Alcoltest – Cassazione Penale 18/08/2016 N° 34976

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 18/08/2016

Numero: 34976

Testo completo della Sentenza Alcoltest – Cassazione penale 18/08/2016 n° 34976:

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SENTENZA sul ricorso proposto da: MINELLI ALESSANDRO N. IL 15/01/1982 avverso la sentenza n. 3158/2013 CORTE APPELLO di BOLOGNA, del 07/04/2015 visti gli atti, la sentenza e il ricorso udita in PUBBLICA UDIENZA del 01/03/2016 la relazione fatta dal Consigliere Dott. DANIELE CENCI Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. PniquAio- “IO’ i che ha concluso per (Pr- (ri Prvn-rt%Ct r ni Udito, per la parte civile, l’Avv Udit i difensor Avv. RITENUTO IN FATTO 1.La Corte di appello di Bologna ha integralmente confermato la sentenza del Tribunale di Bologna che aveva riconosciuto Alessandro Minelli responsabile del reato di guida in stato di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di bevande alcooliche, essendo stato rilevato mediante etilometro un tasso alcoolemico pari a 1,28 g/I alla prima prova e 1,24 g/I alla seconda, con l’aggravante dell’ora notturna (art. 186, comma 2, lett. b, e comma 2-sexies, d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285); fatto contestato come commesso il 6 marzo 2011. 2. Il difensore dell’imputato ha presentato tempestivamente ricorso avverso la decisione, affidato a tre motivi, con i quali si evocano le categorie della violazione di legge e del vizio di motivazione. Domanda, in conseguenza, l’annullamento della sentenza. 2.1. Si denunzia, in primo luogo, l’illegittimità della decisione per violazione di legge processuale – art. 366 cod. proc. pen. – che sarebbe sanzionata da nullità e/o da inutilizzabilità. Si assume, infatti, che dopo la effettuazione del cosiddetto alcoltest mediante etilometro non sarebbe avvenuto il prescritto deposito nella segreteria del Pubblico Ministero entro i tre giorni successivi, con avviso al difensore, sicché i risultati compendiati negli scontrini dell’alcooltest sarebbero radicalmente inutilizzabili ovvero nulli, con la conseguenza che, non potendosene tenere conto nella decisione ed essendo i residui elementi dell’istruttoria, meramente documentale, insufficienti ai fini dell’affermazione della penale responsabilità dell’imputato, erronea sarebbe la condanna; e la Corte territoriale avrebbe immotivatamente disatteso l’eccezione sollevata con i motivi di appello. 2.2. Con un secondo motivo si censura la – ritenuta – mancanza, contraddittorietà e/o manifesta illogicità della motivazione della Corte di appello, la quale non avrebbe tenuto nella dovuta considerazione i rilievi difensivi svolti nei motivi di appello e tesi a dimostrare l’innocenza dell’imputato, senza offrire adeguata spiegazione e meramente richiamando – si assume da parte del ricorrente – la motivazione del Tribunale. 2.3. Con un terzo ed ultimo motivo si denunzia l’assenza di apparato motivazionale adeguato ad escludere la concessione delle attenuanti generiche, non essendo, ad avviso del ricorrente, la presenza di precedenti penali in giudicato, che nel ricorso si sottolinea essere estinti, automaticamente ostativa al riconoscimento della diminuente in questione. Si invoca, pertanto, la mitigazione delle conseguenze penali della contestata condotta. CONSIDERATO IN DIRITTO 1.II ricorso è complessivamente infondato e va rigettato. In via preliminare deve osservarsi che i motivi di ricorso sono sostanzialmente riproduttivi di quelli di appello e che tutte le doglianze, già sottoposte al giudice dell’appello e dallo stesso motivatamente disattese, vengono riproposte alla Corte di legittimità. Peraltro le questioni affrontate nel ricorso non sempre si confrontano puntualmente con il testo della sentenza di appello che, integrandosi con la motivazione redatta dal Tribunale, viene a comporre un tessuto argomentativo solido ed immune da vizi logici: in conseguenza, il secondo motivo di ricorso, come si vedrà, risulta inammissibile, mentre il primo ed il terzo sono infondati. 1.1.Quanto, anzitutto, al vizio da cui sarebbe affetta la decisione per effetto del dedotto omesso deposito nella segreteria del P.M. dei risultati dell’alcooltest, al riguardo il giudice di appello ha osservato che il mancato avvertimento, in relazione all’effettuazione dell’alcooltest, della facoltà di farsi assistere da difensore di fiducia dà luogo ad una nullità di ordine generale ma non assoluta che deve essere eccepita prima del compimento dell’atto ovvero, se ciò non è possibile, immediatamente dopo ai sensi dell’art. 182, comma 2, cod. proc. pen., mentre nel caso di specie l’eccezione è stata proposta soltanto con l’atto di appello, ergo: tardivamente; si è inoltre escluso che all’accertamento del tasso alcoolemico svolto alla p.g. debbano applicarsi le forme poste dall’art. 360 cod. proc. pen., che disciplina le indagini tecniche del P.M. (pp. 1-2 della sentenza di appello). La motivazione svolta dalla Corte territoriale sullo specifico punto è stata additata ad inconferente dall’imputato, il quale ha sottolineato che nei motivi di appello aveva censurato l’omissione del deposito degli atti nella segreteria del P.M. e dell’avviso al difensore, con pregiudizio dei diritti della difesa: discenderebbe la inutilizzabilità e/o la nullità degli accertamenti svolti dalla polizia giudiziaria. L’assunto del ricorrente non è condivisibile. Si è, infatti, in più occasioni – persuasivamente – precisato che in tema di guida in stato di ebbrezza, l’omesso deposito del verbale contenente gli esiti del cosiddetto alcoltest non integra alcuna nullità, costituendo una mera irregolarità che non incide sulla validità o sull’utilizzabilità dell’atto, rilevando soltanto ai fini della decorrenza del termine entro il quale è consentito l’esercizio delle attività difensive (cfr., ex plurimis, Sez. 4, n. 49407 del 21/11/2013, Grossi, Rv. 257885; Sez. 4, n. 12025 del 02/12/2010, dep. 2011, Cinciripini, Rv. 249941; Sez. 4, n. 4159 del 15/10/2009, dep. 2010, Tamburini, Rv. 246418; Sez. 4, n. 24876 del 08/04/2008, Castelli, Rv. 240296). Sussiste, poi, l’obbligo di dare l’avviso ex art. 114 disp. attuaz. cod. proc. pen., la cui eventuale violazione, però, può essere utilmente dedotta solo sino alla 3 deliberazione della sentenza di primo grado (Sez. Un., n. 5396 del 29/01/2015, Bianchi, Rv. 263023): in tal senso è pertinente, oltre che condivisibile, la motivazione reiettiva della Corte di appello che, sia pure in maniera estremamente sintetica, ha inteso dire che alcuna nullità – ed a maggior ragione, alcuna inutilizzabilità, essendo inconfigurabile la situazione prevista dall’art. 191, comma 1, cod. proc. pen. – è ravvisabile nel caso di specie e che, in ogni caso, l’eventuale violazione dell’art. 114 disp. attuaz. cod. proc. pen. doveva essere dedotta prima della sentenza di primo grado, ciò che non risulta essere avvenuto. 1.2. Il secondo motivo di ricorso è inammissibile, siccome estremamente generico, non indicando in alcun modo quali sarebbero le aporie motivazionali della sentenza di appello, con il testo della quale il ricorrente, in realtà, non si confronta. 1.3. Quanto al terzo ed ultimo motivo di ricorso, deve darsi atto che entrambe le sentenza di merito hanno negato il riconoscimento delle attenuanti generiche in considerazione delle precedenti condanne a carico di Alessandro Minelli, tra cui una per guida in stato di ebbrezza, richiamando peraltro la decisione di secondo grado pertinenti precedenti giurisprudenziali di legittimità a proposito dei criteri per la concessione o meno della diminuente in questione. Il difensore ha evidenziato che i precedenti penali sono estinti e si è lamentato del diniego della concessione della diminuente ex art. 62-bis cod. pen. Il motivo di doglianza sul punto è strutturato sui seguenti passaggi argomentativi (pp. 4-6 del ricorso): i precedenti dell’imputato, in effetti sussistenti, sono estinti, sicché da considerare tamquam non essent; l’imputato, in sostanza equiparabile ad un incensurato, avrebbe, in conseguenza, diritto al riconoscimento delle attenuanti generiche; e la Corte di appello, nel non riconoscerle benché invocate, avrebbe commesso un errore di diritto. L’assunto difensivo è infondato, per una pluralità di motivi. Va premesso che il riconoscimento delle attenuanti generiche, per affermazione della S.C. a tal punto radicata e costante da non rendere necessaria alcuna citazione di precedenti giurisprudenziali in termini, è una statuizione che l’ordinamento opportunamente rimette alla prudente discrezionalità del giudice di merito, per cui non vi è margine alcuno per il sindacato di legittimità quando la decisione sia motivata in modo conforme a legge e secondo i canoni della logica. Ciò posto, dalla avvenuta estinzione dei reati, in effetti risultante dal casellario, non potrebbe comunque, per ciò solo, derivare la conseguenza auspicata dal ricorrente, il quale non tiene nella dovuta considerazione la modifica apportata dal decreto legge 23 maggio 2008, n. 92, convertito, con modificazioni, nella legge 24 luglio 2008, n. 125, all’art. 62-bis cod. pen. (pacificamente applicabile nel caso di specie, risalendo la condotta al 6 marzo 2011), che al comma 3 recita: «In ogni caso, l’assenza di precedenti condanne per altri reati a 4 carico del condannato non può essere, per ciò solo, posta a fondamento della concessione delle circostanze di cui al primo comma». E, infatti, si è precisato che, per effetto della richiamata modifica dell’art. 62-bis cod. pen., ai fini della legittima concessione della diminuente non è più sufficiente lo stato di incensuratezza dell’imputato (cfr., tra le altre, Sez. 3, n. 44071 del 25/08/2014, Papini e altri, Rv. 260610; Sez. 5, n. 4033 del 04/12/2103, dep. 2014, Morichelli, Rv. 258747). Trascura, infine, il ricorrente di considerare che, come è stato già precisato – ed il Collegio non ritiene di doversi discostare dalla puntualizzazione – ai fini dell’applicabilità delle circostanze attenuanti generiche il giudice, alla luce dei criteri di determinazione della pena di cui all’art. 133 cod. pen., può correttamente tenere conto anche dei reati estinti, costituendo elementi comunque illuminanti circa la condotta di vita anteatta dell’individuo (v., in termini, Sez. 5, n. 39473 del 13/06/2013, Paderni, Rv. 257200). 2. Occorre, infine, dare atto che esiste una questione che la Corte, per le sue implicazioni, almeno a livello potenziale, può prendere in considerazione anche di ufficio: si rileva, infatti, del testo della sentenza impugnata che la difesa ha invocato nella discussione in appello l’applicazione dell’art. 131-bis cod. pen., che il P.G. si è opposto e che la Corte territoriale ha motivatamente disatteso la richiesta. Ebbene, ha ritenuto la Corte di legittimità in plurime, recenti, occasioni che l’esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, di cui all’art. 131-bis cod. pen., ha natura sostanziale ed è applicabile ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del d.lgs. 16 marzo 2015, n. 28, compresi quelli pendenti in sede di legittimità, nei quali la Suprema Corte può rilevare anche di ufficio ai sensi dell’art. 609, comma 2, cod. proc. pen., la sussistenza delle condizioni di applicabilità del predetto istituto, dovendo peraltro limitarsi, attesa la natura del giudizio di legittimità, ad un vaglio di astratta non incompatibilità della fattispecie concreta, come risultante dalla sentenza e dagli atti processuali, con i requisiti ed i criteri indicati dal predetto art. 131-bis cod. pen. (v. Sez. 2, n. 41742 del 30/09/2015, Clemente, Rv. 264596; Sez. 5, n. 5800 del 02/07/2015, dep. 2016, Markikou, non mass.; Sez. 4, n. 22381 del 17/04/2015, Mauri, Rv. 263496). Ciò posto, si rileva che nel caso di specie il giudice di merito ha congruamente descritto un quadro, oggettivo e soggettivo, incompatibile la tenuità dell’offesa e con l’occasionalità del comportamento: discende l’esclusione, già in linea astratta, della ravvisabilità della causa di non punibilità in parola. 3. Alle considerazioni che precedono consegue, di necessità, il rigetto del ricorso e la condanna di Alessandro Minelli al pagamento delle spese processuali. 5 Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Così deciso il 01/03/2016.

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