Abuso D’ufficio – Cassazione Penale 21/03/2017 N° 13849

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 21/03/2017

Numero: 13849

Testo completo della Sentenza Abuso d’ufficio – Cassazione penale 21/03/2017 n° 13849:

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Penale Sent. Sez. 6 Num. 13849 Anno 2017
Presidente: CARCANO DOMENICO
Relatore: CORBO ANTONIO
Data Udienza: 28/02/2017

SENTENZA
sui ricorsi proposti da
1. Procuratore generale presso la Corte d’appello di Catania;
2. Tronnbatore Salvatore, nato a Siracusa il 05/01/1962;
avverso la sentenza del 31/05/2016 della Corte d’appello di Catania
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Antonio Corbo;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto procuratore generale Luigi
Orsi, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del ricorso
dell’imputato e rigettarsi il ricorso del Procuratore generale;
udito, per la parte civile Camera Commercio Industria e Artigianato di Siracusa,
l’avvocato Sebastiano D’Angelo, che ha concluso chiedendo dichiararsi
l’inammissibilità del ricorso dell’imputato e condannarsi quest’ultimo alle spese di
grado come da nota spese depositata in udienza;
udito, per l’imputato, l’avvocato Bruno Leone, che ha concluso chiedendo
l’accoglimento del ricorso della difesa ed il rigetto del ricorso del Procuratore
generale.

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza emessa in data 31 maggio 2016, la Corte d’appello di
Catania, in parziale riforma della sentenza emessa in primo grado dal Giudice per
le indagini preliminari del Tribunale di Siracusa all’esito di giudizio abbreviato, ha
confermato la dichiarazione di colpevolezza pronunciata nei confronti di
Salvatore Trombatore per plurimi reati di peculato, di falso in documenti
informatici pubblici aventi rilevanza probatoria e di truffa aggravata, ha assolto il
medesimo imputato da plurimi reati di abuso di ufficio perché il fatto non
sussiste, ed ha rideterminato la pena nella misura complessiva di tre anni ed otto
mesi di reclusione, previa unificazione dei reati per la continuazione, ritenuto più
grave un episodio di peculato, concesse le circostanze attenuanti generiche ed
applicata la diminuente per il rito.
I fatti addebitati al Trombatore riguardano condotte commesse dal
medesimo quale funzionario istruttore direttivo della Camera di Commercio di
Siracusa, addetto ai procedimenti relativi alla cancellazione per riabilitazione dai
protesti levati in conseguenza del mancato pagamento di titoli di credito. I reati
di peculato attengono all’appropriazione di denaro versato alla Camera di
Commercio da privati cittadini a titolo di diritti per la cancellazione o
riabilitazione dai protesti, e sono contestati come commessi tra il luglio 2008 e
l’ottobre 2009. I reati di falso concernono, in relazione a numerosissimi debitori
protestati, l’inserimento nel sistema informatico della Camera di Commercio
dell’annotazione della cancellazione per avvenuta riabilitazione mediante
contestuale indicazione, nel medesimo sistema, della determinazione dirigenziale
relativa ad altro soggetto e del pagamento di diritti di segreteria in realtà mai
corrisposti, e sono contestati come commessi tra il gennaio e l’ottobre 2009. I
reati di truffa si riferiscono all’ingiusto profitto procurato ai beneficiari delle
indebite cancellazioni e riabilitazioni mediante induzione in errore degli organi
della Camera di Commercio in ordine all’avvenuto pagamento dei diritti di
segreteria dovuti per la procedura di riabilitazione, in realtà mai corrisposti, ma
indicati come versati nel registro informatico dei protesti; i fatti sono indicati
come commessi tra il gennaio e l’ottobre 2009, in corrispondenza delle date
relative ai delitto di falso. I reati di abuso di ufficio sono contestati avendo
riguardo all’ingiusto vantaggio patrimoniale procurato ai beneficiari delle indebite
cancellazioni per avvenute riabilitazioni, in quanto dette cancellazioni erano state
effettuate in difetto dei presupposti richiesti dalle disposizioni di cui alle leggi n.
480 del 1995 e n. 235 del 2000, ed al regolamento ministeriale di cui al D.M. 9
agosto 2000, n. 316; anche questi fatti sono indicati come commessi tra il
gennaio e l’ottobre 2009, in corrispondenza delle date relative ai delitto di falso.
2. Hanno presentato ricorso per cassazione avverso la sentenza indicata in
epigrafe l’avvocato Bruno Leone, quale difensore di fiducia del Trombatore, ed il
Procuratore generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Catania.
3. Il ricorso presentato nell’interesse del Trombatore è articolato in tre
motivi, che seguono ad un’ampia premessa riassuntiva della ricostruzione dei
fatti operata dal giudice di primo grado.
3.1. Con il primo motivo, si lamenta violazione di legge, in riferimento
all’art. 314 cod. pen., nonché vizio di motivazione, a norma dell’art. 606, comma
1, lett. b) ed e), cod. proc. pen., avendo riguardo all’accertamento dei fatti di
peculato.
Si premette che la Corte di appello ha affermato la sussistenza del reato di
cui all’art. 314 cod. pen. perché ha riscontrato, in riferimento alle pratiche
indicate in imputazione, il mancato pagamento dei diritti di segreteria per la
cancellazione di protesti, nonostante la presenza di distinte di versamento
compilate dal Tronnbatore e munite del timbro dell’Ufficio Cassa della Camera di
Commercio di Siracusa attestanti l’avvenuto versamento, ed ha valorizzato le
dichiarazioni di Salvatore Latina e Carmelo Ricciardi, addetti all’Ufficio Cassa, i
quali hanno affermato di aver apposto il timbro di ricevuta su espressa richiesta
del Trombatore, nonché le ammissioni di quest’ultimo, che ha riferito di aver
tratto in inganno i due colleghi al fine di trattenere per sé le somme affidategli
per i pagamenti dei diritti di segreteria, e complessivamente ammontanti a circa
2.000,00 euro. Si rileva, poi, che, per alcuni degli episodi di peculato
originariamente contestati, il Giudice dell’udienza preliminare ha pronunciato
sentenza di assoluzione, osservando che, in relazione a questi fatti, pur non
trovandosi traccia dei pagamenti, gli interessati hanno affermato di aver
effettuato di persona il versamento presso l’Ufficio Cassa e che le dichiarazioni
confessorie del Tornatore sono generiche, nel senso che non attengono agli
specifici episodi. Si deduce, quindi, che anche per gli episodi per i quali è
intervenuta condanna non vi è nulla più che il mancato rinvenimento delle
somme per le quali è stata rilasciata quietanza: le dichiarazioni del Latina e del
Ricciardi, anche a volerle ritenere veritiere, sono generiche, perché non
riferiscono di pratiche specifiche; le dichiarazioni del coimputato Comparone
fanno riferimento a pratiche irregolari. Si conclude che, di conseguenza, è
manifestamente illogico ritenere la responsabilità del Trombatore per quegli
episodi in relazione ai quali i contribuenti non sono stati escussi per questa
ragione, non hanno potuto affermare di aver eseguito personalmente i
pagamenti dovuti.
3.2. Con il secondo motivo, si lamenta violazione di legge, avendo riguardo
alla qualificazione giuridica dei fatti contestati come peculato.
Si deduce che i fatti contestati come peculato andavano in ogni caso
sussunti nello schema della truffa aggravata ex art. 61, n. 9, cod. pen., stante la
carenza di motivazione dei giudici di merito in proposito e l’assenza di titolo in
capo al Trombatore per ricevere il denaro, non essendo egli cassiere della
Camera di Commercio di Siracusa, ed avendo anzi la necessità di richiedere
l’attestazione dell’avvenuto pagamento ai cassieri. Si aggiunge che in questo
senso depone l’orientamento della giurisprudenza che distingue tra peculato e
truffa, ravvisando gli estremi della seconda fattispecie delittuosa quando il
pubblico ufficiale si procuri il possesso del bene, di cui poi si appropria, facendo
ricorso ad artifici o raggiri, ad esempio lasciando intendere che la somma
indebitamente ottenuta sarà versata all’ente pubblico competente.
3.3. Con il terzo motivo, si lamenta violazione di legge, nonché vizio di
motivazione, a norma dell’art. 606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc. pen.,
avendo riguardo alla configurabilità dei reati di truffa.
Si deduce che la quietanza per l’avvenuto versamento dei diritti è un atto
falso, come il provvedimento di cancellazione, e che, quindi, il mancato incasso
si riferisce a diritti concernenti pratiche false: non può costituire un danno per
l’ente Camera di Commercio il mancato incasso di diritti relativi a pratiche false.
Inoltre, nessuna truffa è ipotizzabile in danno di Vincenza D’Amico, coimputata
del Tronnbatore, posto che la stessa, agendo nella qualità di rappresentante
dell’associazione A.T.U.C.E.C. ed interessandosi di curare le pratiche di
cancellazione per conto dei singoli protestati, perseguiva in prima persona
l’illecita finalità della cancellazione poi realizzata mediante i falsi commessi
dall’odierno ricorrente.
4. Il ricorso presentato dal Procuratore generale della Repubblica presso la
Corte d’appello di Catania è articolato in un unico motivo, con il quale si lamenta
violazione di legge, in riferimento agli artt. 81, 323 e 476 cod. pen., avendo
riguardo alla ritenuta esclusione della configurabilità del delitto di abuso di
ufficio.
Si deduce che tra il reato di abuso di ufficio e quello di falso sussiste un
concorso reale di norme, sia perché le due fattispecie tutelano beni giuridici
diversi, sia perché le stesse hanno diversa struttura giuridica: il delitto di cui
all’art. 323 cod. pen. è reato di evento e richiede il dolo intenzionale, mentre il
delitto di cui all’art. 476 cod. pen. è reato di mera condotta ed esige il dolo
generico. Le indicate differenze escludono sia il concorso apparente di norme sia
l’assorbimento di un reato nell’altro per effetto dei principi di sussidiarietà o di
consunzione. Si aggiunge che una riprova empirica di quanto osservato in punto
di diritto si ha nel caso in esame: l’imputato non solo ha attestato dolosamente il
falso, ma ha anche procurato un vantaggio ingiusto al privato ed un danno
all’ente pubblico Camera di Commercio.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso dell’imputato espone nei primi due motivi censure diverse da
quelle consentite in sede di legittimità o manifestamente infondate, mentre
propone nel terzo motivo doglianze infondate con conseguente obbligo di rilevare
la prescrizione dei fatti di truffa maturati fino alla data della presente decisione.
Infondate, poi, sono le censure formulate nel ricorso del Procuratore
generale presso la Corte d’appello di Catania.
2. Manifestamente infondate, e in parte anche diverse da quelle consentite
in sede di legittimità, sono le doglianze esposte nel primo motivo di ricorso del
Trombatore, che contesta, in sostanza, la violazione dei canoni logico-giuridici di
valutazione della prova ai fini dell’affermazione della sussistenza dei reati di
peculato per i quali è stata pronunciata condanna.
2.1. Secondo la sentenza impugnata, l’elemento probatorio centrale per
l’affermazione della responsabilità del Trombatore è costituito proprio dalle
dichiarazioni confessorie rese dal medesimo davanti al G.i.p. in sede di
interrogatorio di garanzia, laddove ammettono sia l’appropriazione di somme,
quantificate approssimativamente in duemila euro, consegnate all’imputato
medesimo per il versamento alla Camera di Commercio di Siracusa dei diritti di
segreteria dai singoli interessati o dall’associazione A.T.U.C.E.C. (Associazione
Tutela Utenti del Credito e Consumo), sia la richiesta e l’ottenimento delle false
quietanze di pagamento per le pratiche “interessate” da parte degli impiegati
dell’Ufficio Cassa dell’ente in questione. Si osserva, inoltre, che le dichiarazioni in
questione sono «del tutto coerenti con gli altri atti di causa ed indicano importi
sostanzialmente corrispondenti all’ammontare complessivo (euro 2.500 circa) dei
versamenti indicati – al netto di quelli per i quali è intervenuta assoluzione – nei
capi 114 e 115 dell’imputazione».
Il riferimento della sentenza impugnata agli atti di causa trova un
chiarimento nella motivazione della sentenza di primo grado, con la quale si
confronta specificamente il ricorso del Trombatore, e che richiama, in particolare,
anche gli accertamenti presso il sistema informatico della Camera di Commercio
di Siracusa, le dichiarazioni degli impiegati dell’Ufficio cassa del medesimo ente
Salvatore Latino e Carmelo Ricciardi, e le dichiarazioni dell’imputato in
procedimento connesso Giovanni Battista Comparone. Precisamente, secondo
quanto evidenziato dal giudice di prima cura, innanzitutto, gli accertamenti
presso il sistema informatico della Camera di Commercio di Siracusa avevano
consentito di accertare che nessun versamento di cassa era stato compiuto in
relazione a numerosi nominativi di soggetti protestati, nonostante la presenza di
distinte di versamento compilate dal Tronnbatore e munite di timbro dell’Ufficio
Cassa attestanti l’avvenuto pagamento. In secondo luogo, poi, gli impiegati
Latino e Ricciardi hanno dichiarato di aver apposto il timbro dell’Ufficio Cassa, e
talora anche la sottoscrizione, su ricevute loro sottoposte dal Trombatore e su
richiesta esplicita dello stesso, in ragione della fiducia da loro riposta nel
medesimo. In terzo luogo, infine, l’imputato in procedimento connesso
Comparone ha precisato che, ogniqualvolta aveva presentato al Trombatore
domande per cancellazione di titoli protestati, aveva affidato il denaro necessario
per il pagamento dei diritti di segreteria.
2.2. Alla luce degli elementi indicati, non può ritenersi manifestamente
illogica la conclusione dei giudici di merito secondo a quale deve
ritenersi accertata la condotta di appropriazione, da parte del Tronnbatore, di
somme a lui consegnate quale funzionario della Camera di Commercio di
Messina, e, quindi, quale pubblico ufficiale, al fine del pagamento dei diritti di
segreteria dovuti per la cancellazione dei protesti.
Né la conclusione della Corte di appello di Catania può dirsi in contraddizione
con l’assoluzione del medesimo imputato in relazione ad altri omologhi fatti di
peculato per i quali, pur risultando il mancato versamento, la responsabilità era
stata esclusa osservandosi che gli interessati avevano affermato di aver
personalmente proceduto ai pagamenti, e che le dichiarazioni confessorie del
Trombatore erano generiche perché prive di specifico riferimento ai singoli
episodi in contestazione. Si potrebbe replicare, in termini già risolutivi, che la
lamentata contraddizione, la quale, tra l’altro, ad avviso della difesa,
riverserebbe sull’imputato anche la mancata smentita da parte degli altri
interessati i cui diritti non risultavano versati, pur se derivante dalla inerzia delle
Autorità inquirenti, non è interna alla sentenza impugnata, bensì a quella di
primo grado. Si può aggiungere, peraltro, che le dichiarazioni confessorie del
Trombatore, pur avendo ad oggetto singoli episodi, indicano una condotta
ripetuta avente ad oggetto un importo complessivo pari a circa duemila euro, e
che il più immediato riscontro di esse è offerto proprio dall’accertato mancato
versamento dei diritti di segreteria per somme, che, come efficacemente osserva
la Corte d’appello, sono «sostanzialmente corrispondenti all’ammontare
complessivo (euro 2.500 circa) dei versamenti» contestati proprio ed
esattamente «al netto di quelli per i quali è intervenuta assoluzione». Né sono
evidenziati elementi da cui pervenire ad un giudizio di inaffidabilità
dell’ammissione del ricorrente, tanto più che la stessa non è stata nemmeno
formalmente ritrattata. Anzi, che detta ammissione risulti ulteriormente e
specificamente riscontrata anche dalle dichiarazioni del Comparone è
confermato, a contrario, proprio dalla necessità per il ricorrente, di confrontarsi
puntualmente con queste ultime, trascrivendone letteralmente alcuni brani, al
fine di offrirne una interpretazione secondo cui le stesse facevano riferimento
solo a dazioni genericamente collegate a pratiche irregolari e non anche a
dazioni funzionali alla consegna del denaro necessario per il pagamento dei diritti
di segreteria, come invece espressamente rappresentato nella sentenza di primo
grado. Piuttosto, il ricorso, in relazione a questo profilo, nel chiedere la
reinterpretazione di elementi di prova già valutati dai giudici di merito, espone
censure estranee ai motivi catalogati dall’art. 606 cod. proc. pen., e, come tali,
diverse da quelle consentite in sede di legittimità.
3. Manifestamente infondate, inoltre, sono le censure formulate nel secondo
motivo di ricorso del Trombatore, che critica la qualificazione dei fatti come
ricostruiti nella sentenza impugnata in termini di peculato, sia perché l’imputato
non aveva titolo a ricevere personalmente il denaro, sia perché comunque gli
artifici e raggiri posti in essere avrebbero dovuto far ritenere configurabile la
truffa.
3.1. Per l’esame del primo profilo dedotto nel motivo, è utile rilevare che,
secondo un principio consolidato in giurisprudenza, e condiviso dal Collegio, in
tema di peculato, il possesso qualificato dalla ragione dell’ufficio o del servizio
non è solo quello che rientra nella competenza funzionale specifica del pubblico
ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, ma anche quello che si basa su un
rapporto che consenta al soggetto di inserirsi di fatto nel maneggio o nella
disponibilità della cosa o del denaro altrui, rinvenendo nella pubblica funzione o
nel servizio anche la sola occasione per un tale comportamento (cfr., tra le
tante, Sez. 6, n. 33254 del 19/05/2016, Caruso, Rv. 267525, e Sez. 6, n. 12368
del 17/10/2012, dep. 2013, Medugno, Rv. 255998). Nello stesso ordine di idee,
del resto, si è anche ripetutamente precisato che, in tema di peculato, è
irrilevante per la consumazione del reato che l’agente sia entrato nel possesso
del bene nel rispetto o meno delle disposizioni organizzative dell’ufficio, potendo
lo stesso derivare anche dall’esercizio di fatto o arbitrario di funzioni, dovendosi
escludere il peculato solo quando esso sia meramente occasionale, ovvero
dipendente da evento fortuito o legato al caso (cfr., in particolare, Sez. 6, n.
18015 del 24/02/2015, Ambrosio, Rv. 263278, e Sez. F, n. 34086 del
08/09/2011, Balduini, Rv. 252208).
Per l’esame del secondo profilo dedotto nel motivo, poi, va richiamato
l’insegnamento assolutamente consolidato della giurisprudenza, anch’esso
condiviso dal Collegio, secondo cui, ai fini della distinzione tra peculato e truffa,
rileva il modo in cui il funzionario infedele viene in possesso del danaro o del
bene del quale si appropria: precisamente, sussiste il delitto di peculato quando
l’agente fa proprio il bene altrui del quale abbia già il possesso per ragione del
suo ufficio o servizio e ricorre all’artificio o al raggiro (eventualmente consistente
nella produzione di falsi documentali) per occultare la commissione dell’illecito;
mentre vi è truffa, quando il pubblico agente, non avendo tale possesso, se lo
procura mediante la condotta decettiva (cfr., tra le tantissime, Sez. 6, n. 10309
del 22/01/2014, Lo Presti, Rv. 259507, e Sez. 1, n. 26705 del 13/05/2009,
Troso, Rv. 244710).
3.2. Alla luce dei principi giuridici consolidati appena richiamati, la
qualificazione giuridica in termini di peculato dei fatti in questione, per come
ricostruiti nella sentenza impugnata, risulta corretta.
La Corte di appello, in relazione ai profili interessati dalle doglianze in
questione, rappresenta che l’imputato aveva ricevuto le somme consegnategli
per il versamento dei diritti di segreteria in ragione del suo ufficio di istruttore
direttivo della Camera di Commercio di Siracusa e che, approfittando della
competenza riconosciutagli, «aveva avuto gioco facile nell’ingannare i colleghi
cassieri e farsi da costoro rilasciare le false quietanze dei pagamenti in realtà non
avvenuti». Precisa, poi, che «gli artifizi costituiti nell’acquisizione delle false
quietanze non sono stati finalizzati alla realizzazione del profitto ingiusto, ma
solo all’occultamento delle condotte appropriative poste in essere». D’altro
canto, non risulta nemmeno precisamente allegato, con richiamo ad atti del
processo, che la formazione delle false quietanze costituì un artificio per ottenere
la consegna del denaro da parte dei privati.
Risulta pertanto evidenziato che il Trombatore ottenne il denaro proprio per
la sua qualità di pubblico ufficiale e che le false quietanze furono formate dopo la
ricezione materiale delle somme, per occultare l’ormai avvenuta illecita
appropriazione delle stesse. In altri termini, sono puntualmente rappresentati gli
elementi che, secondo l’orientamento assolutamente consolidato in
giurisprudenza, determinano la configurabilità del peculato e non, invece, della
truffa.
4. Infondate, poi, sono le doglianze addotte nel terzo motivo di ricorso del
Trombatore, che prospetta la non configurabilità del reato,di truffa, in quanto i
diritti non percepiti dalla Camera di Commercio attenevano a pratiche false e non
implicavano un danno per il soggetto interessato alla cancellazione, essendo lo
stesso partecipe dell’illecito.
Secondo la sentenza impugnata, gli artifici dell’imputato, consistiti nel creare
“buchi di protocollo” nel registro informatico e nell’inserire nello stesso dati falsi
con conseguente cancellazione dei nominativi dei protestati, avevano consentito
a questi ultimi di ottenere l’eliminazione dell’annotazione nel registro dei protesti
senza che l’ente pubblico conseguisse i diritti di segreteria connessi alla pratica.
Ciò posto, e premesso che non risulta contestata la giuridica ammissibilità
del concorso tra il reato di falso e quello di truffa (del resto espressamente
riconosciuta dalla giurisprudenza: cfr., per tutte, Sez. 5, n. 45965 de
10/10/2013, Muratore, Rv. 257946), occorre innanzitutto rilevare che l’art. 4
della legge 12 febbraio 1955, n. 77, come sostituito dall’art. 2 della legge 18
agosto 2000, n. 235, prevede, in particolare per il combinato disposto del primo
e del quinto comma, che il debitore richiedente la cancellazione del proprio nome
dal registro informatico dei protesti debba presentare, unitamente all’istanza, la
quietanza relativa al pagamento dei diritti “camerali” normativamente stabiliti
(secondo quanto recita testualmente l’art. 4, comma 5, della legge n. 77 del
1955, come sostituito dall’art. della legge n. 235 del 2000: «Per la presentazione
dell’istanza di cui al comma 1 è dovuto alla camera di commercio, industria,
artigianato e agricoltura un diritto pari, per ogni protesto, a lire »). Di
conseguenza, il diritto dell’ente pubblico a riscuotere i diritti camerali non si
configura a condizione che l’istanza di cancellazione venga accolta, ma nasce per
il solo fatto che l’istanza venga presentata.
E’ doveroso osservare, poi, che la cancellazione, per quanto
successivamente caducata a seguito della scoperta degli illeciti, ha comunque
assicurato sicuramente un ingiusto profitto ai soggetti interessati. Non solo detti
soggetti sono stati cancellati, almeno per un certo periodo di tempo, dal registro
informatico dei protesti, con conseguenti vantaggi nello svolgimento dell’attività
commerciale e nel reperimento di crediti e finanziamenti, ma hanno ottenuto la
trattazione della pratica senza aver versato i diritti cui erano tenuti per la
semplice ragione di aver presentato istanza, e a prescindere dalla fondatezza
della stessa.
Può quindi concludersi che correttamente la sentenza impugnata ha
ravvisato i plurimi reati di truffa in contestazione: gli artifici e raggiri posti in
essere dal Trombatore attraverso i falsi nei documenti informatici, inducendo in
errore la Camera di Commercio di Siracusa in ordine all’avvenuto pagamento dei
diritti previsti dalla legge per la trattazione delle pratiche relative alla
cancellazione dell’elenco dei protestati, procurarono all’ente pubblico il danno
derivante dalla mancata percezione degli stessi nonostante la trattazione della
pratica e ai singoli soggetti interessati il vantaggio di ottenere l’esame della loro
istanza, per di più con esito positivo, senza aver corrisposto quanto dovuto.
Tuttavia, la non manifesta infondatezza della doglianza, desumibile dalla
necessità di fornire le appena esposte precisazioni, impone di computare ai fini
della prescrizione dei reati di truffa anche il periodo decorso fino al giorno della
presente udienza. Di conseguenza, stante l’assenza di cause di sospensione della
prescrizione, debbono ritenersi estinti per prescrizione tutti i reati di truffa
aggravata commessi fino al 31 agosto 2009.
5. Infondate, infine, sono le doglianze proposte nel ricorso del Procuratore
generale presso al Corte d’appello di Catania, che critica l’assoluzione
dell’imputato per il reato di abuso di ufficio, osservando che detta fattispecie è
configurabile in concorso con quella di falso e non può ritenersi assorbita da
questa fattispecie.
5.1. Il tema sollevato dal Procuratore generale ha dato adito a soluzioni non
sempre omogenee in giurisprudenza.
Il problema nasce dalle divergenze in ordine alla portata applicativa della
clausola di riserva «salvo che il fatto non costituisca più grave reato», introdotta
per la prima volta nel 1990 nella disposizione incriminatrice relativa all’abuso di
ufficio, e poi riprodotta con la legge 16 luglio 1997, n. 234, in occasione della
formulazione del testo attualmente vigente dell’art. 323 cod. pen.
Numerose decisioni hanno affermato che tra il reato di falso ed il reato di
abuso di ufficio sussiste un rapporto di assorbimento, quando la condotta del
pubblico ufficiale si esaurisce in un fatto qualificabile come falso in atto pubblico
(cfr., specificamente, tra le tante: Sez. 2, n. 1417 del 11/10/2012, dep. 2013,
Rv. 254304, Platamone; Sez. 6 n. 42577 del 22/09/2009, Fanuli, Rv. 244944;
Sez. 5, n. 45225 del 09/11/2005, Bernardi, Rv. 232724, Sez. 6, n. 27778 del
19/05/2004, Piccirillo, Rv. 228681; Sez. 5, n. 12226 del 21/10/1998, D’Asta, Rv.
211928). Molteplici sono le ragioni evidenziate a sostegno di questa soluzione. Si
è rilevato, innanzitutto, che la previsione incriminatrice di cui all’art. 323 cod.
pen. «prevede il reato di abuso di ufficio come ipotesi residuale, ed indica quale
criterio per l’assorbimento che altra norma punisca più gravemente lo stesso
fatto costitutivo di reato, cioè proprio il fatto storico». Si è inoltre osservato che
la diversità di bene giuridico può assumere rilievo esclusivamente al fine di
ritenere o escludere la «stessa materia» e, quindi, di applicare, o meno il
principio di specialità tra norme, ai sensi dell’art. 15 cod. pen., e che porre a
presupposto dell’operatività della clausola di riserva l’identità di bene giuridico
tutelato dalla diverse fattispecie, significherebbe svuotare il principio di
sussidiarietà, riducendolo a quello di specialità. Si è pure rappresentato, in linea
generale, che le progressive modifiche della disciplina dei delitti dei pubblici
ufficiali contro la pubblica amministrazione hanno avuto lo scopo «di contenere la
proliferazione delle incriminazioni non basate su un consistente tasso di tipicità
del fatto».
Altre decisioni, invece, hanno escluso la sussistenza di un rapporto di
assorbimento tra le due figure di reato, affermando il concorso tra le stesse (cfr.,
in particolare: Sez. 2, n. 5546 del 11/12/2013, dep. 2014, Cuppari, Rv. 258205;
Sez. 5, n. 3349 del 01/02/2000, Palmegiani, Rv. 215587; Sez. 5, n. 7581 del
05/05/1999, Graci, Rv. 213777). A fondamento di questa soluzione si è
osservato che le due fattispecie offendono beni giuridici distinti tutelando,
precisamente, i delitti di falso la genuinità degli atti pubblici, e i delitti di abuso
l’imparzialità ed il buon andamento dell’amministrazione.
Una soluzione, spesso indicata come intermedia, ma in realtà molto
prossima a quella sostenuta dal primo dei due orientamenti richiamati, è
espressa da Sez. 5, n. 1491, del 15/11/2005, dep. 2006, Cavallari, Rv. 233044,
secondo la quale «il concorso tra i delitti di abuso d’ufficio e falso ideologico in
atto pubblico deve escludersi solo quando “la condotta addebitata si esaurisca
nella commissione di un fatto qualificabile come falso ideologico in atto pubblico”
; mentre deve riconoscersi il concorso materiale dei due delitti quando ne
sono distinte le condotte , come certamente accade, ad esempio, nel caso in
cui il falso sia destinato ad occultare l’abuso».
La dottrina, poi, tende generalmente ad escludere il concorso tra il reato di
falso e quello di abuso, e ad affermare l’esistenza di un rapporto di assorbimento
tra le due figure, quando l’abuso è commesso mediante la stessa condotta
integrante gli estremi del delitto di falso, sottolineando, in particolare, che la
funzione delle clausole di riserva è quella di delimitare l’ambito di operatività
delle norme che le contengono, anche nelle ipotesi in cui la fattispecie che trova
applicazione non si ponga, rispetto ad esse, in rapporto di specialità.
5.2. Il Collegio ritiene di aderire alla soluzione che appare ampiamente
maggioritaria in giurisprudenza ed in dottrina, secondo cui deve escludersi il
concorso formale tra i delitti di abuso di ufficio e falso ideologico o materiale
quando la condotta addebitata si esaurisce nella commissione di un fatto
qualificabile come falso in atto pubblico, in ragione della clausola di riserva
prevista nell’art. 323 cod. pen. In effetti, risponde ad un consolidato principio di
interpretazione della legge in generale l’attribuzione agli enunciati linguistici
contenuti nelle disposizioni normative, ove possibile, di un significato utile invece
che di un significato inutile. Muovendo da questa premessa, la clausola di riserva
non può essere intesa come applicabile solo nei rapporti tra reati aventi ad
oggetto la tutela del medesimo bene giuridico, poiché altrimenti si attribuirebbe
alla stessa il significato di un inutile doppione del principio di specialità. Di
conseguenza, a fronte di un fatto unico, detta clausola consente, anzi impone, di
applicare esclusivamente il trattamento sanzionatorio previsto per la fattispecie
più grave, anche se la stessa ha ad oggetto la tutela di un bene giuridico diverso
da quello presidiato dalla disposizione assistita da pena meno severa.
Né tale conclusione sembra ostacolata dai rilievi formulati nel ricorso del
Procuratore generale e concernenti la diversità di struttura dei due reati, per
essere il delitto di cui all’art. 323 cod. pen. un reato di evento integrato dal dolo
intenzionale, ed invece il delitto di cui all’art. 476 cod. pen. un reato di mera
condotta integrato dal dolo generico.
In effetti, quando l’evento ulteriore preso in considerazione da una sola delle
due fattispecie venute in rilievo è un evento giuridico, ma non materiale, ovvero
quando muta il solo contenuto del dolo, può comunque continuare a parlarsi di
identità del fatto.
Tale conclusione sembra raggiungibile alla luce della complessiva, e
convergente, elaborazione della giurisprudenza di legittimità, costituzionale e
convenzionale, che, con specifico riferimento alla materia del divieto di bis in
idem, si è particolarmente impegnata ai fini della individuazione della nozione di
identità del fatto (cfr., per tutte, e rispettivamente: Sez. U, n. 34655 del
28/06/2005, Donati, Rv. 231799, nonché Sez. 5, n. 47683 del 04/10/2016,
Robusti, Rv. 268502; Corte cost., sent. n. 200 del 2016; Corte E.D.U., Grande
Camera, 10 febbraio 2009, Zolotoukhine contro Russia). In particolare, secondo
la richiamata giurisprudenza, sussiste identità del fatto «quando vi sia
corrispondenza storico-naturalistica nella configurazione del reato, considerato in
tutti i suoi elementi costitutivi (condotta, evento, nesso causale) e con riguardo
alle circostanze di tempo, di luogo e di persona», e l’evento può assumere
rilevanza «soltanto quale modificazione della realtà materiale conseguente
all’azione o all’omissione dell’agente», secondo «una lettura conforme all’attuale
stadio di sviluppo dell’art. 4 del Protocollo n. 7 alla C.E.D.U.» (le espressioni
riportate sono tratte da Corte cost., sent. n. 200 del 2016). E’ bene precisare
che il richiamato orientamento si è formato con espresso riferimento al problema
dell’operatività del divieto di bis in idem processuale, e, quindi, non fissa una
nozione di identità del fatto che deve necessariamente ritenersi valida sempre ed
in ogni caso. Tuttavia, la nozione di identità del fatto elaborata in tema di
applicazione del divieto di bis in idem processuale sembra esportabile ai fini della
individuazione dell’area di operatività delle clausole di riserva, per affinità di
funzione: la finalità delle clausole di riserva, infatti, è quella di evitare comunque
una doppia incriminazione, sia pure se per esigenge di tipo sostanziale, ma
comunque in una prospettiva di contenimento dell’ordinamento penalistico, tanto
da porsi oltre i limiti connaturati al principio di specialità.
5.3. Nella vicenda in esame, la condotta del ricorrente, per come contestata
nelle imputazioni e ritenuta nelle sentenze, è consistita nell’attestare falsamente
la positiva conclusione delle pratiche di cancellazione dei protesti.
In altri termini, la condotta addebitata al Trombatore a titolo di abuso di
ufficio si esaurisce, nelle sue componenti storico-naturalistiche, nella
commissione di un fatto qualificabile come falso in atto pubblico.
Di conseguenza, in linea con le osservazioni precedentemente esposte, in
relazione alle condotte indicate nel ricorso del Pubblico ministero, deve ritenersi
applicabile la clausola di riserva prevista dall’art. 323 cod. pen., e, quindi,
l’assorbimento del reato di abuso di ufficio in quello di falso.
6. In conclusione, quindi, la sentenza impugnata deve essere annullata
limitatamente ai reati di truffa aggravata addebitati a Salvatore Trombatore e
commessi fino al 31 agosto 2009 perché estinti per prescrizione, con
conseguente rideterminazione della pena in anni tre, mesi quatto e giorni
ventisei di reclusione: in effetti, individuata la pena base avendo riguardo ad un
fatto di peculato, l’aumento di pena per i trentasei fatti di truffa, prima
dell’applicazione della diminuente per il rito abbreviato, è stato
complessivamente fissato in sei mesi di reclusione, e, quindi, in cinque giorni per
ciascun episodio; posto che la prescrizione maturata tra il giudizio di appello ed il
giudizio di cassazione ha riguardato ventotto episodi, l’aumento per i fatti di
truffa deve essere rideterminato in considerazione dei soli capi 80), 83), 92),
95), 98), 101), 104) e 107), ed è quindi pari a quaranta giorni, ridotti, per la
diminuente processuale, a ventisei giorni complessivi. Il ricorso del Trombatore,
poi, deve essere rigettato nel resto.
Agli esiti del giudizio appena indicati, segue la condanna del medesimo
Trombatore alla rifusione delle spese sostenute nel grado in favore della parte
civile Camera di Commercio, Industria e Artigianato di Siracusa, che si liquidano
in complessivi euro tremilacinquecento, oltre spese generali nella misura del
quindici per cento, I.V.A. e C.P.A.
Deve essere rigettato, infine, il ricorso del Procuratore generale presso la
Corte d’appello di Catania.

P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata nei confronti di Salvatore Trombatore
limitatamente ai reati di truffa aggravata commessi fino al 31 agosto 2009,
perché estinti per prescrizione, e, per l’effetto ridetermina la pena in anni tre,
mesi quattro e giorni ventisei di reclusione. Rigetta nel resto il ricorso e
condanna il ricorrente alla rifusione delle spese sostenute nel grado in favore
della parte civile C.C.I.A. di Siracusa, spese che liquida in complessivi euro
3.500,00, oltre spese generali nella misura del quindici per cento, I.V.A. e C.P.A.
Rigetta il ricorso del Procuratore generale.
Così deciso il 28 febbraio 2017

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