Abusivo Esercizio – Cassazione Penale 14/12/2016 N° 52888

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 14/12/2016

Numero: 52888

Testo completo della Sentenza Abusivo esercizio – Cassazione penale 14/12/2016 n° 52888:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da
Ferrarini Roberto Riccardo Giovanni, nato a Aosta il 15/04/1959
avverso la sentenza del 20/11/2015 della Corte di appello di Milano
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Ersilia Calvanese;
udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Mario Maria Stefano Pinelli, che ha concluso chiedendo il rigetto del
ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 20 novembre 2015, la Corte di appello di Milano
confermava la sentenza pronunciata dal Tribunale di Milano, che aveva dichiarato
Roberto Riccardo Giovanni Ferrarini responsabile del reato di abusivo esercizio
della professione.
All’imputato era stato contestato di aver abusivamente esercitato la
professione di avvocato in una causa di divorzio, nonostante fosse stato radiato
dall’albo degli avvocati nel dicembre 2008.
Era stato accertato che l’imputato aveva seguito, sin dalla fine del 2009, la
pratica di divorzio di Marco Tarchini, che lo credeva avvocato, in quanto ricevuto
nel suo studio ove più targhe erano apposte (sul cancello e sulla porta di
ingresso) che riportavano ancora la sua qualità (ovvero «studio legale»
dell’«avv. Ferrarini»): in tale veste, firmandosi quale «avv. Ferrarini», aveva
inviato nel gennaio 2010 alla controparte una missiva per il tentativo di
conciliazione, qualificandosi come avvocato al quale era stato conferito
«mandato» per la valutazione della possibilità di una regolamentazione
stragiudiziale; aveva presentato un ricorso ex art. 709-ter cod. proc. civ. (di cui
si aveva riscontro dalla missiva inviata dal legale della controparte e dalla fattura
emessa dallo stesso imputato) e aveva predisposto un ricorso per il divorzio, che
veniva tuttavia presentato in cancelleria da un avvocato, Paolo Ferrario (che
operava nel suo studio), in virtù di una delega che il cliente aveva rilasciato sulla
base di pretestuose richieste dell’imputato (era troppo stanco e vecchio per
frequentare il Tribunale).
Era stato altresì accertato che il cliente aveva avuto rapporti solo con
l’imputato, curando con lui la stesura del ricorso per il divorzio; che, anche dopo
il rilascio della delega all’avv. Ferrario, l’imputato aveva continuato ad occuparsi
della pratica (come dimostrava la missiva dell’avvocato della controparte del
giugno 2010 rivolta ad entrambi i legali); e che la fattura di euro 1.404 per tutte
le prestazioni effettuate («ricorso per divorzio giudiziale» e «ricorso ex art. 709-
ter cod. proc. civ.») era stata rilasciata dall’imputato, mentre l’avvocato Ferrario,
che aveva sottoscritto gli atti ed curato il loro deposito, aveva soltanto fatturato
il modesto importo di 300 euro.
In sede di appello, l’imputato aveva contestato che l’attività compiuta
potesse essere ricondotta nel paradigma dell’art. 348 cod. pen.
La Corte di appello riteneva che venisse in considerazione non solo l’attività
stragiudiziale compiuta dall’imputato, ma anche quella difensiva giudiziale, solo
formalmente riferibile ad un avvocato abilitato, ma di fatto condotta – per
svariati mesi, con la predisposizione di appositi mezzi, quali lo studio, la carta
intestata e la collaborazione di un praticante, e in modo remunerativo –
dall’imputato anche con l’interlocuzione con il cliente sulla strategia da seguire.
Ne era comprova la circostanza che le tariffe forensi all’epoca vigenti
prevedevano tra le voci della «attività giudiziale» anche la fase preparatoria di
studio della controversia, di consultazioni con il cliente e di redazione e
preparazione di atti.
Secondo la Corte adita, non assumeva rilevanza l’atto di transazione
sottoscritto dal cliente Tarchini nel febbraio 2014, nel quale questi aveva
attribuito al solo avvocato abilitato ogni attività defensionale esperita in suo
favore, escludendo ogni intervento dell’imputato, in quanto il primo aveva riferito
in udienza che aveva firmato quello che l’imputato gli aveva sottoposto, essendo
soltanto interessato a rientrare del danno.
La Corte distrettuale riteneva infine l’imputato non meritevole del beneficio
della sospensione condizionale della pena, in quanto non erano state registrate,
accanto all’intervenuta definizione del rapporto con il Tranchini, manifestazioni
significantemente apprezzabili ai fini dell’art. 163 cod. pen. (non potendosi
considerare tali le considerazioni difensive in ordine al comportamento
processuale dell’imputato).
2. Avverso la suddetta sentenza, ricorre per cassazione il difensore
dell’imputato, chiedendone l’annullamento per i seguenti motivi:
– travisamento di una prova decisiva (art. 606, comma 1, lett. e, cod. proc.
pen.): la Corte di appello avrebbe travisato la deposizione del teste Tarchini in
ordine alla transazione dallo stesso sottoscritta – che dimostrava che l’attività
svolta dall’imputato si era limitata ad attività stragiudiziale e che l’attività
difensiva giudiziale venne invece espletata dal solo avvocato abilitato, dotato di
apposito mandato rilasciato dal cliente (il teste si sarebbe riferito non alla
transazione, ma al mandato defensionale alle liti);
– erronea applicazione dell’art. 348 cod. pen. sotto plurimi profili (art. 606,
comma 1, lett. e, cod. proc. pen.): la sentenza impugnata erroneamente
avrebbe ricompreso nella attività riservata agli avvocati abilitati anche l’attività
prodromica a quella di natura giudiziale, che la legge n. 247 del 2012 attribuisce,
non in via esclusiva, alla competenza degli avvocati solo se svolta in modo
sistematico, continuativo ed organizzato; in ogni caso, tale normativa non
sarebbe applicabile al caso in esame perché successiva alla condotta contestata
e comunque priva di tipicità quanto all’individuazione degli atti di competenza
dell’avvocato, al pari del codice deontologico del 1997 (che stabilisce
genericamente che l’iscrizione all’albo costituisca presupposto per l’attività
stragiudiziale di assistenza e consulenza in materia legale e per l’utilizzo del
relativo titolo); erroneamente la sentenza impugnata avrebbe ritenuto
continuativa l’attività svolta dall’imputato, in presenza di un unico episodio che
ha riguardato una sola questione, essendo irrilevante la durata della prestazione;
– vizio di motivazione in ordine alla mancata concessione del beneficio ex
art. 163 cod. pen. (art. 606, comma 1, lett. e, cod. proc. pen.): la sentenza
impugnata avrebbe omesso di motivare sui motivi di appello, con i quali era
stata censurata la valutazione illogica del primo giudice, che aveva apprezzato
positivamente il comportamento dell’imputato dopo il fatto, sia in sede
processuale, sia nei riguardi del Tarchini, per poi dall’altro ritenere questi stessi
elementi inidonei per la concessione del beneficio invocato.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è privo di fondamento, per le ragioni di seguito indicate.
2. Va preliminarmente affrontata, per il suo carattere assorbente rispetto ad
altre censure, la questione della qualificazione giuridica del fatto attribuito
all’imputato.
Da quanto accertato dai giudici di merito risulta provato che l’imputato, oltre
ad essersi occupato di attività stragiudiziali nella pratica di divorzio del Tarchini,
aveva predisposto entrambi i ricorsi, presentati poi agli uffici giudiziari dal legale
formalmente investito della rappresentanza in giudizio, come dimostrava in
modo evidente la fatturazione ed il pagamento dei relativi compensi, distribuiti
tra i due legali in funzione del rispettivo ed «effettivo» apporto alla pratica
(Tarchini aveva dichiarato di aver complessivamente corrisposto all’imputato
circa 3.000 euro rispetto ai soli 300 euro versati all’avv. Ferrario).
L’attività svolta dall’imputato non è stata quindi di mera consulenza, ma di
effettiva predisposizione di un atto riservato alla professione forense.
Orbene, va affermato che costituisce esercizio abusivo della professione
legale lo svolgimento dell’attività riservata al professionista iscritto nell’albo degli
avvocati, anche nel caso in cui l’agente, come nel caso in esame, abbia adottato
lo stratagemma di far firmare l’atto tipico, da lui predisposto, da un legale
abilitato.
Diversamente opinando, risulterebbe tradito il principio della generale
riserva riferita alla professione in quanto tale, con correlativo tradimento
dell’affidamento dei terzi, laddove fosse ritenuto sufficiente un siffatto banale
escamotage per consentire ad un soggetto non abilitato di operare in un settore
attribuito in via esclusiva a una determinata professione.
L’art. 348 cod. pen. tutela infatti l’interesse generale, riferito in via diretta e
immediata alla P.A., che determinate professioni, richiedenti, tra l’altro,
particolari competenze tecniche, vengano esercitate soltanto da soggetti che
abbiano conseguito una speciale abilitazione amministrativa (tra le tante, Sez. 6,
n. 46067 del 29/10/2007, Scillitani, in motivazione), così da evitare che le stesse
siano affidate a soggetti inesperti nell’esercizio della professione o che si siano
rivelati indegni di esercitarla e assicurando in via presuntiva, attraverso il ricorso
a soggetti abilitati, un determinato standard minimo di qualificazione.
Quindi non è sufficiente a tutelare tale pubblico interesse che l’atto riservato
al professionista forense sia formalmente sottoscritto da un avvocato abilitato,
ancorchè redatto completamente da un soggetto estraneo all’ordine (basti
osservare, per la professione legale, che anche per i tirocinanti, la legge prevede
uno status abilitativo provvisorio, così da consentire che questi ultimi possano
anche solo redigere atti giudiziali sotto la curatela – controllo di un avvocato
dominus, cfr. Sez. U civ., n. 1727 del 28/01/2005, Rv. 578975).
3. E’ generico il primo motivo di ricorso, con cui si è dedotto il vizio di
travisamento della deposizione resa dal teste Tarchini in ordine alla transazione
sottoscritta nel 2014.
In vero, il suddetto vizio presuppone necessariamente il carattere «decisivo»
della prova travisata, che deve essere rinvenuto nella prova che, confrontata con
le argomentazioni addotte in motivazione a sostegno della decisione, risulti
determinante per un esito diverso del processo e non si limiti ad incidere su
aspetti secondari della motivazione (tra le tante Sez. 4, n. 35683 del
10/07/2007, Servidei, Rv. 237652).
Nel caso in esame, la sentenza impugnata aveva ritenuto soltanto formale
l’incarico affidato dall’avvocato Ferrario sulla base, non solo delle dichiarazioni
rese dal Tarchini in ordine alla transazione sottoscritta nel 2014, ma soprattutto
delle dichiarazioni rese da quest’ultimo in ordine alle modalità di stesura del
ricorso e alla remunerazione delle prestazioni, confermate dalle fatture acquisite
agli atti.
Non avendo il ricorrente argomentato sulla tenuta logica complessiva della
motivazione sul punto, la censura in esame si rivela aspecifica in ordine al profilo
della decisività.
4. Non ha fondamento l’ultimo motivo proposto, relativo al diniego del
beneficio ex art. 163 cod. pen.
Va ribadito il costante insegnamento, secondo cui la concessione delle
attenuanti generiche e della sospensione condizionale della pena implicano
valutazioni diverse e con finalità differenti: le prime rispondono alla logica di
un’adeguata commisurazione della pena, la seconda è orientata, invece, a
prevenire, in funzione condizionale e quindi disincentivante, la commissione di
ulteriori attività criminose (ex multís, Sez. 4, n. 39475 del 16/02/2016, Tagli,
Rv. 267773).
Quindi, non sussiste alcuna incompatibilità (neppure di tipo logico) nell’aver
concesso nel caso in esame le suddette circostanze, in considerazione
dell’elemento positivo «di una certa rivisitazione critica del proprio agire
delittuoso», emergente dal comportamento post-delictum, e nell’aver escluso
invece il beneficio ex art. 163 cod. pen., ritenendo tale manifestazione inidonea a
fondare il giudizio prognostico richiesto dalla legge sul comportamento futuro
dell’imputato.
5. Conclusivamente, sulla base di quanto premesso, il ricorso deve essere
rigettato con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del
procedimento.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso il 07/10/2016.

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