Agenti Sotto Copertura – Cassazione Penale 10/03/2017 N° 11572

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 10/03/2017

Numero: 11572

Testo completo della Sentenza agenti sotto copertura – Cassazione penale 10/03/2017 n° 11572:

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Penale Sent. Sez. 3 Num. 11572 Anno 2017
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: RAMACCI LUCA
Data Udienza: 02/02/2017

ENTENZA
sul ricorso proposto da:
MELLONI LUIGI nato il 01/12/1965 a CENTO
NEPOTI MARCO nato il 30/10/1960 a SAN GIOVANNI IN PERSICETO
avverso la sentenza del 20/02/2015 della CORTE APPELLO di BOLOGNA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 02/02/2017, la relazione svolta dal Consigliere
LUCA RAMACCI
Udito il Procuratore Generale in persona del LUIGI CUOMO

RITENUTO IN FATTO
1. La Corte di appello di Bologna, con sentenza del 20/2/2015 ha parzialmente
confermato, assolvendo un coimputato del reato ascrittogli per non aver commesso
il fatto, la decisione con la quale, in data 10/7/2008, a seguito di giudizio abbreviato,
il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di quella città aveva ritenuto Luigi
MELLONI responsabile del reato di illecito acquisto e detenzione, a fini di spaccio, di
oltre 1.000 pastiglie di sostanza stupefacente del tipo ecstasy (in Bologna, dal
29121996 ai primi giorni del febbraio 1997) e Marco NEPOTI dell’acquisto e
detenzione, per fini di spaccio, di gr.100 di sostanza stupefacente del tipo cocaina
(in Bologna, prima metà di ottobre 1996).
Avverso tale pronuncia i predetti propongono separatamente ricorso per
cassazione tramite i rispettivi difensori di fiducia, deducendo i motivi di seguito
enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, ai sensi dell’art. 173
disp. att. cod. proc. pen.
2. Luigi MELLONI deduce, con un unico motivo di ricorso, la violazione di legge
ed il vizio di motivazione, rilevando che l’affermazione attribuitagli, in ordine alla
possibilità di effettuare altri acquisti di ecstasy, sarebbe una mera vanteria inidonea
a costituire valido riscontro alla chiamata di correità, mentre la dichiarazione
ricevuta in tal senso da un agente sotto copertura sarebbe, invece, inutilizzabile
perché resa da soggetto non consapevole del fatto di essere sottoposto ad
indagine.
Aggiunge che, in assenza di sequestro dello stupefacente e di specifici
accertamenti sulla natura della sostanza, non avrebbe potuto escludersi che le
pastiglie contenessero MDMB, sostanza non compresa tra gli stupefacenti all’epoca
de fatti, in luogo dell MDMA che, al contrario, vi era ricompresa, sicché risulterebbe
illogico il ragionamento dei giudici dell’appello sul punto.
3. Marco NEPOTI deduce, con un unico motivo di ricorso, la violazione di legge
ed il vizio di motivazione in relazione alla valutazione della chiamata di correità ed
alla sussistenza di riscontri effettuata dalla Corte di appello, facendo rilevare
contraddizioni e discrasie nelle dichiarazioni accusatorie, nonché l’inadeguatezza
dei risconti individuati dai giudici del merito.
Entrambi insistono, pertanto, per raccoglimento dei rispettivi ricorsi.
Con memoria del 16/1/2017 il NEPOTI illustrava ulteriormente le proprie
ragioni.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Entrambi i ricorsi sono inammissibili.
La Corte territoriale, richiamando quanto rilevato dal giudice di primo grado, ha
posto in evidenza come l’affermazione di responsabilità nei confronti degli odierni
ricorrenti sia fondata sulle dichiarazioni accusatorie rese dai fornitori dello
stupefacente (tali Giuseppe CORSINI e Federico DALLA COSTA), le quali trovavano
riscontro nelle dichiarazioni rese dalla moglie del CORSINI, la quale era a
conoscenza delle attività del coniuge e nelle attività investigative effettuate
mediante personale infiltrato, documentazione fotografica degli incontri finalizzati al
traffico di stupefacenti, sequestri di rilevanti quantitativi di droga.
I giudici del gravame hanno dedicato particolare attenzione alla verifica
dell’attendibilità dei due collaboranti, dando atto del fatto che costoro,
nell’immediatezza dell’arresto, si erano autoaccusati di condotte ben più gravi di
quelle oggetto di giudizio, sicché poteva escludersi la esclusiva o prevalente finalità
auto-premiale, così come non si ravvisavano intenti calunniatori, anche in
considerazione dei rapporti intercorrenti con gli imputati, di natura amicale o,
comunque, finalizzati alla conclusione di proficui traffici illeciti.
Con specifico riferimento alla posizione del MELLONI, i giudici dell’appello
richiamano le dichiarazioni dei suddetti collaboranti relative all’acquisto di 25.000
pastiglie di ecstasy, 1.000 delle quali venivano successivamente cedute a tale
“Luigione”, da entrambi identificato nel ricorrente, il quale, peraltro, aveva ammesso
di conoscere uno dei dichiaranti (DALLA COSTA).
Tale circostanza è stata ritenuta dalla Corte territoriale quale dato di riscontro
delle dichiarazioni accusatorie, così come quanto riferito dall’agente sotto copertura,
il quale aveva ricordato di aver incontrato, in una casa di campagna, l’imputato e di
averlo sentito vantarsi di poter effettuare altri acquisti di ecstasy “del tipo di quelle
ricevute da Federico” (DALLA COSTA) “in quanto, a suo dire, avevano avuto un
notevole successo”.
2. Il ricorrente, come si è detto in premessa, contesta l’utilizzabilità di quanto
riportato dall’agente infiltrato, ipotizzando la violazione degli artt. 60, 61 e 191,
comma 2 cod. proc. pen.
Va a tale proposito osservato che, sulla base di quanto testualmente riportato
in sentenza, non si tratterebbe neppure di dichiarazioni direttamente ricevute
dall’agente, il quale, secondo i giudici del gravame, avrebbe sentito l’imputato
mentre affermava di poter procedere ad altri acquisti di stupefacente, riferendo,
quindi, di un mero fatto storico avvenuto sotto la sua diretta percezione.
In ogni caso, la Corte del merito ha affrontato comunque la questione
dell’utilizzabilità della deposizione su quanto appreso dall’imputato, giungendo ad
una conclusione giuridicamente corretta, perché perfettamente aderente ad un
principio, più volte affermato, che va in questa occasione ribadito, essendo
pienamente condiviso dal Collegio.
Si è infatti stabilito, proprio in tema di indagini per l’accertamento dei reati
concernenti gli stupefacenti, che gli investigatori che operano “sotto copertura”
possono rendere testimonianza anche su quanto hanno appreso dall’imputato nel
corso dell’investigazione, poiché, nell’ambito dell’operazione svolta, sono stati
soggetti partecipanti all’azione e non hanno agito come ufficiali di polizia giudiziaria
con i poteri autoritativi e certificatori connessi alla qualifica (Sez. 3, n. 37805 del
9/5/2013, Jendoubi e altro, Rv. 25767401. Conf. Sez. 2, n. 38488 del 28/5/2008,
Cuzzucoli e altri, Rv. 24144101; Sez. 6, n. 41730 del 5/12/2006, Ani ed altri, Rv.
23559001; Sez. 4, n. 6702 del 30/11/2004 (dep. 2005), Meta, Rv. 23072001; Sez. 4,
n. 33561 del 29/5/2001, Tomassini ed altri, Rv. 22026301).
Quanto al fatto, pure valorizzato in ricorso, che quanto dichiarato sarebbe mera
vanteria, non necessariamente corrispondente al vero, va rilevato, sempre tenuto
conto di quanto osservato nella sentenza impugnata, che, semmai, oggetto della
supposta vanteria sarebbe la possibilità di acquisto di ulteriori quantità di ecstasy,
mentre i giudici del gravame, indipendentemente dalla veridicità o meno di tale
affermazione, hanno considerato, ai fini del riscontro della chiamata di correità,
l’inequivoco riferimento all’acquisto precedentemente effettuato ed al positivo
riscontro degli acquirenti.
Risulta dunque di macroscopica evidenza l’infondatezza delle argomentazioni
sviluppate sul punto in ricorso.
3. Parimenti caratterizzata da manifesta infondatezza risulta l’ulteriore censura
sulla natura stupefacente della sostanza, perché prospettata in maniera tale da
stravolgere il significato di quanto affermato nella sentenza impugnata.
Afferma infatti il ricorrente che la Corte del merito avrebbe incongruamente
fatto riferimento ad accertamenti tossicologici (termine, quest’ultimo, più volte
ripetuto) in realtà mai effettuati perché lo stupefacente non sarebbe stato
sequestrato, incorrendo così in un vizio logico.
In realtà, la Corte di appello non ha in alcun modo richiamato accertamenti
chimici o tossicologici compiuti sullo stupefacente ricevuto dall’imputato, essendosi
limitata ad osservare che quelli eseguiti sulle sostanze commercializzate dai due
dichiaranti, sequestrate in corso di indagini, avevano rivelato la presenza di MDMA e
che tali accertamenti rientravano tra quelli utilizzabili in ragione del rito prescelto
dagli imputati.
In tale affermazione non si rinviene alcuna illogicità o manifesta contraddizione,
atteso che la stessa Corte territoriale, in precedenza, aveva chiarito come le 1.000
pastiglie detenute dall’imputato erano parte di un più rilevante quantitativo di 25.000
acquistato in precedenza dai due collaboranti.
Nella sentenza impugnata viene peraltro posto in evidenza come nessun
elemento positivo di riscontro consentisse di ritenere che lo stupefacente fosse
MDMB, come ipotizzato nell’atto di appello o non avesse comunque proprietà
stupefacenti, dato il riferimento al successo ottenuto con gli acquirenti del quale
aveva appreso l’agente sotto copertura.
4. Neppure il ricorso del NEPOTI appare idoneo a superare la soglia
dell’ammissibilità.
Rispetto alla sua posizione, la Corte di appello ha riferito nel dettaglio i
contenuti delle plurime dichiarazioni rese dal CORSINI e dal DALLA Costa in ordine
alla cessione all’imputato di 100 grammi di cocaina, dando atto delle critiche
formulate con l’atto di appello e fornendo alle stesse adeguata risposta, in
particolare chiarendo che le segnalate discrasie sui quantitativi di cocaina
commercializzati, sul mancato ricordo del numero di telefono dell’imputato, non
apparivano indicative di un eventuale mendacio ed erano giustificate dal numero
delle cessioni e dalla lontananza nel tempo delle condotte poste in essere.
I giudici del gravame ponevano in evidenza anche la presenza di riscontri quali
le dichiarazioni della moglie del CORSINI e dell’agente sotto copertura.
Si tratta di argomentazioni caratterizzate da tenuta logica e coerenza
strutturale, che non vengono minimamente intaccate dalle censure svolte in ricorso,
le quali, riproponendo in questa sede le medesime questioni, sottopongono a questa
Corte una lettura alternativa delle emergenze processuali che, come è noto, non può
avere ingresso in questa sede di legittimità, poiché il controllo sulla motivazione
demandato al giudice di legittimità resta circoscritto, in ragione della espressa
previsione normativa, al solo accertamento sulla congruità e coerenza dell’apparato
argomentativo con riferimento a tutti gli elementi acquisiti nel corso del processo e
non può risolversi in una diversa lettura degli elementi di fatto posti a fondamento
della decisione o l’autonoma scelta di nuovi e diversi criteri di giudizio in ordine alla
ricostruzione e valutazione dei fatti (si vedano, ad esempio, limitatamente alla
pronunce successive alle modifiche apportate all’articolo 606 cod. proc. pen. dalla
Legge 462006, Sez. 3, n. 12110 del 21/11/2008 (dep. 2009), Campanella, Rv.
243247; Sez. 6, n. 23528 del 6/6/2006, Bonifazi, Rv. 234155; Sez. 6, n. 14054 del
24/3/2006, Strazzanti, Rv. 233454; Sez. 6, n. 10951 del 15/3/2006, Casula, Rv.
233708).
5. I ricorsi, conseguentemente, devono essere dichiarati inammissibili e alla
declaratoria di inammissibilità consegue l’onere delle spese del procedimento,
nonché quello del versamento, in favore della Cassa delle ammende, della somma,
equitativamente fissata, di euro 2.000,00 per ciascun ricorrente.

P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento
delle spese del procedimento e della somma di euro 2.000,00 in favore della Cassa
delle ammende.
Così deciso in data 2.2.2017

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