Accertamento Dei Reati Sessuali – Cassazione Penale 03/05/2017 N° 20884

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 03/05/2017

Numero: 20884

Testo completo della Sentenza Accertamento dei reati sessuali – Cassazione penale 03/05/2017 n° 20884:

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Cass. pen. Sez. III, Sent., 03-05-2017, n. 20884
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. SAVANI Piero – Presidente –
Dott. CERRONI Claudio – Consigliere –
Dott. LIBERATI Giovanni – Consigliere –
Dott. MACRI’ Ubalda – Consigliere –
Dott. ANDRONIO Alessandro M. – rel. Consigliere –
ha pronunciato la seguente:

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
A.M., nato a (OMISSIS);
nei confronti di:
L.R., (parte civile);
avverso la sentenza della Corte d’appello di Milano del 11 dicembre 2014;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Alessandro M. Andronio;
udito il Pubblico Ministero, in persona del sostituto procuratore generale Dott. MAZZOTTA
Gabriele, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;
udita, per la parte civile, l’avv. Laura Pancirolli, che ha depositato conclusioni scritte e nota spese;
udito, per l’imputato, l’avv. Vinicio Di Nardo.
Svolgimento del processo
1. – Con sentenza dell’11 dicembre 2014, la Corte d’appello di Milano ha confermato la sentenza del
Tribunale di Milano del 7 giugno 2012, resa all’esito di giudizio abbreviato, con la quale l’imputato
era stato condannato, anche al risarcimento del danno nei confronti della parte civile, per il reato di
cui all’art. 609 bis, art. 61, nn. 5) e 11), per avere costretto con violenza una cliente del suo studio di
avvocato a subire atti sessuali; con le aggravanti dell’approfittamento di circostanze tali da
ostacolare la difesa e dell’abuso di relazioni di ufficio.
2. – Avverso la sentenza l’imputato ha proposto – tramite il difensore – ricorso per cassazione,
chiedendone l’annullamento.
2.1. – Con un primo motivo di doglianza, si deducono vizi della motivazione in relazione alla
ritenuta responsabilità penale, il cui accertamento si sarebbe basato sulle sole dichiarazioni
accusatorie della persona offesa costituitasi parte civile. La Corte d’appello non avrebbe, in
particolare, vagliato l’ipotesi difensiva del consenso della persona offesa al rapporto sessuale,
maturato in un contesto familiare e non solo professionale, perchè la persona offesa era la cugina
della moglie dell’imputato, la quale, a sua volta avvocato, condivideva lo studio con il marito. In
tale ottica, avrebbe dovuto essere spiegato ciò che la testimone oculare M., collaboratrice dello
studio, aveva visto entrando nella stanza, ovvero che l’imputato aveva i pantaloni abbassati. Anzi, la
stessa testimone aveva affermato di avere assistito ad un rapporto sessuale consenziente, tanto che
la presunta vittima non aveva detto nulla e non aveva chiesto aiuto ed era sembrata, invece,
imbarazzata per il fatto di essere stata sorpresa nell’atto sessuale. Vi sarebbe, inoltre, una
discrepanza tra quanto riferito dalla teste M. e quanto riferito dalla persona offesa: quest’ultima
aveva affermato che la teste era entrata mentre l’imputato tentava una penetrazione, mentre la teste
aveva affermato di avere visto la donna seduta e vestita. E la versione fornita dai giudici di merito,
secondo cui le due donne avevano avuto distinti tempi di percezione, non sarebbe convincente sul
punto. Inoltre, sarebbe stata scorrettamente valorizzata, a carico dell’imputato, la circostanza che
questo aveva denunciato la persona offesa per diffamazione, sostenendo che il fatto non sarebbe
potuto accadere, per la presenza di soggetti terzi nello studio. Secondo la prospettazione difensiva,
tale denuncia era volta a rassicurare la moglie dell’imputato sulla mancanza di un tradimento; tanto
che era stata proprio la moglie dell’imputato a redigere l’atto. Sempre in riferimento all’attendibilità
della persona offesa, non si sarebbe considerato che questa aveva sostenuto di avere ricevuto una
telefonata con cui l’imputato chiedeva di anticipare l’appuntamento, mentre dai tabulati telefonici
era emerso che era stata lei a telefonare all’imputato e che l’incontro non era comunque avvenuto
all’orario da lei indicato. Inoltre, la Corte d’appello non avrebbe considerato l’inverosimiglianza
della ricostruzione dei fatti. La persona offesa avrebbe avuto, comunque, un comportamento
incompatibile con la pretesa violenza, perchè non aveva chiesto aiuto, era rimasta con l’imputato e,
anzi, era andata con lui ad un appuntamento con un altro avvocato e non aveva reagito alle ulteriori
avances che l’imputato le aveva fatto mentre viaggiavano in metropolitana per recarsi
all’appuntamento. Sarebbero inadeguate, sul piano logico, le considerazioni della Corte d’appello
secondo cui: l’appuntamento rivestiva una particolare importanza; la donna sentiva di non correre
pericoli perchè viaggiava su mezzi pubblici; all’esito dell’incontro la donna si era allontanata con il
suo ex datore di lavoro e non con l’imputato. Non si sarebbe considerata, inoltre, la mancanza di
tracce dello stupro sulla persona offesa.
2.2. – In secondo luogo, si deducono vizi della motivazione in relazione all’elemento soggettivo del
reato, sotto il profilo della rappresentazione che l’imputato avrebbe avuto del dissenso della persona
offesa al rapporto sessuale. Ad avviso della difesa, la circostanza che l’imputato non abbia sostenuto
la tesi del rapporto sessuale consenziente e non abbia fornito alcuna spiegazione sarebbe neutra dal
punto di vista probatorio. Non sarebbe, infatti, preclusa la valutazione dei fatti da parte del giudice
e, comunque, la questione del rapporto consensuale sarebbe stata oggetto dei motivi di appello,
anche attraverso il richiamo agli elementi di prova a supporto. La Corte d’appello si sarebbe limitata
a respingere la tesi difensiva sulla base delle sole contraddittorie dichiarazioni accusatorie della
querelante.
2.3. – Con un terzo motivo di doglianza, si lamenta il mancato riconoscimento dell’ipotesi attenuata
di cui all’art. 609 bis c.p., comma 3. La Corte d’appello avrebbe negato la configurabilità della
minore di gravità dei fatti valorizzando, in senso contrario la premeditazione, confermata
dall’anticipazione dell’appuntamento, nonchè le modalità del fatto. Non si sarebbe considerato che
l’anticipazione dell’appuntamento era ascrivibile alla vittima, nè che la circostanza che l’imputato
avesse allontanato la sua praticante appena prima dell’arrivo della vittima denotava la mancanza di
preordinazione, nè che egli comunque avevo lasciato aperta la porta della stanza.
2.4. – Con memoria depositata il 7 novembre 2016, la difesa ribadisce le doglianze già proposte con
il ricorso e, con particolare riferimento al primo motivo di censura, produce copia degli atti a suo
supporto.

Motivi della decisione
3. – Il ricorso è inammissibile, perchè si fonda sulla mera riproposizione di doglianze di merito già
esaminate e motivatamente disattese – con conforme valutazione dei giudici di primo e secondo
grado.
3.1. – Il primo, articolato, motivo di doglianza ha essenzialmente per oggetto la valutazione della
versione accusatoria della persona offesa.
Come più volte affermato da questa Corte (ex plurimis, Sez. 2, n. 43278 del 24/09/2015, Rv.
265104; Sez. U, n. 41461 del 19/07/2012, Rv. 253214
sessuale consensuale trova addirittura smentita nella versione dei fatti fornita dall’imputato, il quale
aveva denunciato la persona offesa per diffamazione, dichiarando che il fatto non si era verificato,
nè avrebbe potuto verificarsi, per la presenza di terzi nello studio. Nè può valere a spiegare le
ragioni della negazione radicale dei fatti da parte dell’imputato l’intento – meramente asserito dalla
difesa ex post – di tranquillizzare la moglie circa l’inesistenza di una sua relazione sessuale con la
persona offesa. Nella linea difensiva del ricorrente si riscontra, dunque, una contraddittorietà che,
per la sua macroscopicità, rende irrilevante, ai fini della valutazione della tenuta logica della
sentenza impugnata, ogni considerazione difensiva circa l’inattendibilità intrinseca del narrato della
persona offesa e circa pretese contraddizioni fra lo stesso e quanto riferito dalla testimone oculare
M.. Quanto a entrambi tali profili, peraltro, la sentenza impugnata risulta coerentemente e
logicamente motivata, laddove evidenzia che: a) il racconto della persona offesa è stato spontaneo e
coerente ha trovato riscontro in quanto riferito dalla stessa persona offesa alla sorella e al cognato
dopo i fatti; b) il fatto che la teste M. non abbia visto lo stupro in atto si spiega con la circostanza
che la stessa era entrata dopo la conclusione degli atti sessuali; c) eventuali discrepanze, del tutto
secondarie nell’economia generale della motivazione, nelle versioni dei fatti della persona offesa e
della testimone su ciò che stava succedendo quanto quest’ultima entrò nella stanza sono spiegabili
sulla base dei distinti tempi di percezione delle due. E del tutto irrilevanti, a fronte del solido quadro
accusatorio che la stessa linea difensiva dell’imputato ha contribuito a rafforzare, risultano le
circostanze relative: alle modalità degli approcci; alla dinamica dei fatti; alla mancata richiesta di
aiuto della persona offesa; al fatto che questa si fosse ancora accompagnata l’imputato per recarsi
all’appuntamento, per lei molto rilevante, presso uno studio legale; alla mancanza di tracce della
violenza.
3.2. – In forza di quanto appena osservato, deve essere ritenuto inammissibile anche il secondo
motivo di doglianza, perchè con esso si deducono vizi della motivazione in relazione all’elemento
soggettivo del reato, sotto il profilo della rappresentazione che l’imputato avrebbe avuto del
dissenso della persona offesa al rapporto sessuale. Le censure difensive si basano, infatti, sul
presupposto, erroneo in punto di diritto, che la mera prospettazione da parte della difesa
dell’imputato di una circostanza mai introdotta nel processo dall’imputato personalmente e che si
pone in contrasto con quanto riferito dalla persona offesa possa di per sè rilevare ai fini della
verifica dell’attendibilità di quest’ultima.
3.3. – Inammissibile, perchè meramente diretto a sollecitare a questa Corte una nuova valutazione di
merito, è il terzo motivo di doglianza, con cui si lamenta il mancato riconoscimento dell’ipotesi
attenuata di cui all’art. 609 bis c.p., comma 3. Ed è sufficiente qui osservare, sul punto, che la Corte
d’appello ha negato la configurabilità della minore gravità del fatto, correttamente valorizzando, in
senso contrarlo, le insidiosissime modalità della condotta, nonchè la premeditazione. Quanto a tale
ultimo profilo, la Corte d’appello non ha fatto riferimento all’anticipazione dell’appuntamento,
avvenuto su iniziativa della persona offesa, ma al complesso delle circostanze rappresentate: dal
luogo in cui si sono svolti i fatti; dall’avere l’imputato allontanato la praticante che avrebbe potuto
essere presente in studio, per trovarsi da solo con l’imputata, dall’avere egli approfittato del rapporto
professionale e del legame di affinità con la persona offesa; dall’essere stato egli interrotto
esclusivamente per l’accidentale anticipato rientro della praticante. Si tratta di un complesso di
elementi in base ai quali i giudici di merito – con conforme valutazione – hanno correttamente
ritenuto sussistente una significativa compromissione della libertà sessuale della vittima.
4. – Il ricorso deve essere, dunque, dichiarato inammissibile. Tenuto conto della sentenza 13 giugno
2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per
ritenere che “la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della
causa di inammissibilità”, alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a norma
dell’art. 616 c.p.p., l’onere delle spese del procedimento nonchè quello del versamento della somma,
in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in Euro 2.000,00. L’imputato deve
essere anche condannato al rimborso delle spese sostenute nel presente grado di giudizio dalla parte
civile L.R., da liquidarsi in Euro 3.000,00, oltre accessori di legge.

PQM
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e
della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende, oltre alla rifusione delle spese
sostenute nel grado dalla parte civile L.R., che liquida in Euro 3.000,00, oltre accessori di legge.
Così deciso in Roma, il 22 novembre 2016.
Depositato in Cancelleria il 3 maggio 2017

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