Rino Spolador, Luigi Rizzo, Silvano Benetazzo, Dario Guerrieri e
Domenico Ragno, di cui si mettono in rilievo alcune contraddizioni, incertezze
e di cui si sostiene difettino i riscontri.
3.8. Con il nono e decimo motivo si censura la sentenza per avere
qualificato come corruzione propria le condotte attribuite all’imputato che,
invece, andavano inquadrate nel diverso reato di cui all’art. 318 cod. pen.
Inoltre, si sostiene che le dazioni per lavori del 2010, da parte di Pavan allo
Spolador, non possono essere imputate a Brentan, dal momento che la
concessione con ANAS è cessata nel dicembre 2009; per quanto riguarda le
dazioni da parte di Benetazzo, esse devono essere collocate nel tempo non
oltre il 2008.
Infine, si ritiene che erroneamente la sentenza abbia attribuito all’imputato
la qualifica di pubblico ufficiale; si sostiene che la società Autostrade Venezia
e Padova non può definirsi organismo di diritto pubblico e che anche la Corte
di cassazione ha riconosciuto all’amministratore delegato di una società di
gestione autostradale la posizione di incaricato di pubblico servizio.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Appare necessario, in via preliminare, esaminare la questione posta dal
ricorrente che, con l’ultimo motivo, contesta la qualifica pubblicistica che
entrambe le sentenze di merito gli hanno riconosciuto in quanto
amministratore delegato della società Autostrade di Venzia e Padova s.p.a.
I giudici di appello hanno ribadito che l’imputato rivestisse la qualità di
pubblico ufficiale nella sua veste di amministratore della società
concessionaria, richiamando alcune decisioni di questa Corte che, proprio in
analoghe situazioni, relative a soggetti che ricoprivano posizioni di vertice di
società concessionarie dell’A.N.A.S. (società Autostrada del Brennero s.p.a.),
hanno riconosciuto la qualifica pubblicistica in base al rapporto concessorio
tra le due società, con cui vengono trasferite attribuzioni di rilevanza pubblica,
tra cui la programmazione, la esecuzione dei necessari lavori e delle connesse
attività (Sez. 6, n. 5116 del 19/01/1998, Pancheri, Rv. 211701; v., inoltre,
Sez. 6, n. 6575 del 12/10/1999, Cattaneo, Rv. 217549).
1.1. Si tratta di una soluzione che questo Collegio ritiene di avallare in
parte.
La concezione oggettiva delle qualifiche pubblicistiche pone l’accento non
sull’esistenza di un rapporto di dipendenza del soggetto con lo Stato o con
altro ente pubblico, ma piuttosto sui caratteri qualificanti l’attività svolta in
concreto dai soggetti, che deve potersi definire, a seconda dei casi, come
pubblica funzione o come pubblico servizio. Infatti, sulla base degli artt. 357 e
358 cod. pen., le qualifiche di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico
servizio sono collegate alle attività svolte, che possono definirsi come pubblica
funzione amministrativa o come pubblico servizio non per il legame tra il
soggetto e un ente pubblico, ma per la disciplina pubblicistica che regola
l’attività nonché per i contenuti giuridici pubblici che la connotano, che per
quanto riguarda il servizio pubblico sono quantitativamente inferiori (rispetto
a quelli della funzione pubblica), tali comunque da escludere dalla categoria
soggetti che svolgono semplici mansioni di ordine ovvero che prestinoì
un’opera meramente materiale.
Le due categorie sono accomunate, quindi, da una prospettiva funzionaleoggettiva, nel senso che entrambe postulano il criterio di delimitazione
“esterna” imperniato sulla natura della disciplina pubblicistica dell’attività
svolta. L’elemento che le differenzia è costituito dal fatto che il pubblico
ufficiale è dotato di poteri deliberativi, autoritativi o certificativi, mentre
l’incaricato di pubblico servizio difetta di tali poteri, nonostante la sua attività
sia comunque riferibile alla sfera pubblica: in altri termini, è la tipicità dei
poteri elencati nell’art. 357 cod. pen. che fonda la differenza.
In particolare, con riferimento alla qualità di incaricato di pubblico servizio
l’art. 358 cod. pen. attribuisce tale qualifica a coloro che, a qualunque titolo,
prestano un pubblico servizio, prescindendo dall’esistenza di un rapporto di
dipendenza con la pubblica amministrazione, fornendo poi, nel secondo
comma, la definizione di pubblico servizio, inteso come un’attività disciplinata
nelle stesse forme della pubblica funzione, ma senza i poteri tipici di questa,
con esclusione di attività concretizzantesi in semplici mansioni di ordine o di
opera meramente materiale.
Come è noto, la giurisprudenza ha cercato di individuare gli indici
sintomatici del carattere pubblicistico dell’attività svolta, facendo riferimento
alla natura pubblica dell’ente da cui promana l’attività del soggetto, al
perseguimento di finalità pubbliche, all’impiego di pubblico denaro, alla
soggezione a controlli pubblici, in ogni caso escludendo, tra i criteri idonei a
qualificare come di rilievo pubblico l’attività svolta, la forma giuridica dell’ente
e la sua costituzione secondo le norme del diritto pubblico. Di conseguenza, la
giurisprudenza riconosce la qualifica di incaricato di pubblico servizio anche al
dipendente di una società privata che eserciti un servizio pubblico, a
condizione, ovviamente, che il soggetto abbia svolto in concreto un’attività
che in tale servizio pubblico rientri. In questo senso, deve rilevarsi come le
applicazioni giurisprudenziali delle qualifiche pubblicistiche che hanno
sollevato maggiori perplessità, soprattutto in dottrina, sono state quelle che
hanno riguardato gli operatori d’impresa, soprattutto nel settore delle c.d.
privatizzazioni.
In quest’ambito il giudice penale in alcuni casi ha esteso lo statuto penale
dei pubblici agenti o degli incaricati di pubblico servizio nei confronti di
soggetti operanti negli enti privatizzati, riconoscendo che la trasformazione
dell’ente pubblico in società per azioni non cancella di per sé le connotazioni
proprie della originaria natura pubblica dell’ente, in ogni caso ribadendo che i
soggetti inseriti nella struttura organizzativa e lavorativa di una società per
azioni possono essere considerati pubblici ufficiali o incaricati di pubblico
servizio, quando l’attività della società medesima sia disciplinata da una
normativa pubblicistica e persegua finalità pubbliche, pur se con gli strumenti
privatistici (cfr., Sez. 5, n. 23465 del 26/04/2005, Laghi; Sez. 6, n. 49759 del
27/11/2012, Zabatta; Sez. 6, n. 45908 del 16/10/2013, Orsi; Sez. 5, n.
31660 del 13/02/2015, Barone).
In questi casi, la giurisprudenza valorizza, tra gli indici di riconoscibilità
del rilievo pubblico dell’attività, quello del controllo gestionale e finanziario
dello Stato sugli enti privatizzati, anche in considerazione di quanto affermato
dalla Corte costituzionale, secondo cui la semplice trasformazione degli enti
pubblici economici non può essere ritenuto motivo sufficiente ad escludere il
controllo della Corte dei conti, almeno fino a quando permanga inalterato
l’apporto finanziario dello Stato alla struttura economica dei nuovi soggetti,
ossia fino a quando permanga una partecipazione maggioritaria dello Stato al
capitale azionario di tali società (Coste cost., sent. n. 466 del 1993).
In ogni caso, gli indici sintomatici del carattere pubblico dell’attività svolta
devono necessariamente collegarsi ad una disciplina che abbia connotazioni
pubblicistiche.
Nel caso in esame, la Società delle Autostrade di Venezia e Padova s.p.a.,
oltre ad essere partecipata da enti pubblici (tra cui Comune e Provincia di
Venezia; Comune e Provincia di Padova), agisce quale concessionaria ANAS,
con il compito di gestire tutte le attività ed i compiti necessari per l’esercizio
dell’autostrada, per il suo completamento nonché per le opere di
ristrutturazione e di manutenzione, come risulta dall’atto di convenzione unica
autostradale sottoscritta dallo stesso Lino Brentan, in qualità di
amministratore delegato. In questo modo, alla Società delle Autostrade di
Venezia e Padova è stata affidata la gestione di un servizio pubblico in un
settore di particolare rilievo strategico come quello dei trasporti, attività che
comunque svolge sotto il controllo e la vigilanza del Ministero competente: la
struttura di società per azioni, a partecipazione mista, non può condurre a
disconoscerne il rilievo pubblicistico, in quanto la veste privatistica è
funzionale ad assicurare di poter operare con maggior snellezza sul mercato.
La forte connotazione pubblicistica della società è rivelata, tra l’altro, dalle
previsioni contenute nell’art. 30 della Convenzione con ANAS, secondo cui la
concessionaria «è tenuta all’osservanza della normativa nazionale e
comunitaria vigente» per l’affidamento di lavori, forniture e servizi, con
espresso riferimento al rispetto dell’art. 2, comma 85, lett. c), d.l. 3 ottobre
2006, n. 262, convertito nella legge 24 novembre 2006, n. 286, e con
richiamo alla legge 7 agosto 1990, n. 241.
Le condotte contestate al Brentan si inseriscono proprio nell’ambito delle
attività di affidamento di lavori a società esterne e costituiscono condotte
esplicative del servizio pubblico prestato, con la conseguenza che va
riconosciuta all’imputato la qualifica di incaricato di pubblico servizio, ma non
quella di pubblico ufficiale, dovendo escludersi che la società concessionaria
svolgesse una pubblica funzione. Contrariamente a quanto sostenuto dal
Tribunale – la Corte d’appello si è limitata a richiamare alcune decisioni
risalenti omettendo ogni specifica motivazione al riguardo -, secondo cui
sussisterebbe la qualifica di pubblico ufficiale in quanto il Brentan avrebbe
agito nell’esercizio di pubbliche funzioni, tali dovendo riconoscersi le
procedure attivate per l’assegnazione dei lavori, si ritiene che nello
svolgimento del pubblico servizio vada ricompresa anche l’attività svolta
dall’imputato nei vari affidamenti dei lavori, escludendo che per il solo fatto di
procedere all’assegnazione dei lavori muti la qualifica in quella di pubblico
ufficiale.
Ne consegue che, nella specie, trova applicazione l’art. 320 cod. pen.,
precedente alla riforma di cui alla legge n. 190 del 2012, riferito, come si
vedrà, all’art. 319 cod. pen. (corruzione propria).
2. Va invece integralmente confermata la sentenza là dove ha ritenuto
sussistente il reato di corruzione propria di cui all’art. 319 cod. pen.
Quasi tutti i dieci motivi dedotti nell’interesse dell’imputato sono diretti a
dimostrare che non vi è stata alcuna violazione di legge nelle condotte
oggetto di contestazione, sicché al massimo sarebbe ipotizzabile il reato di
corruzione impropria di cui all’art. 318 cod. pen., vigente prima della riforma
di cui alla legge n. 190 del 2012 e applicabile nel caso in esame in quanto i
fatti contestati risultano commessi prima del 2012.
Invero, vi sono elementi che confermano la sussistenza del reato di cui
all’art. 319 cod. pen.
Innanzitutto, i fatti contestati risultano provati in base alle dichiarazioni
dei testimoni e coimputati nonché di alcune consulenze di cui le sentenze di
merito hanno dato ampio risalto.
Nei motivi sette e otto la difesa del ricorrente deduce la violazione
dell’art. 192, comma 3, cod. proc. pen. e il conseguente vizio di motivazione
rilevando alcune contraddizioni nelle dichiarazioni utilizzate. Invero, con tali
motivi si tenta di censurare i fatti così come ricostruiti dai giudici di merito,
peraltro evidenziando talune imprecisioni che appaiono del tutto inidonee a
mettere in crisi la logicità e la completezza delle motivazioni. Entrambe le
sentenze hanno bene evidenziato i forti riscontri nelle dichiarazioni rese dai
coimputati e testimoni, concordanti sul fatto fondamentale che l’imputato
abbia ricevuto somme di denaro in cambio dei lavori affidati alle imprese.
Si lamenta che non siano state riportate tutte le dichiarazioni rese da
Remo Pavan, ma non viene contestato quanto riportato nella sentenza di
appello, secondo cui Pavan ha dichiarato di aver dovuto versare all’imputato il
5% dei pagamenti ricevuti per i lavori effettuati in favore della Società
Autostrade Venezia – Padova; riguardo alle dichiarazioni rese da Rino
Spolador non si contesta quanto da questi riferito circa gli importi versati al
Brentan, pari all’8%, l’ultimo dei quali nell’estate del 2010 per i lavori
effettuati nel corso del 2009; vaghe censure di imprecisione sono dedicate
alle accuse di Luigi Rizzo, ma non si contesta il nucleo delle sue dichiarazioni
secondo cui pagava una percentuale del 10% al Brentan, precisando di aver
versato la somma di euro 10.000 nel febbraio 2010 per l’ultimo lavoro svolto
nel corso del 2009; per quanto riguarda Silvano Benetazzo si contesta la sua
dichiarazione là dove colloca l’ultimo lavoro svolto per la società nel 2010, ma
nulla di concreto viene detto in relazione agli anni precedenti, rispetto ai quali
il Benetazzo conferma di aver versato somme di denaro al Brentan. Peraltro, a
riscontro di queste accuse la sentenza d’appello indica le dichiarazioni di
Angelo Matassi e di Giovanni Bordignon, rispettivamente direttore tecnico e
direttore amministrativo della Società Autostrade, nonché di Giorgio Mattiello,
dirigente della stessa società, i quali hanno riferito che tutte le decisioni sulle
imprese a cui affidare i lavori erano prese dal Brentan, alcune volte senza
rispettare le deleghe interne. D’altra parte, la Corte d’appello ha sottolineato
come le molteplici fonti di accusa, tutte obiettivamente riscontrate,
consentono di affermare pacificamente la sussistenza dei fatti anche
considerando che «la difesa stessa non ha inteso particolarmente sostenere
l’innocenza del Brentan, quanto piuttosto affermare che i fatti contestati non
costituiscono il reato di corruzione propria bensì, semmai, la corruzione
impropria, antecedente o anche susseguente». Ebbene, può dirsi che questa
impostazione difensiva viene replicata nel ricorso per cassazione, in cui la
contestazione dei fatti, affidata ai motivi ora esaminati (7° e 8°), appare
generica e, soprattutto, fondata su una rilettura di parti delle dichiarazioni di
cui né vi è traccia nella sentenza impugnata né vengono riportate nel ricorso
e che, oltretutto, non appaiono in grado di mettere in crisi la ricostruzione dei
fatti così come effettuata nelle sentenze. Infatti, occorre puntualizzare come
dalla sentenza di primo grado emergano altri elementi di prova non
considerati dal ricorso, tra cui la consulenza tecnica disposta dal pubblico
ministero, i risultati dell’intercettazione del 16 luglio 2009 e la
documentazione trasfusa nell’annotazione del 5 dicembre 2011 della Guardia
di Finanza.
3. I restanti motivi, come si è già anticipato, sono diretti ad escludere
l’illegittimità degli atti e dei procedimenti posti in essere dall’imputato nel
corso degli affidamenti degli incarichi alle varie ditte e, quindi, a dimostrare
l’insussistenza del reato di cui all’art. 319 cod. pen.
In particolare, si insiste a dimostrare che tutta la documentazione
riguardante le gare e gli affidamenti veniva regolarmente protocollata, che
non vi era necessità di nominare il responsabile unico del procedimento
(RUP), né di effettuare una programmazione triennale, che non vi è stato
alcun meccanismo di frazionamento degli affidamenti per eludere la disciplina
concorsuale in materia di aggiudicazione degli appalti.
Invero, come ha evidenziato soprattutto il primo giudice, la condotta
dell’imputato nella gestione del servizio pubblico è stata finalizzata al
perseguimento di utilità private , avendo percepito in un arco di tempo
individuato tra il 2004 e il 2010 tangenti, in percentuali variabili, sui lavori
affidati a società e a imprese, ponendo così in essere un’attività contraria ai
suoi doveri di “ufficio”.
Ciò che emerso è che, ad esempio, negli incarichi affidati al Rizzo è
mancata una istruttoria procedimentale ovvero una forma di interpello rivolta
ad altri professionisti che consentisse una comparazione delle offerte: invece,
in dispregio dei principi di trasparenza, di libera concorrenza, di rotazione e
parità di trattamento stabiliti dalla legge n. 109 del 1994 e, successivamente,
dal codice dei contratti pubblici, le consulenza sono state affidate sempre al
Rizzo, dal quale l’imputato ha ricevuto percentuali pari al 10% dei pagamenti
effettuati dalla Società Autostrade.
Per quanto riguarda i lavori di manutenzione affidati in favore dello
Spolador e giustificati in base a situazioni di urgenza che, come tali, non
rientravano negli interventi oggetto di programmazione – sicché la scelta è
ricaduta più volte sulla stesa ditta perché di comprovata competenza tecnica –
è stato evidenziato che nessuno degli affidamenti reca menzione
dell’esistenza di una effettiva situazione di urgenza, laddove è dimostrato che
l’imputato ha ricevuto dallo Spodalodor “tangenti” nella misura di circa 1’8%
dei lavori eseguiti.
Analogo meccanismo è stato realizzato per i lavori affidati alla ditta del
Pavan: anche in questo caso la difesa sostiene che si sia trattato di
affidamenti operati dall’imputato in favore dell’imprenditore già assegnatario
di altri appalti erogati con pubblica gara e riassegnati allo stesso Pavan per
ragioni di urgenza, ragioni che però sono state smentite dalla consulenza
tecnica disposta dal pubblico ministero che, invece, ha accertato trattarsi di
lavori di ordinaria manutenzione e, quindi, da ricomprendere negli atti di
programmazione annuale.
Lo stesso è accaduto per gli appalti assegnati a Benetazzo: si è accertato
che gli appalti sono stati attribuiti facendo ricorso al sistema dell’affidamento
diretto, previo l’indebito frazionamento dell’opera da appaltare, allo scopo di
non superare i “limiti soglia”, così procedendo a «micro affidamenti» del tutto
artificiosi, al disotto della soglia di euro 40.000, assegnati alla ditta in
questione senza alcun confronto con le offerte delle altre imprese, offerte che
non risultano neppure protocollate.
Le risultanze evidenziate dimostrano che nel corso degli anni presi in
esame il Brentan ha reiteratamente violato i principi di imparzialità e di
concorrenza contenuti nelle disposizioni di legge, in cambio della
corresponsione di tangenti, in tal modo svendendo la sua “funzione” in
relazione al servizio pubblico che gli era stato assegnato. In questo senso
appare corretta la decisione dei giudici che hanno ritenuto sussistente la
corruzione propria, in quanto l’indebito mercimonio della funzione pubblica ha
avuto ad oggetto un comportamento di favore per il privato, che si è
estrinsecato in una serie di atti specifici contrari ai doveri d’ufficio, previsti
anche da disposizioni di legge.
Nella specie acquistano rilevanza non tanto le disposizioni sulla necessità
della nomina del RUP e sulla tenuta del documento di programmazione
triennale e annuale dei lavori, su cui insistono molti dei motivi dedotti nel
ricorso, quanto la sistematica inosservanza delle disposizioni sulla
trasparenza, libera concorrenza e parità di trattamento stabilite negli artt. 2 e
125 del d.lgs. n. 163 del 2006, n. 163 e, prima ancora, nell’art. 24 della
legge n. 109 del 1994, sicuramente applicabili nel caso in esame, la cui
violazione, accompagnata da meccanismi elusivi come quello del
frazionamento degli appalti, ha consentito per anni di favorire le imprese
“amiche” in cambio del prezzo della corruzione stabilito in percentuale sul
valore del singolo appalto. Il frazionamento dell’appalto è stato posto in
essere non in ragione della migliore realizzazione dei lavori, cioè in funzione
dell’opera oggetto del contratto, ma per uno scopo illecito, ossia per
avvantaggiare imprese amiche e ottenere utilità personali, in violazione dei
criteri di trasparenza, massima partecipazione, efficienza, efficacia e
tempestività. Le disposizioni sopra citate erano funzionali a dissuadere le
amministrazioni dall’artificioso frazionamento degli appalti, frazionamento
che, se non giustificato, è idoneo a ledere il principio della concorrenza
mediante il ricorso alla trattativa privata o all’affidamento diretto. Nella
specie, l’imputato ha proceduto direttamente agli affidamenti diretti, violando
la disposizione contenuta nell’art. 125, comma 8, d.lgs. cit., che tra l’altro
attribuisce al responsabile del procedimento di effettuare tali affidamenti.
Si vuole sottolineare che la contrarietà ai doveri dell’ufficio è consistita,
soprattutto, nel violare reiteratamente e sistematicamente la parità di accesso
delle imprese agli appalti interessanti la Società Autostrade Venezia Padova,
realizzando una condotta, appunto, contraria ai doveri d’ufficio perché non ha
garantito una parità di trattamento degli operatori economici che avrebbero
potuto partecipare a tali lavori, così eludendo le norme poste a garanzia della
concorrenza.
4. Tuttavia, per una parte dei reati posti in essere deve essere dichiarata
l’estinzione per intervenuta prescrizione. Infatti, nella specie trova
applicazione il termine massimo di prescrizione pari a sette anni e sei mesi,
calcolato sulla base della pena prevista per il reato di cui agli artt. 319 e 320
cod. pen. nella versione antecedente alla riforma della legge n. 190 del 2012,
per cui i reati commessi fino alla data del 10 maggio 2019 sono prescritti e di
conseguenza per essi deve pronunciarsi sentenza di annullamento senza
rinvio.
Per il resto il ricorso deve essere rigettato, ma gli atti devono essere
trasmessi ad altra sezione della Corte d’appello di Venezia per la sola
rideterminazione della pena in ordine ai residui reati, tenuto conto della
corretta qualificazione soggettiva attribuita all’imputato ai sensi dell’art. 320
cod. pen., prima della riforma del 2012.
Per tali reati deve dichiararsi l’irrevocabilità della sentenza ai sensi
dell’art. 624, comma 2, cod. proc. pen.

P. Q. M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata per intervenuta estinzione dei
reati per prescrizione in ordine ai fatti commessi fino alla data del 10 maggio
2009.
Rigetta nel resto il ricorso, rinviando ad altra sezione della Corte d’appello
di Venezia per la rideterminazione della pena in ordine ai reati residui, per i
quali si dichiara l’irrevocabilità della sentenza a norma dell’art. 624, comma 2,
cod. proc. pen.
Così deciso il 10 novembre 2016

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